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Andrea Rea, il Mostro di Posillipo, assassino e stupratore seriale. La storia di una personalità controversa che oggi vive a Vairano

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VAIRANO PATENORA – Forse molti non sanno che un piccolo Paese di provincia, nell’Alto Casertano, conosciuto anche come la “porta del Sud”, luogo di passaggio e ben collegato con il mondo, attualmente (ma anche in passato), essendo ai “margini” della regione ha sempre ospitato soggetti “socialmente poco accettati” di tutti i tipi. In molti ricorderanno il “soggiornante obbligato” degli anni 80, un pentito di cui non si è mai conosciuta identità.

Da qualche anno, infatti, a Vairano, nella frazione Marzanello, in zona “panoramica” è in funzione una REMS (Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza) che occupa vari personaggi, alcuni veramente con una storia strana, qualcuno, secondo alcuni esperti, molto pericoloso.

Proprio nella REMS di Marzanello, infatti, è ospitato Andrea Rea, conosciuto come il Mostro di Posillipo, pluriomicida napoletano che ha agito tra il 1983 e il 1989.

Andrea nasce a Napoli nel 1956, da una famiglia alto borghese. Figlio di un ingegnere edile, si laurea in filosofia col massimo dei voti, ma la sua vita viene sconvolta nel 1982 dalla morte del fratello Antonio, tanto che si pensa sia stato proprio questo il motivo scatenante dei suoi istinti violenti nei confronti delle donne

Rea è un serial killer che compie delitti a sfondo sessuale: violenta, uccide e poi depezza i corpi delle povere vittime.
Nel 1983, Andrea viene arrestato per violenza sessuale nei confronti di una giovane turista finlandese a Ischia. La famiglia lo interna in una casa di cura, dove avrebbe incontrato la sua prima vittima, Anna Bisanti, napoletana di 27 anni, figlia di 2 anziani pensionati.
Il giorno di Natale del 1983, Rea convince la ragazza a salire sulla sua auto, quindi la uccide con un coltello, la chiude in un sacco e la butta in mare.
Sarà lui stesso a confessare l’omicidio, visto che il corpo non verrà mai ritrovato.

Nel 1987, Andrea compie un altro stupro, a Napoli, nei confronti di un’amica, mentre il 3 settembre 1989, compie il suo delitto più efferato, ai danni di Silvana Antinozzi, tossicodipendente 38enne separata dal marito e con una figlia di 17 anni. Impiegata al comune di Napoli, la donna era stata recentemente sospesa per assenteismo. Rea l’aveva conosciuta in una clinica, dove la donna era in cura per disintossicarsi dalla droga.
Dopo essersi diretto alla casa della donna, tenta di violentarla, quindi le lega le mani dietro alla schiena, le tappa la bocca con un cerotto, la stende sul letto e le morde il collo come un vampiro, finendola poi a colpi di arma da taglio.
Fatto a pezzi il cadavere con un coltello da prosciutto, Andrea lo sistema in una valigia e lo carica sul proprio motorino, per portarlo in una spiaggia di Marechiaro dove lo abbandona (non si spiega come abbia fatto a girare in motorino con quel “carico ingombrante”).
A casa della vittima Rea lascia però molti indizi, tra cui: il seghetto da prosciutto, varie impronte digitali, un diario, il suo orologio sporco di sangue e una sorta di “lista nera” con i nomi di potenziali prossime vittime.

Dopo il delitto, Andrea scappa all’estero, riuscendo a raggiungere Nizza in treno, ma qui viene fermato in stato confusionale da alcuni poliziotti e portato in clinica.
Rea si mette subito in contatto con i propri genitori a Napoli, che lo convincono a costituirsi alla polizia di frontiera. 
Andrea Rea, serial killer che agisce d’impulso, folle e disorganizzato, incapace di intendere e di volere, viene dichiarato schizofrenico e paranoico e fatto internare in un manicomio giudiziario: la condanna consiste di 10 anni per l’omicidio della Antinozzi e 5 anni per quello della Bisanti.
Il 23 febbraio 2003, Andrea lascia l’ospedale “Filippo Saporito” di Aversa, dove era rinchiuso dal 1999, usufruendo di uno dei tanti permessi premio che gli vengono concessi per il suo eccellente comportamento. Invece di andare a trovare i genitori come suo solito, Rea è salito su un treno per Milano, dove è stato ritrovato dalle forze di polizia nemmeno 48 ore dopo.

Dopo quest’ultimo tentativo di fuga, ormai da 20 anni, il sessantenne napoletano no da più alcun segno di squilibrio, ma il ricordo del suo passato lo precede e quell’alone di paura che incute resta nell’aria, come l’aria fresca del mattino.

Credits to Sara Di Marzio, Occhirossi.it

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