Gio. Set 19th, 2019

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Amazon, ovvero: la Grande Evasione!

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La Commissione Ue, in seguito alla sua indagine partita nell’ottobre del 2014, ha decretato che “il Lussemburgo ha dato ad Amazon vantaggi fiscali non dovuti per 250 milioni di euro”. Aggiungendo che tale comportamento è sostanzialmente “illegale, perché ha consentito all’azienda di pagare molte meno tasse rispetto alle altre aziende”. In pratica risulterebbe che “circa tre quarti dei suoi profitti non sono stati tassati”. Tutto ciò è accaduto in seguito a un accordo fiscale tra le parti, chiamato tax ruling, stilato nel 2003. L’Unione europea chiede pertanto al Lussemburgo di “recuperare” gli aiuti dati in questi ultimi 14 anni. Tradotti nella realtà quantificabile, Amazon avrebbe pagato “quattro volte in meno di tasse rispetto alle altre società residenti nel Granducato”. Ad affermarlo è la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager, ribadendo l’illegalità della concessione data, in quanto non ammissibili sono i privilegi dati alle multinazionali, poiché non dati ad altre aziende. Entrando ancor più nello specifico, si sottolinea come  Amazon abbia potuto spostare la maggioranza dei suoi profitti da un gruppo soggetto alla tassazione lussemburghese (Amazon EU), a una società non soggetta ad alcuna tassazione (Amazon Europe Holding Technologies). Tramite il pagamento di una royalty (percentuale sugli incassi) tra la prima società e la seconda società, è stato possibile, tramite la tax ruling sopramenzionata, ridurre di molto i profitti tassabili. Il tutto faceva quindi emergere un quadro economico non rispondente alla realtà del mercato, sfalsandolo. Amazon, ovviamente, replica affermando di star valutando il ricorso in appello. Giustificandosi affermando di non aver avuto nessun tipo di “trattamento speciale” dallo Stato. A sostegno della propria volontà e del fatto che reputi non dovuta la restituzione di nessuna somma di denaro, Amazon sottolinea che “i suoi 50.000 dipendenti rimangono focalizzati ad offrire il miglior servizio ai propri clienti in tutto il mondo e alle aziende medie  e piccole che lavorano con lei”. Quasi a voler dire che, in ultima analisi, il “sistema Amazon” non si può né si deve bloccare, pena il licenziamento di molti dipendenti e il fallimento di altrettante aziende collegate alla sua orbita commerciale. Peccato che la “legge” (soprattutto in materia economica) non sia mai “uguale per tutti”, ma quasi sempre “interpretabile” e “applicabile”, anche con forzature ai limiti della legalità e oltre la stessa, appannaggio delle lobby e dei potentati finanziari che, forti dei propri sponsor politici e delle banche consenzienti, si mostrano in tutta la loro arroganza per quello che sono in realtà: speculatori di un “mercato” instabile, insaziabile, incoerente e perfido che crea povertà e fame, soggiogazione e rapporti di sottomissione tra popoli e fazioni. Al pari delle Borse, delle Banche e dei “massimi sistemi finanziari mondiali”, anche società tipo Amazon contribuiscono al tracollo della sostenibilità umana ed economica di questo nostro pianeta. Giustificando le proprie “innocenti evasioni” come criterio per incentivare l’occupazione all’interno della propria azienda. Peccato non avere il tempo qui per valutare attentamente le differenze dei vari stipendi dei propri operatori a seconda della zona del mondo in cui vengono impiegati. Ma credo che a voi lettori non sfugga dove voglio arrivare a parare. Ammazza oh! … oh… Amazon?

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