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Allarme Coronavirus: Colpito anche il sistema carcerario

A parlarne ai nostri microfoni è l’Avvocato Chiara Penna

Il COVID19 e l’ inefficacia del Decreto ‘Cura Italia

Le dichiarazioni dell’Avv. Chiara Penna
Coordinatrice Osservatorio carcere della Camera Penale di Cosenza

In questi ultimi giorni si teme per la propria incolumità. Spaventati dalla probabilità di essere colpiti dal Coronavirus, si è pronti a far scintille ovunque, in casa così come sui social, affidandoci poco all’informazione certa e molto al ‘Sentito dire’.

Bambini,adulti e anziani sono come ingabbiati, in case divenute ormai potenziali strumenti di inacerbita esasperazione, senza conoscere .

Mentre queste paure fanno eco tra le mura di casa, sempre più strette, non mancano i disordini nelle carceri italiane, dove si è realmente reclusi.

Per noi di V-news le dichiarazioni di Chiara Penna, Avvocato penalista e criminologa, nonché Coordinatrice Osservatorio carcere della Camera Penale di Cosenza:

“Di fronte all’esigenza di rispondere velocemente alla crisi del sistema carcerario, tra l’altro annunciata da tempo, si adotta un provvedimento insufficiente ed inapplicabile in concreto. Questo per due ordini di motivi: il primo è che la detenzione domiciliare sarà effettivamente possibile solo per coloro i quali, avendo una pena residua inferiore ai sei mesi, non è imposto l’obbligo di controllo attraverso il mezzo elettronico – numero esiguo rispetto al totale della popolazione carceraria –  il secondo, invece, si inserisce in una problematica risalente nel tempo e che è di fatto attribuibile solo all’inerzia del governo. La mancata attuazione, da oltre 20 anni, degli artt. 275 bis C.P.P. e 58 quinquies della Legge sull’ Ordinamento Penitenziario, che introducono l’uso dei braccialetti elettronici per gli arresti domiciliari, è data proprio dall’ indisponibilità dei dispositivi. E la circostanza, calata in questo momento di emergenza, diventa ancora più inquietante se si considera che  il bando per la fornitura che aveva ad oggetto 12.000 braccialetti è stato aggiudicato da quasi due anni, il servizio sarebbe dovuto partire nell’ottobre 2018, ma ciò non è accaduto a causa del ritardo da parte del Ministero dell’Interno della nomina della commissione di collaudo: in poche parole, il ministero dell’Interno non ha rispettato i tempi in modo da garantire la loro entrata in funzione e le liste di attesa dei detenuti che potrebbero uscire da tempo, ma che non possono farlo perché manca la disponibilità dello strumento di controllo, aumentano, contribuendo all’incremento del sovraffollamento. Causa dei terribili disordini dei giorni scorsi, che non devono essere certamente giustificati in ordine alle loro violenza. Ma è altrettanto chiaro che in una situazione di questo tipo, le disposizioni di cui all’art. 123 del D.L.17.03.20 suonano quasi come una beffa. Senza contare che nulla è stato disposto a riguardo dei detenuti in attesa di giudizio, molti dei quali, tra le altre cose, sono sottoposti alla misura cautelare in carcere, in luogo di quella domiciliare con controllo elettronico prevista dal GIP, proprio per mancanza di braccialetti. I detenuti vivono in celle stracolme che favoriscono il contagio, il personale medico è insufficiente, le  strutture sono fatiscenti e non ci sono luoghi di contenimento che possano bloccare un’eventuale epidemia. Nello stesso tempo, chi è rinchiuso resta in continuo contatto con l’esterno attraverso il personale della polizia penitenziaria, gli psicologi, i magistrati e gli avvocati, che per urgenze devono accedere nei luoghi di detenzione, seppur muniti di mascherine e guanti. Le carceri sono bombe di contagi pronte ad esplodere in ogni città dove ha sede un istituto penitenziario. Pare strano che il governo non si renda conto che una epidemia all’interno di un carcere non solo sarebbe indomabile, ma non rimarrebbe confinata all’interno delle mura della struttura. Essa andrebbe, infatti, a rendere inutili tutte le disposizioni emanate finora volte al contenimento del COVID19 attraverso il distanziamento, che hanno come scopo quello di non  intasare gli ospedali e garantire a tutti le cure in terapia intensiva se necessario. Inimmaginabili sarebbero, infatti, gli effetti sul sistema sanitario locale se anche solo un terzo della popolazione carceraria di un unico istituto penitenziario risultasse infetta di colpo. Sembra che le logiche di vendetta sociale sui ristretti, che dominano chi non ha a cuore i principi costituzionali che reggono la civiltà del nostro Paese, prevalgano sulla necessità di tutela della salute di tutti i cittadini, apparentemente protetta dall’invito a restare in casa e dal blocco totale delle attività, ma messa a repentaglio dalla ottusità di chi non vuole vedere l’ordigno pronto a deflagrare nel cuore di ogni città. Purtroppo è solo questione di tempo”.

Ecco la nostra precedente intervista: https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10155776451676483&id=370707551482

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Annamena Mastroianni
Docente. Media Educator. Formatrice.

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