• Mer. Ago 17th, 2022

Arianna Martini volontaria in Syria si racconta: "Gli occhi di quei bambini sono il fallimento di noi adulti"

Arianna Martini è una mamma, una donna che ha un lavoro comune ma una forza straordinaria. Sei anni fa ha deciso di partire per la Syria per aiutare nei vari campi profughi. Lo ha fatto senza pensarci due volte ma accompagnata dalla forte convinzione di dover aiutare gli “ultimi”. Sofferenza, lacrime, feriti, morti. Lo scenario è tristemente conosciuto ma lei non si perde d’animo e si rimbocca le maniche. Arriva dove può con una piccola squadra di soccorso e fonda un’associazione. Perde sonno, si ammala l’anima ma continua la sua battaglia contro le ingiustizie. Va tra i più poveri e diventa per loro un punto fermo, forse l’unico. È la storia di una volontaria che ha tanto da insegnare. Arianna nasce a Roma ma vive a Bergamo, ha due figli e un lavoro come tanti. Decido di seguirla su facebook, guardo le sue foto e vedo il suo operato. Mi commuovo guardando quei bambini che non hanno più nulla e ammiro lei perché da anni si fa in quattro per loro. È bella Arianna e nei suoi occhi si vede tutta la purezza della sua anima. Agisce col cuore di una madre e non si arrende neanche quando le ostacolano il cammino. Risponde alle mie domande di pancia e si legge tra le righe tutta la sofferenza che si porta dentro per quei bambini. È da poco tornata dall’Iraq carica di nuove speranze.

Da anni ti occupi dei bambini vittime delle guerre e cerchi di alleviare le loro sofferenze. Cosa ti ha spinto a dedicare la tua vita a questa missione?
Sei anni fa mi sono guardata allo specchio e ho capito che tutta quell’inquietudine e quel desiderio di non omologarmi, quell’empatia che provavo per gli ultimi della terra poteva diventare azione. Seguivo le vicende di guerra in Siria e i volti di quei bambini mi hanno acceso la scintilla che è diventata azione. Non so perché proprio in quel momento, di certo ho capito che la mia umanità poteva fare qualcosa di diverso che guardare. E ho deciso di partire, così allo sbaraglio e recarmi tra Turchia e Siria per organizzare aiuti.

La Siria è devastata ed è purtroppo sotto gli occhi di tutti. Dalle tue foto di vedono le condizioni strazianti e di precarietà in cui vivono queste persone. Quanto è difficile per un volontario e per le associazioni aiutarli concretamente?
È difficilissimo e lo diventa ogni giorno di più. Partire e recarsi nei campi profughi significa avere a disposizione dei fondi per poter agire concretamente. Strapparli alla morte per fame, freddo e malattie. Ma nessuno dona più volentieri e la diffidenza ha preso il posto dell’umanità. Questo naturalmente non sempre, abbiamo un piccolo gruppo di sostenitori e dobbiamo tutto a loro e alla fiducia che ci accordano.

Avete mai avuto problemi a raggiungere i campi profughi o vi hanno in qualche modo ostacolati?
Si, molto spesso ci hanno ostacolato sia i turchi che i siriani stessi facenti parte di diverse fazioni.

– Parlami dell’associazione di cui fai parte e del vostro operato.
Noi siamo un piccolo gruppo di amici, io sono il presidente e colei che parte sempre. Assieme a un fotografo, un medico e a volte un volontario. L’associazione è nata su mia volontà e agiamo mensilmente nei campi profughi sul confine con la Siria, nei vari stati confinanti. E in Siria stessa quando possibile. Abbiamo progetti di primo aiuto come consegna di cibo,acqua, cure mediche ad opera del medico del campo, coperte e sostegno agli orfani e alle famiglie tramite donazioni personalizzate. Da un mese siamo riusciti ad aprire anche una piccola tenda scuola, un’oasi di colore in un campo fatto di fatica e dolore in Turchia.

– Penso che i tuoi viaggi in Siria mettano a dura prova la tua anima. Quanto ti sconvolge ciò che trovi al tuo arrivo?
Sono costantemente in disequilibrio e vivo la mia vita tra il qui e il là. Quando torno quello che più mi ferisce sono i cuori e le anime chiuse, serrate in un mondo piccolo e senza orizzonti. Sono i ragionamenti non inclusivi e la non empatia verso chi è solo più sfortunato. Anche il troppi desiderio di possesso di cose materiali.

Spesso nelle foto che girano sul web vediamo questi bambini sorridere nonostante il dolore e la tristezza. Hanno un coraggio immenso. Come vivono i bimbi siriani nei campi profughi e quali sono le loro condizioni?
I bambini sono le principali vittime della guerra. Se è vero che sorridono e hanno comunque l’istinto naturale di giocare e guardare il mondo con innocenza, è anche vero che sono i più fragili e vulnerabili. Molti di loro sono orfani, nessuno di loro va a scuola. È stato rubato ogni diritto fondamentale: il gioco, la spensieratezza, l’istruzione, spesso anche la vita. Sono fiori nella polvere o nel fango, si ammalano e spesso muoiono di malattie curabilissime. Non hanno di che coprirsi, non hanno giocattoli. Molti di loro vengono sfruttati nel lavoro minorile, dai 6 o 7 anni in avanti. Hanno una routine di mera sopravvivenza e lavoro. Anche un piccolo gesto di calore lo vivono con riconoscenza infinita. Nei loro cuori ci sono storie di orrore e privazione, sono spessissimo stati testimoni di barbarie.

Sembra quasi una situazione surreale poichè non si può concepire che intere nazioni stiano ferme a guardare mentre si massacrano anime innocenti. Quanto ti cambia viverli di persona, toccare la loro sofferenza e sentire i loro pianti?
Non riesci più ad essere la stessa persona che eri. Porti un dolore e una consapevolezza che sono lame puntate nel fianco in qualsiasi momento della tua vita e giornata. Niente ha più lo stesso sapore. Non sono solo numeri ma ogni volto ha un nome e ogni nome una storia. Li vedi crescere e non puoi far altro che tenerli in vita e gettare semi di speranza in quei piccoli cuori.

– Parlami di quei bambini. Raccontami dei loro occhi.
I loro occhi sono buio e luce contemporaneamente. Sono pieni e vuoti allo stesso tempo. Non si possono guardare senza venirne trafitti. Sono occhi di bambini, sono innocenti ma allo stesso tempo consapevoli e cupi. Sono gli occhi del fallimento degli adulti.

C’è qualche episodio che ti ha particolarmente segnata?
Si, ce ne sono molti purtroppo. Uno dei più dolorosi è stato un paio d’anni fa. Una madre teneva in braccio un neonato, avrà avuto 6/7 mesi ed era completamente giallo, anche gli occhi. Aveva la testina molle, non riusciva a tenerla dritta. Il corpo quasi duro, gli occhi neri ti penetravano. Il medico lo ha visitato, era una bambina, e ha detto che non c’era nulla da fare. Non ricordo la patologia, ma non potevamo fare nulla. E nulla abbiamo fatto, se non guardarci e piangere. Non lo dimenticherò mai, come non dimenticherò mai il viso di sua madre quando ha capito.

Ogni volta che rientri in Italia lo fai carica di nuove responsabilità e di ulteriori consapevolezze ma anche piena di dolore e rabbia. Hai mai pensato di mollare tutto?
Si, diverse volte e anche recentemente. Mi sento sola, impotente, i fondi non bastano e le cose che si dovrebbero fare sono tante, sono infinite. E per quanto ci provi, non riesci a fare tutto e a salvare tutti. Quindi smetti di dormire bene e trasformi il dolore in azione. Ma spesso sei comunque inefficace e sbagli. La mia famiglia è stanca, spesso sento di trascurarli. Spesso ci sono ma sono altrove. Non è facile. A volte vorrei non pensare più a niente e vivere la vita fischiettando, mano nella mano con mio marito. Ma sono momenti, più o meno terribili, poi mi rialzo.

Ci lamentiamo spesso dei problemi inutili che delle volte ci creiamo anche da soli. Ci soffermiamo su cose frivole e senza senso dimenticando che ci sono altre disastrose realtà. Cosa potremmo fare per aiutare concretamente questi piccoli?
Beh ci sono grandi organizzazioni che fanno grandi cose. Noi siamo piccoli ma cerchiamo di arrivare capillarmente fino all’ultimo bambino seguendo le esigenze di ognuno, dove possibile. Portiamo cibo, acqua, un medico. Li scaldiamo e cerchiamo di mandarli a scuola. Senza pretese, solo perché possano leggere e contare e possano avere qualche colore nel buio delle loro esistenze. Questo si può fare: aprire i cuori, fidarsi e aiutarci a rendere possibili piccole, grandi cose. Piccoli gesti, costanti.

Raccontami qualcosa che ti porti nel cuore.Il mio cuore è pieno e vuoto contemporaneamente. Batte ma tace anche. Non so cosa portare nel cuore, forse tanta speranza che può sembrare quasi utopia. E poi Abdullah, un bambino con il quale ho un rapporto speciale e indescrivibile da 6 anni. Potessi lo adotterei.

L’associazione di Arianna tende da anni la mano ai meno fortunati. Opera in situazioni critiche. Potete conoscere il loro operato visitando il sito: www.supportandsustainchildren.org

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Valentina Pinelli

Classe 86 vive a Vairano Patenora ha collaborato per 10 anni con un quotidiano campano. Ama scrivere romanzi, leggere e stare a contatto con la natura.