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Antonio Biasiucci, Fabio Donato, Mimmo Jodice e Raffaella Mariniello in Messa A Fuoco presso Città della Scienza

DiThomas Scalera

Mar 3, 2015

Allegato di posta elettronica

Si inaugura mercoledì 4 marzo alle ore 18.00 la mostra “MESSA A FUOCO” di Antonio Biasiucci, Fabio Donato, Mimmo Jodice e Raffaella Mariniello a cura di Giuliano Sergio la mostra si potrà visitare fino al 31 maggio 2015 presso il Padiglione Marie Curie . Gli artisti dedicano questa mostra a Città della Scienza a due anni dall’incendio che ha devastato il primo museo scientifico interattivo d’Italia riducendolo a un cumulo di macerie.“Nello sguardo dei quattro grandi fotografi protagonisti – come si legge nell’introduzione al catalogo della mostra del Presidente di Città della Scienza Vittorio Silvestrini – si può intravvedere ciò che era ma anche ciò che potrà essere il nuovo Science Centre di Città della Scienza. Lo sguardo dell’artista, infatti, riesce ad andare oltre l’immediato delle macerie e della condizione presente dei luoghi, conquistandone una visione nuova; nello sguardo dell’artista i significati si moltiplicano e l’immaginazione del futuro di qualsiasi futuro diviene possibile”. La scelta di affidare a quattro grandi fotografi napoletani la memoria del rogo nasce nel momento stesso in cui il Museo riprogetta il proprio futuro con un concorso internazionale di architettura per la realizzazione del nuovo Science Centre. Dopo mesi di silenzio e di negazione, gli spazi sono stati ripercorsi dai quattro artisti che, attraverso il loro obbiettivo ne hanno rimesso in moto l’anima apparentemente sopita e interpretato la tragedia, per fermare con lo sguardo la memoria di quanto è accaduto e immaginare il futuro. Offrire alla città la memoria del rogo che ha cercato di cancellare il suo museo significa, per questi artisti, donare un motivo di rinascita, incarnare la forza di una società che non si arrende. Ciò che accomuna la loro ricerca è l’esperienza del rogo. Entrare nell’edificio significa penetrare in una piaga, dimenticare il paesaggio, rinunciare ad ogni forma di cronaca. Il racconto di questa esperienza claustrofobica ha permesso a Mimmo Jodice di costruire una perlustrazione sensibile del perimetro chiuso e ingombro di macerie. Uno sguardo  inquieto, mobile, che ripercorre le prospettive del padiglione sventrato: le sue immagini sono la contemplazione di un luogo ferito, l’omaggio a un corpo inerme.

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Il rogo con la sua violenza ha prodotto brani di lamiera contorta, pilastri diroccati, pezzi inservibili pendenti dalle pareti. Sono tutti elementi che Antonio Biasiucci ha fotografato e raccolto in un polittico con cui ricompone i resti, li erge a materia vibrante, li plasma in una nuova potente struttura che nasce dalla catastrofe. Fabio Donato nella visita al padiglione incendiato elabora una serie che apre con l’ironia amara della prima immagine: all’ingresso del museo un pannello mostra il volto  di Einstein che ci incoraggia a non drammatizzare mentre sullo sfondo si delineano le macerie dell’edificio. Segue un trittico cieco di finestre oscurate, poi, finalmente, l’uscita dall’inferno: una porta carbonizzata apre sul golfo.

Biografia di Antonio Biasucci

Antonio Biasiucci nasce a Dragoni (Caserta) nel 1961. Nel 1980 si trasferisce a Napoli, dove comincia un lavoro sugli spazi delle periferie urbane e contemporaneamente una ricerca sulla memoria personale, fotografando riti, ambienti e persone del paese nativo. Nel 1984 inizia una collaborazione con l’Osservatorio vesuviano, svolgendo un ampio lavoro sui vulcani attivi in Italia. Nel 1987 conosce Antonio Neiwiller, attore e regista di teatro: con lui nasce un rapporto di collaborazione che durerà fino al 1993, anno della sua scomparsa. Fin dagli inizi la sua ricerca si radica nei temi della cultura del Sud e si trasforma, in anni recenti, in un viaggio dentro gli elementi primari dell’esistenza. Ha ottenuto importanti riconoscimenti, tra cui, nel 1992, ad Arles, il premio “European Kodak Panorama”; nel 2005 il “Kraszna/Krausz Photography Book Awards”, per la pubblicazione del volume Res. Lo stato delle cose (2004) e, nello stesso anno, il “Premio Bastianelli”. Numerosissime le mostre personali e le partecipazioni a mostre collettive, a festival e rassegne nazionali e internazionali. Ha collaborato inoltre a diversi progetti editoriali, tra i quali, in particolare, si ricordano quelli per la casa editrice L’Ancora del Mediterraneo, di Napoli (dal 2000 al 2004) e ha partecipato a importanti iniziative culturali di carattere sociale. Molte sue opere fanno parte della collezione permanente di musei e istituzioni, in Italia e all’estero, tra cui: Istituto nazionale per la grafica, Roma; MAXXI, Roma; PAN Palazzo delle Arti, Napoli; MADRE-Museo d’Arte Contemporanea Donna Regina, Napoli; Metropolitana di Napoli; Galleria Civica di Modena; Museo di fotografia contemporanea Villa Ghirlanda, Cinisello Balsamo (Milano); Peggy Guggenheim Collection, Venezia; Fondazione Sandretto Re Rebaudengo per l’Arte Contemporanea, Guarene (Cuneo); Fondazione Banco di Napoli; Collezione Banca Unicredit, Bologna; Bibliothèque nationale de France, Parigi; Maison Européenne de la Photographie, Parigi; Château d’Eau, Tolosa; Musée de l’Elysée, Losanna; Centre de la Photographie, Ginevra; Fondazione Banca del Gottardo, Lugano; Centre Méditerranéen de la Photographie, Bastia; Galerie Freihausgasse, Villach (Austria); Departamento de investigación y documentación de la Cultura Audiovisual, Puebla (Messico).

Biografia di Fabio Donato

Nato nel 1947 a Napoli, è fotografo dal 1970. Autore di numerosissime pubblicazioni, è docente di Fotografia presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli.Costantemente presente negli ambienti dell’arte e della cultura, è testimone vigile del divenire teatrale, mostrando predisposizione per la sperimentazione e l’avanguardia, su cui ha pubblicato numerosi foto-libri. Ha pubblicato sulle maggiori riviste nazionali e internazionali. Alcune delle sue opere sono conservate in Messico, Francia, Brasile e Cina. Sul suo lavoro hanno scritto numerosi critici, giornalisti, sociologi e storici dell’arte. Ha esposto in mostre personali e collettive dal 1970 ad oggi in molte città sia italiane che straniere: Milano, Napoli, Venezia, Monaco, Toronto, La Havana, New York, San Paolo, Caserta, Nizza, Lisbona, Belgrado, Bergamo, Perugia, Roma, Palermo, Bilbao.

Mimmo Jodice

Mimmo Jodice nasce nel 1934 a Napoli dove risiede. Dopo alcune esperienze con il disegno, la pittura e la scultura, a partire dall’inizio degli anni sessanta focalizza il suo impegno, in maniera radicale e definitiva, sulla fotografia. Al 1967 risale la sua prima mostra personale, che si tiene alla Libreria La Mandragola di Napoli, presentata da Antonio Napolitano e nello stesso anno, nell’edizione italiana della rivista americana “Popular Photography”, è pubblicata per la prima volta una sua immagine. Nei lavori di questo periodo rifiuta il concetto che vuole la fotografia specchio della realtà e si accosta alle arti visive e alle coeve ricerche di stampo concettuale. Sperimenta, infatti, le possibilità espressive della fotografia, dal punto di vista tecnico (combinandola, talvolta, con interventi manuali, soprattutto con il collage) o linguistico. Già da allora, si rivela fondamentale nel suo processo creativo il lavoro svolto in camera oscura, dove l’autore imprime alla registrazione del dato oggettuale, ulteriori, e talvolta irriproducibili, manipolazioni (in una intervista parla di “alchimia della camera oscura”, cfr. M. Jodice, Milano 1983). Nel 1968 tiene la sua prima mostra personale in uno spazio pubblico nelle sale del Teatro Spento del Palazzo Ducale di Urbino. All’urgenza di impegno politico che segna l’Italia degli anni settanta, Jodice aderisce con un corpus di opere di impegno sociale, nelle quali il tema del Meridione viene riproposto in una chiave inedita, con immagini “ben costruite”, investite della potenza di simboli, seppure frutto di una esperienza diretta, esercitata sul campo (cfr. G. Bonini, Milano 1980).

I lavori di questo periodo nascono spesso dalla collaborazione con storici, antropologi o sociologi, e trovano visibilità in alcune mostre e nella pubblicazione di libri. Tra i primi, il volume Chi è devoto con Roberto De Simone e il ciclo di immagini Il ventre del colera, scattate in Campania durante l’epidemia del 1973, raccolte in una mostra al Sicof di Milano e nel volume introdotto da Domenico De Masi. Le sue foto di impegno sociale compaiono nel primo numero della rivista “Progresso Fotografico”, uscito nella veste monografica nel gennaio del 1978 e sono inserite nella mostra Facets of the Permanent Collection. Expressions of the Human Condition, curata da Van Deren Coke nel 1981 per il Museum of Arts di San Francisco, che rappresenta il primo importante riconoscimento del suo lavoro in ambito internazionale. L’attenzione al tema sociale vede anche Mimmo Jodice impegnato nella ideazione di opere collettive, come il progetto curato con Cesare De Seta ed esteso ad altri fotografi la cui prima tappa è il libro Napoli 1981. Sette fotografi per una nuova immagine. Nel 1970 Mimmo Jodice è invitato a tenere corsi sperimentali presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli dove, istituita la cattedra di Fotografia, insegna sino al 1994. Nel corso degli anni settanta, procede parallela, la sperimentazione linguistica, che l’autore propone attraverso una serie di mostre, in particolare Nudi dentro cartelle ermetiche nella Galleria Il Diaframma di Milano nel 1970 presentata da Cesare Zavattini e Identificazione allo Studo Trisorio di Napoli nel 1978 presentata da Marina Miraglia. Contemporaneamente, Mimmo Jodice è tra i protagonisti della scena d’avanguardia a Napoli, accesa soprattutto dalla attività di alcune gallerie, la Modern Art Agency di Lucio Amelio, lo Studio Morra, lo Studio Trisorio e la Galleria di Lia Rumma. Una testimonianza della sua partecipazione, spesso irrorata da rapporti amicali, è stata in seguito raccolta nel volume Avanguardie a Napoli, curato da Bruno Corà nel 1996. Nel 1983 la casa editrice Fabbri dedica a Mimmo Jodice uno dei primi volumi monografici della collana “I grandi fotografi”, con un testo di Filiberto Menna e un colloquio dell’autore con Giuseppe Alario.
Molti studiosi concordano nell’individuare un significativo cambiamento nell’iter del suo lavoro, a partire dalla serie di immagini raccolte sotto il titolo Vedute di Napoli, realizzate dal 1978 e raccolte l’anno seguente in un volume con testi di Giuseppe Bonini e di Giuseppe Galasso. In queste immagini scompare del tutto la figura umana e Jodice si allontana in maniera ancor più radicale dall’intenzione di documentare la scena reale. Le sue fotografie vengono definite “metafisiche” e la sua ricerca è interpretata come un lavoro di autoanalisi dal quale affiora il dato surreale della vita di tutti i giorni. La stessa capacità di trasformare scorci, oggetti, vedute, in immagini spiazzanti o cariche di valore simbolico, si manifesta, successivamente, nelle fotografie raccolte nei libri Naples: une archéologie future con testo di Jean-Claude Lemagny, Gibellina con testo di Arturo Carlo Quintavalle, entrambi del 1982, e Suor Orsola. Cittadella monastica nella Napoli del Seicento del 1987 con testo di Annette Malochet. Una selezione delle foto apparse in questi volumi viene esposta in una mostra personale presentata nell’ambito della manifestazione “Mois de la photo ’88” a Parigi e pubblicata nel volume Mimmo Jodice fotografie insieme a un testo di Carlo Bertelli. Nel 1988 Mimmo Jodice fotografa la città di Arles e lo stesso anno ne espone le immagini in una mostra personale nel Musée Réattu di Arles accompagnata da un catalogo con testo di Michèle Moutashar. Dopo questa raccolta, dedicherà numerose altre serie di immagini a città diverse. Saranno oggetto del suo interesse, New York (1985), Parigi (1992-1994), Roma (1999, 2005-2007), Boston (2000-2001), São Paulo (2003-2004), Tokyo (2004-2006), Mosca (2006). Successivamente, nel 2006, una mostra nel Palazzo Reale di Napoli e il volume Città visibili, pubblicato in occasione del conferimento della laurea honoris causa in Architettura conferitagli dall’Università degli Studi di Napoli Federico II, raccolgono le tappe di questo suo itinerario spinto ben oltre i confini della sua città natale, mentre altri volumi – spesso pubblicati in occasioni di mostre personali – approfondiscono la visione di una singola città, come Paris: City of Light del 1998 con un testo di Adam Gopnik pubblicato in occasione della mostra alla Maison Européenne de la Photo di Parigi, Inlands. Visions of Boston del 2001 curato da David D. Nolta e Ellen R. Shapiro e pubblicato in occasione della mostra al Massachusetts College of Art and Design di Boston, São Paulo del 2004, con un testo di Stefano Boeri e pubblicato in occasione della mostra al Museu de Arte de São Paulo, Roma del 2008 con testi di Richard Burdett e di Cornelia Lauf. Contemporaneamente, Mimmo Jodice prosegue il suo itinerario entro i confini di Napoli, la città dove, pur denunciandone le difficoltà, sceglie di continuare a vivere. Le immagini che ne derivano sono oggetto di alcune mostre, tra le altre, La città invisibile al Museo di Castel Sant’Elmo a Napoli del 1990 presentata da Germano Celant. A partire dagli anni ottanta, in diverse occasioni, Mimmo Jodice rivolge il suo sguardo all’arte antica e all’archeologia, ne sono risultati volumi come Un secolo di furore del 1986 con Nicola Spinosa, Michelangelo sculture del 1989 con Eugenio Battisti, negli anni Novanta i volumi Paestum, Pompei, Neapolis e Puteoli con Fausto Zevi, nel 1992 i cataloghi Antonio Canova e La collezione Boncompagni Ludovisi. Algardi, Bernini e la fortuna dell’antico curato, quest’ultimo, da Antonio Giuliano. Dal suo interesse per l’architettura nasce la collaborazione con Álvaro Siza e la serie di foto esposte alla Fundação de Serralves di Porto nel 1990. Nel 1990 la sua partecipazione alla mostra collettiva Vue du Pont curata da Anny Milovanoff alla Chartreuse di Villeneuve lez-Avignon lascia emergere la sua predilezione per i temi legati alla memoria.

Nel 1993 in occasione della mostra a Villa Pignatelli di Napoli e a Palazzo della Ragione a Padova, esce la monografia Mimmo Jodice. Tempo interiore a cura di Roberta Valtorta nella quale sono indagate la “dimensione metafisica”, il “superamento dell’esperienza sensoriale”, la capacità di creare realtà “altre” e di instaurare un rapporto con il mondo del sogno. Gradualmente prende corpo nel lavoro di Mimmo Jodice una raccolta di opere identificate con il titolo di Mediterraneo, nelle quali ricordi individuali, memoria collettiva, sguardo interiore, si combinano in un affresco della cultura grecoromana, la cui storia e i cui miti sono restituiti nel personale linguaggio dell’autore. Per la prima volta le foto appartenenti a questo tema sono raccolte nel volume Mediterranean pubblicato dalla casa editrice newyorkese Aperture nel 1995 con testi di George Hesey e di Predrag Matvejevi in occasione della mostra personale al Philadelphia Museum of Art di Filadelfia. Numerose mostre vengono dedicate a questo stesso tema, che è diversamente trattato nelle personali al Cleveland Museum of Art di Cleveland e alla Aperture Burden’s Gallery di New York nel 1999, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e al Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea di Rivoli nel 2000, all’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo e nel Museo di Fotografia a Mosca nel 2006. Nel 1995 nella Galleria Lia Rumma di Napoli e successivamente, nel 1998, nella mostra al Museo di Palazzo Ducale di Mantova e nella monografia curata da Germano Celant, appare un nuovo ciclo di fotografie intitolato Eden, concepito come “una metafora sulla violenza quotidiana” (cfr. M. Jodice, Milano 2004). Nel 2000 viene pubblicata la monografia Isolario mediterraneo con testo di Predrag Matvejević, nella quale appaiono riunite per la prima volta le fotografie dedicate al mare, un tema destinato ad acquistare grande rilievo nel lavoro di Mimmo Jodice. Immagini depurate da ogni struttura legata al rito moderno della vacanza e assegnate a una condizione di solitario pellegrinaggio alla ricerca di un diverso equilibrio tra noi e le cose (cfr. M. Jodice, Milano 2000). Al tema del mare è dedicata la mostra del 2001 nella sede milanese della Galleria Lia Rumma e nel 2003 alla Galleria Baudoin Lebon di Parigi presentata da Bernard Millet. Nel 2001 la Galleria d’Arte Moderna di Torino dedica a Mimmo Jodice un’ampia mostra retrospettiva curata da Pier Giovani Castagnoli.
Sue mostre personali si tengono in seguito in altri spazi pubblici, tra gli altri, al Museum of Modern Art di Wakayama in Giappone e alla Casa della Fotografia di Mosca nel 2003, al Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto a Rovereto nel 2004 e al Museo di Capodimonte a Napoli nel 2008.
Nel 2003 è stato insignito del Premio Feltrinelli per la prima volta assegnato alla Fotografia.

Nel nuovo millennio, tra le numerose monografie apparse, vi sono quelle a carattere antologico a cura di Roberta Valtorta pubblicata dalle edizioni Motta nel 2003 e la più recente Perdersi a guardare a cura di Alessandra Mauro, edita nel 2008 da Contrasto, con il titolo della quale l’autore si è voluto identificare in una citazione da Fernando Pessoa, “ma cosa stavo pensando prima di perdermi a guardare?”.

Biografia Raffaella Mariniello

Raffaella Mariniello vive e lavora tra Napoli e Milano. La sua ricerca artistica è rivolta a tematiche sociali e culturali, con un’attenzione particolare alla trasformazione del paesaggio urbano e al rapporto tra l’uomo, gli oggetti del suo quotidiano e i luoghi che abita. Nel 1991, quando la crisi dell’industria siderurgica segna la chiusura definitiva dell’Italsider di Bagnoli, Raffaela Mariniello inizia una campagna fotografica sulla fabbrica, a tutt’oggi unica testimonianza storica sull’attività dell’acciaieria: il lavoro Bagnoli, una fabbrica (catalogo Electa, Napoli 1991) è stato esposto a Napoli, Nantes, Calais, Parigi e Milano tra il 1992 e il 1995. Allo Studio Trisorio di Napoli, a Verona, Marsiglia, Roma e Torino ha esposto le serie Moltitudini (1995) e Natura morta (1998), installazioni in cui è evidente una presa di distanza dalla fotografia più tradizionale. Si tratta di pezzi unici che associano al mezzo espressivo della fotografia la profondità e la materialità della scultura. Napoli veduta immaginaria (catalogo Motta, Milano 2001) è una serie di immagini dedicate a Napoli, in cui emerge la novità di un panorama urbano industriale e post-industriale inconsueto per la città (le foto sono state esposte presso il Museo del Maschio Angioino a Napoli – a cura dello Studio Trisorio – alla Galleria Lawrence Rubin di Milano, al castello aragonese di Lecce e alla Galleria Ronchini di Terni). Ha partecipato insieme a Daniel Buren al progetto di intervento artistico ARIN promosso dagli Incontri Internazionali d’Arte, (catalogo Arin-Buren, Napoli 2004). La pubblicazione Raffaela Mariniello (catalogo Ffotogallery editions, Cardiff, Galles, 2006) raccoglie fotografie realizzate per la città di Cardiff in Galles, commissionate dall’amministrazione comunale con la collaborazione della galleria Ffotogallery. Il lavoro è stato esposto alla Turner House Gallery di Cardiff nell’ottobre 2005. La video installazione Over and over, realizzata nel corso del 2005 ed esposta allo Studio Trisorio di Roma, al Pan di Napoli e al Man di Nuoro, ha aperto la sua ricerca a nuove modalità espressive. Nel 2006 ha iniziato un progetto sui centri storici delle città italiane, in cui è evidenziata la trasformazione dei luoghi preda del turismo di massa. Le immagini, a colori e in grande formato, vogliono mostrare l’alterazione dell’essenza di un sito, la sua trasfigurazione fino a divenire simile a un parco a tema privo di identità storica e culturale.

Il titolo di questa serie di immagini è Souvenirs d’Italie: ad essa è affiancata la produzione di un video. Raffaela Mariniello ha partecipato a numerose mostre collettive in Italia e all’estero, tra cui la XII Quadriennale d’arte di Roma (1996), la VIII Biennale di Fotografia di Torino (1999), la XI Biennale di Architettura di Venezia (2006), il Festival della Fotografia di Roma (2002, 2005, 2008), il MOCA Museum of Contemporary Art, Shangai (2006, 2010), Paris Photo (2007), il Festival della fotografia di Toronto – Contact – (2008), Museo MAXXI, Roma (2010), Museo MADRE, Napoli (2011), Museo di Palazzo Fortuny, Venezia (2011). Sue opere sono presenti in diverse collezioni pubbliche e private, tra le quali: Bibliothèque National de Paris; Maison Européenne de la Photographie, Parigi; Centre Régional de la photographie Nord Pas-de-Calais, Francia; Banca Commerciale di Milano; Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino; Fond National d’Art Contemporain, Parigi; Metropolitana di Napoli; Museo della Certosa di San Lorenzo, Padula.

Città della Scienza

 Via Coroglio, 57/104

Antonio Biasucci , Fabio Donato , Mimmo Jodice e Raffaella Mariniello in

Messa a Fuco

dal 4 marzo al 31 maggio

Orari: dal martedì al sabato dalle ore 9.00 alle 17.00

Domenica dalle 10.00 alle 18.00- Lunedì Chiuso

Tel :  081 735 2424

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Thomas Scalera

Il Guru