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5 maggio 2018

5 Maggio 1998-2018: Sarno, per non dimenticare

Venti anni, eppure sembra ieri. Sarà per la vicinanza territoriale, oppure perché la maggior parte di noi ha un legame più o meno diretto con qualcuna delle vittime. Sarà perché la conformazione geografica dei territori a ridosso degli Appennini campani è molto simile in tutte le aree. Sarà perché quando ci sono delle vittime innocenti è difficile dimenticare, ed è doveroso non farlo. Quel 5 maggio del 1998 Sarno, Siano, Bracigliano, Quindici e San Felice sono stati colpiti da una delle tragedie alluvionali più dure degli ultimi tempi in Campania. Più di 160 i morti, molti i feriti, troppi i lutti che chiedono ancora giustizia. Una giustizia menomata, perché quando le “cause sono di forza maggiore”, risulta difficile poter stabilire eventuali responsabilità terze, responsabilità umane. Anche se non è questo il luogo adatto e soprattutto il momento idoneo per additare qualcuno, è comunque doveroso ricordare alcune cose di “vitale” importanza: il sottovalutare dei segnali che la Natura stessa iniziava a dare 48 ore prima della catastrofe, con le prime “anomalie” ben visibili anche ad occhi non esperti, e il non rispetto delle cosiddette “catene”,per non parlare della manutenzione dei canali di sfogo e delle aree di “immagazzinamento” delle acque (vasche naturali e non), spesso stuprate da costruzioni abusive e da cementificazione dei suoli, suoli “pensati” dai nostri antenati proprio per queste evenienze, non certo per speculazioni edilizie. Ma, come dicevamo, non è questo il momento delle polemiche, anche se non possiamo non sottolineare quanto abbiano influito anche gli incendi estivi ai danni delle fasce montuose della zona. Ma è il rispetto della Natura e degli accorgimenti che in epoca passata erano stati presi per tutelare da possibili “alluvioni”, ad essere il più valido elemento preventivo. Abbiamo una testimonianza importante, di un uomo (all’epoca dei fatti un ragazzo di vent’anni) che in quell’alluvione ha perso la sua intera famiglia. “La realtà non è come viene detto da fonti a volte anche cattive; la realtà è quella della mancata cura del territorio, la mancata cura dei canali di scolo, il mancato rimboschimento degli alberi”; così esordisce P.c., che poi aggiunge: “per le case abbattute e tutte le chiacchiere che sono state fatte su abitazioni abusive, ti posso dire che parliamo di una percentuale insignificante che se regolari non sarebbe cambiato nulla in quanto il numero di vittime fu talmente elevato che seppur le case parzialmente abusive non fossero state costruite, la differenza sarebbe insignificante”, e ancora “pensa che dopo la frana, ripulendo i canali di scolo naturali, quelli costruiti dagli antichi borboni, riportarono alla luce una vera e propria opera di ingegneria idrogeologica, cose mai viste e forse non a conoscenza purtroppo l’abbandono del territorio e la perdita di conoscenze idrogeologiche del territorio è stata la vera causa; purtroppo si son dette tante cose, sopratutto false e malvage, come capita spesso, credo che comprendi”. Eh si, comprendo, anche se non così bene come chi quei momenti li ha vissuti, dal vivo, sulla propria pelle. “C’e’ da dire che purtroppo son passati 20 anni, gli aiuti imminenti di allora furono pochi e dispersivi, nel tempo è stato fatto tutto a rallentatore, sia per la ricostruzione che per ripagare i disagiati, gli sfollati e cercare di dare una sistemazione, ancora oggi molte situazioni per ridare una casa a chi l’ha persa sono ancora aperte ci sono molti proprietari di terreni che sono stai espropriati che ancora attendono i risarcimenti”. Ed è su queste parole che finisce il nostro dialogo con P.C., una conversazione che ha tutti i connotati di una speranza mista a rassegnazione, da un lato lo sperare che si possano ristabilire le sane condizioni dei luoghi per evitare possibili altre catastrofi, dall’altro la rassegnazione di chi sa che, troppo spesso, la legittimità delle richieste degli scampati alla tragedia, si ritrova ad essere messa in secondo piano dall’avidità e dall’opportunismo umano. Purtroppo. P.s. per non dimenticare, per non dimenticarli.

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Eugenio Lato

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