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Bari, oltre due anni chiusi in casa: il fenomeno del Hikikomori

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Risale ad una decina di giorni fa la notizia sconcertante che vede coinvolta una famiglia pugliese: madre 43enne, padre 40enne, figlio 15enne e figlia di 9 anni.

Per oltre due anni sono rimasti volontariamente segregati in casa, evitando ogni tipo di contatto sociale, inchiodati davanti ad uno schermo. Solo la bambina, che aveva ancora l’obbligo di frequenza della scuola, usciva la mattina e si ritirava a casa con le parvenze di un pasto perlopiù composto da merendine e caramelle. Il figlio 15enne, ritiratosi invece dalla scuola, è stato ritrovato con piaghe ai piedi per aver mantenuto sempre le stesse scarpe, per oltre due anni. La piccola pensione paterna che fungeva da sostentamento per l’intera famiglia ma non era sufficiente a garantire condizioni fisiche ottimali e nemmeno le adeguate cure igienico-sanitarie, le stesse che hanno indotto le maestre della piccola ad allertare i servizi sociali.

Sembrerebbero esserci a tutti gli effetti le condizioni per parlare di “Hikikomori”, termine giapponese che non contrassegna propriamente una sindrome ma uno stato, largamente diffuso soprattutto tra i giovani adolescenti, caratterizzato da anedonia, quindi mancanza di interesse per certe attività normalmente ritenute piacevoli, come sesso o il cibo, talmente è pressante il bisogno di non distaccarsi dall’attività che si sta svolgendo. Nel 10% dei casi è giocare ai videogiochi o, comunque, fare uso improprio e smoderato di internet, che regala sovente l’illusione di mantenere un contatto con la collettività senza esibirsi personalmente. Può anche tradursi nella lettura incessante di libri o, semplicemente, in una totale incapacità di uscire fuori casa, andare a scuola, cercare un lavoro.  È uno stato di ozio invalidante, di pigrizia, volontaria reclusione sociale, infarcito spesso da sintomi depressivi, manie di persecuzione, disturbi ossessivo-compulsivi, agorafobia. Lo psichiatra, psicologo e scrittore giapponese, Tamaki Saitō, che per primo ne diede una definizione, si era reso conto dell’aumento vertiginoso del fenomeno tra gli adolescenti giapponesi e arrivò a strutturare alcuni dei criteri diagnostici sopraelencati tra le manifestazioni più eclatanti del fenomeno. Asserì inoltre che per poter parlare di Hikikomori, fosse necessario un tempo prolungato di reclusione intenzionale nella propria abitazione di almeno sei mesi, ovviamente non accompagnato da manifestazioni di disagio fisico che impediscano al soggetto di uscire. Notò inoltre i ritmi circadiani sonno-veglia completamente invertiti, con una larga propensione a “vivere di notte”. Beninteso, sempre nelle quattro mura di casa.

Anche se di primo acchito si è soliti associare tale sintomatologia ad un lieve ritardo intellettivo, non è sempre stato riscontrato. Piuttosto l’associazione più immediata è quella con i disturbi della sfera sociale, come la sindrome di Asperger o l’autismo, entrambe spesso contrassegnate, pur nelle loro infinite e variabili sfaccettature, da un limite connaturato nel soggetto ad aprirsi alle relazioni sociali e a ricercare il contatto con l’altro. Altro fenomeno che si inscrive in questa cornice di natura sociale e che potrebbe fungere da alibi per l’isolamento e l’autoesclusione è il bullismo cui, sempre più spesso, purtroppo, vanno incontro gli adolescenti. L’ Hikikomori si rivelerebbe in quel caso come un’arma, uno scudo di difesa contro un sistema da cui non ci sentiamo accolti e, per non correre pericoli, ci autoconvinciamo che sia meglio starsene chiusi in una stanza, chiudendo ogni tipo di contatto col mondo.

In Giappone, altresì, la pressione sociale è sentita in maniera forte, quasi intollerabile. La paura di deludere i propri genitori e, più in generale, l’intero sistema, potrebbe essere tale da indurre un giovane adolescente ad inibirsi completamente, a evitare di correre il rischio di non piacere, di non essere all’altezza. A lungo andare, ci si adatta alla situazione che si è creati per sopravvivere e diviene sempre più difficile riuscire ad uscirne. Ergo, anche se una buona dose delle caratteristiche dell’ hikikomori è da ascriversi al singolo soggetto ed è relativa ai suoi specifici tratti di personalità, in quanto fenomeno che prevede una chiusura verso l’esterno, probabilmente molte delle motivazioni atte a velocizzarne l’insorgenza, devono anche essere ricercate nel contesto sociale in cui il singolo opera.

Tornando all’intera famiglia la situazione è più gravosa. Se pensiamo, ad esempio, che sia difficile convincere un ragazzo ad uscire da una situazione patologica come questa dovendo incidere con un percorso terapeutico per scardinare le sue paure, immaginiamo quanto possa esserlo se ad esserne colpita è una famiglia intera. Si perde proprio quella lucidità atta a comprendere le cose, a discernere cosa sia “normale” da cosa non lo sia. Vengono meno dei punti di riferimento, decade la comunicabilità, il fluire di pensieri ed idee, il contatto con la realtà.

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