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Maddaloni. Continua lo sfruttamento nei campi di Villa Literno, muore 38 enne indiano

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MADDALONI. La questione delle condizioni di vita e di lavoro dei «nuovi braccianti» nelle campagne del Mezzogiorno – e non solo, come vedremo – può essere affrontata solo se si tengono presente contemporaneamente almeno cinque temi: le politiche sull’immigrazione, le caratteristiche delle filiere agricole, le condizioni abitative dei braccianti stagionali, il collocamento, la crisi economica generale.

Purtroppo la nostra provincia torna di nuovo alla ribalta per un negativo episodio di cronaca.

E’ stato abbandonato vergognosamente  dai suoi caporali un bracciante agricolo la mattina del 5 luglio scorso alla stazione di Caserta, completamente disidratato e in avanzatissimo stato di malnutrizione. Sing, 38enne indiano proveniente dai lager dei campi di pomodori di Castel Volturno e Villa Literno, dopo 10 giorni di cure all’ospedale di Maddaloni non ce l’ha fatta, segnato da condizioni compromesse da una vita di stenti. A  prestare soccorso   erano stati i validi  volontari dell’associazione ‘L’Angelo degli Ultimi’, presenti ogni sera nei locali della stazione del capoluogo, con la chiamata al 118 e il successivo ricovero nell’ospedale di Maddaloni. Il problema abitativo dichiara la D’Albenzio  ora è legato in maniera strettissima a quello del caporalato, cioè del collocamento. Loro sono gli unici responsabili della situazione, violenti, schiavisti e mafiosi, i caporali – spesso connazionali dei braccianti – sono ahinoi  figure odiose; tuttavia, lo Stato è assente, questa affermazione rappresenta evidenzia la presidentessa la causa prima di queste forme di lavoro semi-coatto, dovute piuttosto alle leggi sull’immigrazione e in generale a un mercato dell’impiego nel quale i cittadini di origine straniera sono particolarmente vulnerabili,  precarizzati  e purtroppo schiavizzati senza che nessuno muovi un dito. C’è tanta rabbia perché le istituzioni sono assenti, non c’è una legge che fermi tutto questo conclude  la presidentessa Antonietta D’Albenzio della nota associazione “L’Angelo degli Ultimi” che ha  voluto ringraziare anche  il direttore dell’Asl Arcangelo Correra per le cure mediche svolte su Sing. 

 Un vero lutto per  tutto il nostro gruppo associativo –  dichiara ancora  Antonietta D’Albenzio – dopo i  sacrifici  fatti per soccorrerlo e potergli offrire  una sistemazione dignitosa almeno nella malattia, vederlo andare via così è stata una grande  perdita.  Da sempre ci parlava  della sua famiglia che lo  attendeva  in India, del coniglietto che lui amava, un uomo bravissimo  legato con il cuore verso  i suoi affetti, oggi è  sicuramente una vergognosa  tragedia questa della solitudine. Abbiamo provato a donargli un p0’ di affetto oltre che cure mediche  e attenzione, ma non è bastato. Per il lavoro fatto – continua la presidente D’Albenzio – vogliamo davvero ringraziare di cuore, oltre che il direttore Correra, anche il primario del reparto di Medicina d’urgenza, Rino De Lucia, che hanno messo  ogni energia per aiutare Singh e non solo loro. Vogliamo ringraziare davvero tutti coloro che ci sono vicini ogni volta che viviamo la tragedia di un ricovero per i nostri amici senzatetto. Nemmeno un mese fa un altro momento difficile lo abbiamo vissuto con Ziby, altro caro amico con gravi problemi epatici, e da ieri, purtroppo Stanislao che molti ricordano come il clochard del Banco di Napoli, è stato ricoverato per dei seri problemi alle gambe. In mezzo a tutte queste difficoltà il sostegno delle istituzioni sanitarie del territorio per noi è importantissimo, e saremo sempre a disposizione qualora si rendesse necessaria la nostra presenza. Tenendo  a mente tutti questi problemi, appare estremamente difficile capire come migliorare le condizioni di lavoro e di vita dei migranti impiegati in agricoltura. È chiaro che le amministrazioni locali e regionali possono agire solo su  alcuni aspetti della questione: sull’accoglienza e, in parte, sui centri per l’impiego e sul trasporto dei lavoratori nei campi (per cui si potrebbero utilizzare le «linee agricole» previste se esistono nei piani di bacino del trasporto pubblico), ma meno sulle politiche agricole e dell’immigrazione, che hanno invece un carattere nazionale ed europeo. È chiaro, inoltre, che i progetti che mirano a intervenire solo su un aspetto del problema, senza attaccare gli altri, rischiano di non avere gli effetti sperati: creare un centro di accoglienza senza trovare un’alternativa ai caporali per il trasporto sui campi, ad esempio, non servirà a molto; proporre alle aziende di assumere i braccianti tramite il centro per l’impiego non risolverà la situazione, se i lavoratori continueranno a vivere nei ghetti. E così via. Ma quali sono i soggetti che potrebbero proporre un cambiamento? Ci sono pratiche interessanti da studiare e, eventualmente, replicare?

La questione potrà vedere miglioramenti soltanto se saranno i braccianti a rivendicarli

Anzitutto, le organizzazioni sindacali, che sono in prima linea nel denunciare lo sfruttamento dei lavoratori agricoli: un’attività piena di contraddizioni, soprattutto perché non è accompagnata da una concreta e continua attività sindacale tra i braccianti nelle campagne, se non in pochissimi casi. Questi lavoratori vivono segregati nelle campagne, non hanno organizzazioni che li rappresentano e sono troppo differenziati per nazionalità, status legale, strategie migratorie: difficile immaginare rivendicazioni unitarie, ad esempio, tra braccianti originari dell’Africa occidentale e della Romania, del Maghreb e del Punjab. Essi piuttosto progettano di fuggire dal Sud e dall’agricoltura non appena ne avranno la possibilità. Tuttavia, nelle campagne meridionali vi è un conflitto latente e, se la crisi economica peggiorerà, non potrà che scoppiare nuovamente.” 

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