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Carano. Alberto Varone, un eroe che non si piegò al ricatto. Il nostro ricordo

Chi ha vissuto a cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90 a Sessa Aurunca almeno una volta si sarà scontrato con il clan camorristico egemone della zona, ossia i “MUZZONI”. Mario Esposito, boss incontrastato della zona, manteneva rapporti costanti con i Bardellino prima, e con i Casalesi poi, insieme all’altro boss egemone della zona di Mondragone Augusto La Torre. I muzzoni ( per via della statura tarchiata) hanno impresso in quegli anni un clima di terrore (addirittura esistevano dei squadroni di assalto, una sorta di “ronde” che giravano per punire chi fumava spinelli, ad esempio). Sessa in quegli anni era stritolata in una morsa criminale, in cui uno sguardo, una parola poteva costare molto cara. Chi pretendeva la libertà, si rintanava nelle sezioni di partito, in una cannetta fumata di nascosto che serviva più che altro a familiarizzare con i nuovi modi di vestire, i libri la musica e le poesie.
Nel 1990 addirittura furono annullate le elezioni per il Consiglio Provinciale, e spostate all’anno successivo dopo il ricorso presentato contro la “Lista Civica Campania” in forte odore di camorra che aveva già due seggi : A Sessa con Alberto Tatta e a Casal di Principe con Flavio Schiavone. Nello stesso anno a Sessa fu presentata una lista civica con i dissidenti della DC di Pomicino che altro non era che un prodotto del clan.
In Questo clima a dir poco tragico operava Alberto Varone, un piccolo imprenditore del settore mobiliare.
Alberto era di origine Caranese (un paesino limitrofo) dedito al lavoro e alla famiglia, gestiva una sorta di agenzia immobiliare a Sessa Aurunca in Viale Trieste fuori la “PORTA CAPPUCCINI” nel pieno centro. Di notte, in sella alla sua Opel Kadett rossa si avviava verso San Nicola la Strada per ritirare i giornali che avrebbe distribuito, sempre di notte, in tutte le edicole del comune Sessano, da Roccamonfina al Garigliano, “arrotondando” così il suo stipendio. Spesso lo si vedeva dormiente sui divani del piccolo negozietto, stanco dalle mille attività che conduceva Alberto pur di non far mancare “ nulla”, come si suol dire, alla sua famiglia. Tutto questo non era ben visto da Mario Esposito che a tutti i costi voleva rilevare le attività del piccolo imprenditore. Alberto era sì, un grande lavoratore, ma era anche testardo, perché oltre a non cedere ai ricatti dei suoi aguzzini, li sbeffeggiava in pubblica piazza: un affronto troppo grande per gli “uomini d’onore” della camorra locale che tenevano sotto scacco una cittadina intera, e non era possibile che qualcuno potesse disubbidire ai loro ordini criminali (INSULSI).
Così ci furono le prime minacce anonime, le telefonate, i piccoli attentati, ma niente, Alberto era una roccia che faticava a scalfirsi.
E’ la notte del 24 luglio 1991, le quattro del mattino, e Alberto come suo solito viaggiava con la Kadett Rossa verso San Nicola la Strada ( 60 km andata/ritorno). Al km 183+000 dell’Appia dir. Capua, in loc. “ACQUA GALENA”, tra i comuni di Francolise, Teano e Sessa c’era appostato un commando armato di fucile a canne mozze e due uomini, pronti a “punire l’infame”.
Furono sparati numerosi colpi quella notte, uno addirittura in pieno volto, e il corpo lasciato li, fino a quando non arrivò una chiamata anonima di un passante, che appena vide quello spettacolo indecoroso avvertì la piccola caserma di Sant’Andrea del Pizzone, e il corpo fu trasferito prima all’Ospedale Civile di Capua il “PALASCIANO”, poi al “NUOVO PELLEGRINI” di Napoli, perché Alberto era un temerario, e non morì sul colpo.
“Hai visto? Mario ce l’ha fatta” queste le ultime parole esalate con lo sguardo più che con la bocca, dette alla moglie Antonietta prima di morire intorno alle 12:40 circa.
Al suo capezzale non si presentò una sola istituzione, non vi fu scritta una sola riga dai giornali nazionali e non , perché un “morto ammazzato” anche da morto deve essere subissato. Addirittura c’è chi tentò di ridicolizzare la cosa con frasi ingiuriose, come successe a Don Peppe Diana a Casal di Principe anni dopo, che addirittura fu denominato camorrista dal corriere di Caserta.
Antonietta la moglie, insieme al suo primogenito Giancarlo e agli altri figli (in tutto cinque, quattro maschi e una femminuccia) cercarono invano di continuare l’attività del padre, subendo ancora minacce, dalle stesse persone che uccisero Alberto ( addirittura uno dei figli fu picchiato in presenza di un fratello).
Così insieme al grande Vescovo Raffaele Nogaro, si decise di denunciare gli aguzzini, situazione che portò all’arresto del capoclan storico Mario Esposito nel 1994.
Ora la famiglia vive in una località segreta e protetta, mentre a Maiano sorge il presidio di “LIBERA” intitolato proprio ad Alberto.
La Coop “AL DI LA DEI SOGNI” gestita da Simmaco Perillo e da tanti volontari, si occupa di “rieducare” persone affette da problemi psichici, in un programma che prevede la coltivazione nei campi e la conseguente vendita degli alimenti prodotti da loro, in un’economia “solidale” incredibilmente bella.

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