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A 30 anni “mammoni”: fattore economico, socio-culturale o psicologico?

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Ebbene sì, un Italiano su 3, di età compresa tra 25 e 34 anni, vive ancora a casa coi genitori.

Per noi Italiani probabilmente questo dato non ha nulla di allarmante o particolarmente significativo.

Ma se la guardiamo dal punto di vista dei nostri cugini europei o da quello dei più lontani parenti americani, si presta bene a quel connubio di humor e drammatico sconcerto. Si pensi, ad esempio, alla commedia francese del 2001 dal titolo “Tanguy”, nome del protagonista. Se in Francia la vita di Tanguy è valutata come comica, quasi una barzelletta, qui in Italia non fa poi così ridere.

Ancora oggi, il termine “tanguy” denota colui che vive ancora a casa coi i propri genitori. Per creare un parallelismo semantico, potrebbe essere l’equivalente del nostro “mammone”. Tanguy è un ragazzo di 28 anni, sveglio ed intelligente, appassionato di filosofia orientale e conoscitore delle lingue cinese e giapponese. Dopo la tesi, dovrebbe andare a lavorare a Pechino e, fino a quel momento, si gode beatamente la sua vita, accudito dai genitori. Una vita così comoda che dichiara ai genitori di aver rimandato la partenza di un anno e mezzo dopo la laurea, per evitare di rovinare i suoi piani nella fretta di cominciare subito a lavorare ed affrontare una vita carica di responsabilità, a cui non sarebbe abituato.

Vorrei evitare lo stigma, ma sorge spontaneo dire che se Tanguy fosse un classico ventottenne italiano, soprattutto meridionale, i genitori non mostrerebbero tanta inquietudine nel pensare che il loro amato pargoletto resti ancora a casa con loro. Anzi, prenderebbero piuttosto di buon grado questa notizia. Continuerebbero a fare il loro dovere genitoriale e comprenderebbero la scelta di un anno sabatico dopo la laurea, dopo tanto studio e stress, tanto “c’è tempo”. Tempo per crescere, per andare, per responsabilizzarsi.  Invece, in Francia no. Nella commedia Edith, la madre di Tanguy, fomenta il marito e insieme fanno al giovane figlio una serie di dispetti affinché lui se ne vada finalmente di casa e loro riacquisiscano i propri spazi. Giungono poi al punto di dovergli apertamente dire che non può più restare con loro. Probabilmente in Francia, così come in Inghilterra e in altre nazioni europee (oltre che negli Stati Uniti) è indice di una mancata riuscita educativa avere ancora i figli al proprio nido oltre una certa età, evitare di recidere il cordone ombelicale e quindi consentire al figlio di avviarsi finalmente verso l’autonomia e la responsabilità. Tra i tanti forse è il più doloroso, ma anche questo è il compito di un genitore.

Siccome il detto “Ogni mondo è Paese” è vero solo in parte, vediamo quali sono i fattori che invece in Italia sembrano dirottare questa avanzata verso la piena indipendenza. Questi fattori sono stati schematizzati per praticità in macro-categorie, ma possono agire sia singolarmente che insieme e ciascuno con pesi e misure differenti. Inoltre, non è sempre semplice stabilire un vero e proprio nesso causale, ci sono variabili che possono coesistere, covariare e altri fattori che sarebbero da intendersi piuttosto come effetti. Fatto sta che se, come abbiamo visto, molti Italiani optano per la scelta di lasciare i confini dello stivale per emigrare verso terre promesse, in cerca di fortuna, molti altri restano qui e faticano addirittura a valicare la soglia della porta di casa. Perché restano più a lungo coi propri genitori rispetto alla media dei coetanei di altri Paesi?

Fattori geografici: ciò che desidero è lontano da casa

Un ruolo è giocato dalla distanza geografica tra la propria abitazione familiare e i luoghi di interesse. Può sembrare banale ma non lo è. Si pensi che in America i College più prestigiosi e facoltosi sono spesso molto lontani, in termini di ore di aereo, dalla casa d’origine e diviene dunque una titanica impresa pensare di spostarsi quotidianamente o anche solo nel fine settimana conducendo una vita da pendolari. Di conseguenza, è molto frequente che fin da giovanissimi gli Americani siano abituati a lasciare la loro culla, ad avviarsi verso quell’autonomia che, se dolorosa all’inizio perché comporta una presa di coscienza e carico di responsabilità, dall’altro ripaga nel breve termine proprio perché regala indipendenza e libertà e, con esse, il venire meno di tutta una serie di motivazioni, spiegazioni e giustificazioni da dover dare ai genitori che tanto stanno strette soprattutto agli adolescenti. Ritornare a casa dopo gli studi e ricominciare da capo? No, grazie. Si potrebbe obiettare che anche in Italia ci sono ragazzi che anelano all’indipendenza e alla libertà e necessitano di spostarsi per raggiungere l’Università. Qui, in parte, veniamo al punto di cui sotto.

Fattori economici: mancanza di soldi e di lavoro stabile

Tasto dolente e snodo cruciale della questione. Chiaramente, i soldi c’entrano e non poco. Il tasso di disoccupazione, soprattutto giovanile, in Italia ha un tasso di incidenza ancora preponderante, gli anni di scuola, tra specializzazioni e master, tendono a rimarcare lo status di studente in perenne formazione e quindi procrastinare il lavoro, fonte di guadagno. Lavorare e studiare insieme può essere, oltre che difficile, poco redditizio e, mediamente, una famiglia italiana non ha alle spalle un’economia così solida da garantire di pagare un affitto di casa al proprio figlio finché questi non si renda economicamente indipendente, lontano dal nucleo familiare. I sussidi statali e le agevolazioni non sembrano essere tali da garantire un’autonomia reale e spesso “lavoro stabile”, ammesso esista e non sia solo un’utopia, non è sinonimo di lavoro remunerato adeguatamente rispetto al costo della vita, specie se un individuo, al proprio fabbisogno, deve aggiungere quello della famiglia che vuole creare.

Fattori psicologici: immaturità, paura della responsabilità, paura del fallimento

Che la “questione economica” giochi un ruolo lo abbiamo già detto ma, spesso, è anche la “giustificazione” più facile da adottare. Per cercare di inquadrare il fenomeno nella sua interezza, infatti, oltre alle variabili oggettive come quella di un contesto economico che non è tra i più fertili, dovremmo anche contemplare variabili di natura soggettiva che, se da un lato risentono delle prime e quindi appaiono come l’unica conseguenza possibile, dall’altro appartengono al singolo individuo e prescindono dal contesto. Tra queste variabili soggettive rientrano la paura di una convivenza, ansia circa l’assunzione di responsabilità, immaturità nella gestione autonoma delle proprie risorse, paura di investire e di fallire. Questa paura del fallimento deriva probabilmente dal pensiero che, lasciato il nucleo familiare, poi ce la si debba sbrigare da soli e non si possa restituire a noi stessi e agli altri per noi significativi l’immagine di uno che non ce l’ha fatta, spesso dimenticando che se un genitore ha potuto aiutarci quando eravamo in casa con lui, lo farà anche se saremo fuori casa. Non smetteremo di essere figli diventando padri o madri o comunque distaccandoci da loro. Quello che sembra attanagliare molti giovani è piuttosto la mancanza di volontà di diventare veramente adulti, oltre che una reale e sostanziale spinta dall’esterno. A tal proposito, lo psicanalista Ammaniti parla di “adultescenza”, termine con cui si vuole connotare un’adolescenza senza tempo, la fluidità della famiglia, il ruolo troppo paritario genitore/figlio perché, a dispetto del fatto che i figli si facciano mediamente “più tardi” rispetto a prima, sembra non mantenersi la giusta distanza generazionale. A fare le spese di questo scenario confusionario sono sia i genitori che i figli. E anche se la situazione è drammatica e spesso è subita a causa di un contesto poco promettente, molte volte invece è una scelta. So che troverete questo boccone un po’amaro. È la scelta di non invecchiare. Finché non si fanno le “cose dei grandi”, non si è veramente grandi e questo consente di preservare il rapporto filiale coi genitori che è fatto, tra le tante cose, anche di una buona dose di accudimento di varia natura che rende sicuri. Se pensiamo al fattore economico, ci rendiamo conto che non sta in piedi del tutto perché, soprattutto in America, dipinta sovente come una società idilliaca, per quanto possa essere relativamente facile trovare un lavoro o cambiarlo, in realtà il posto fisso non esiste, ci sono molte famiglie che vivono sotto la soglia di povertà e molti si indebitano sia per garantirsi l’istruzione che per le spese sanitarie. Tuttavia, essi sono molto più propensi di noi italiani ad imparare fin da giovanissimi a vivere in autonomia. A fare la differenza, al netto di ogni singola causa che comunque è rilevante ai fini dell’analisi, oltre che alle indubbie interazioni, sembra essere anche il diverso stampo culturale.

Fattori socio-culturali: Società collettiviste Vs individualiste e il senso di appartenenza alla famiglia

C’è una cosa che non abbiamo ancora detto e che per onestà intellettuale merita attenzione all’interno di questa dissertazione. Non tutti i giovani che vivono in casa coi propri genitori anche in “tarda età” sono delle sanguisughe. Essi possono partecipare, anche economicamente, alle spese familiari. Quindi, asserire che restino in casa solo per potersi garantire, coi soldi del loro magro stipendio, un viaggio o uno sfizio in più (comunque legittimi), per poi tornarsene dai genitori che pagano affitto e utenze, stile “questa casa è un albergo”, è falso. Quello che è lampante è un modello di famiglia e di interdipendenza con la famiglia che differisce a seconda dello stampo culturale, da Paese a Paese. Lasciamo perdere il concetto di “tradizionalismo”, a cui sicuramente avrete pensato. Quello che sto suggerendo è piuttosto un diverso senso di appartenenza che noi Italiani, soprattutto al Sud, abbiamo nei confronti della nostra famiglia di origine e che è ben visibile dalla struttura della famiglia stessa, che ancora persiste seppure un po’ sbiadita. Ovvero, molti vivono ancora tutti insieme: nonni, genitori e figli. Si pranza insieme, condividendo spazi, ci si organizza insieme, si analizzano insieme le cose, i problemi ed insieme si prendono al vaglio le soluzioni, aiutandosi reciprocamente. La “scissione”, non è mai radicale, cioè non comporta, proprio fisicamente, un grande allontanamento. Dunque, così come i figli tendono ad allontanarsi più tardi dai genitori, anche i genitori, una volta anziani, tenderanno a non allontanarsi dai figli e in loro cercheranno supporto quando avranno bisogno di cure, anziché in una casa di riposo.

I modelli culturali sono essenzialmente due. Uno, detto individualista, è tipico dell’America e di Paesi del nord e ovest dell’Europa. Prevede che l’individuo ponga al centro se stesso, la propria individualità, la propria autonomia, i propri interessi e obiettivi. Un tratto tipico di questo modello è la competizione. Loro devono arrivare, preferibilmente da soli, con le proprie forze, pena un crollo dell’autostima. Il secondo è un modello a stampo collettivista che invece pone al centro la collettività, l’interesse della comunità. Ha come tratto peculiare la cooperazione. Ci si ascolta e ci si aiuta, si collabora, si condivide.

L’Italia, di solito inclusa tra le società individualiste, in realtà ha parecchi tratti da condividere con quelle collettiviste e questo potrebbe spiegare, insieme agli altri fattori individuati, i motivi per cui si verifica questo “slittamento in avanti dell’ingresso nell’età adulta“. Non è solo la mancanza di una stabilità economica, la scelta di non volersi responsabilizzare o la paura di fallire, ma anche l’impostazione culturale che ci fa guardare a noi stessi non solo come Uno, ma come Molti, come insieme oltre che come singolo individuo.

https://www.v-news.it/italiani-all-estero-fuga-di-cervelli-o-fuga-dalla-fame/

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