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Asli Erdogan, la donna che al bazooka preferisce la penna per lottare per la causa kurda

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CI BASTA ANCHE SOLO UN’UNGHIA

Ci sono donne che abbracciano il bazuka, e poi ce ne sono altre che per difendere la causa kurda e non solo lottano con la penna, o meglio la tastiera, come Asli Erdogan, scrittrice turca da poco insignita del premio Simone de Beauvoir, per la libertà delle donne nel gennaio 2018.

Se le volte dei nostri sogni sono fatte saltare in aria con armi pesanti, se le parole scolpite dal sangue di millenni sono traforate da una pioggia di proiettili…Se non riusciamo a udire, a lanciare neppure un grido..Neppure questo silenzio è più nostro…” recita Neppure il silenzio è più tuo, il libro testimonianza di Asli Erdogan, tradotto da Giulia Ansaldo, edito da Garzanti, (pp.138, 15 euro) che si ispira, per il titolo, ad una poesia di Seferis.

La pagina è ancora calda di dolore, la notte della memoria ancora troppo fredda. Da un cielo impregnato di poesia racconti intermittenti si spandono sulle pagine come mani tese: “Madri del sabato” che si accontentano anche solo di un’unghia dei loro figli ormai scomparsi, palestinesi annegati in mare, bambini cubani uccisi dalla polizia, africani portati via dalle loro case, curdi senza più terre, armeni senza diritto al riconoscimento del loro genocidio. È questa la geografia straziante di Neppure il silenzio è più tuo, sorretta da un lirismo che assottiglia il dolore senza però allontanare né l’autrice, né il lettore dal mandato categorico per eccellenza: “Difendere la libertà e la pace”.

Asli Erdogan, detenuta 132 giorni in carcere per aver collaborato con il giornale Özgür Gündem, ha ancora sul corpo le bruciature per l’acido usato dalla polizia durante le proteste del 2013. “Il mio appartamento venne occupato da sessanta poliziotti, completamente mascherati, non mi hanno fatto nemmeno vestire. Ero in shorts, mentre loro erano completamente vestiti” dichiara in un recente intervento organizzato dal Geneve Summit for Human Rights and Democracy. Il suo collega Ahmet Altan è stato condannato all’ergastolo, mentre lei è ancora in attesa di giudizio per un processo che non stenta a definire teatrale, forse perché accusata di “distruzione dell’Unità dello Stato”, in base all’articolo 302 della Costituzione turca. Non oso pensare quale sarebbe stata la sua reazione se le avessi chiesto un parere sul recente invito italiano al Presidente turco Erdogan.

In Neppure il silenzio è più tuo la scrittura è lacerata dal febbrile tentativo di raccontare il diritto all’esistenza di sé e dell’altro attraverso quella tessitura poetica che da una parte la rende omologa a Anna Achmatova, e dall’altra interprete dell’imperativo etico di Simone Weil: “Il popolo ha bisogno di poesia come di pane”.

Le sue riflessioni sul linguaggio, invece, la avvicinano, in un dialogo immaginario, a Ingeborg Bachmann: “Perché continuamente facciamo ritorno alla lingua della guerra, che divide i morti tra vincitori e vinti? Perché non riescono a parlare tra loro il carnefice e la vittima che sono in noi?” La guerra, dunque, comincia dalla lingua. Il suo è un invito, a cambiare, cominciando dal linguaggio. È questo il pulsante che crea un cortocircuito tra il dentro e il fuori di noi. Una lingua, la sua, che le è stata contestata durante l’ultimo processo, come nel capitolo, “In un palazzo in fiamme” nel quale Asli Erdogan prefigura la realtà, assegnando al linguaggio un potere profetico, ma anche demiurgico: “Visto che ero il corpo definito dal tempo, la memoria delle acque colma di segreti e della prima luce che si incontra con il buio, ero la melodia che dà inizio a ogni cosa, utero, seno colmo di latte, ero terra dormiente i sonni più profondi, allora perché non riesco a nascere?”.

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