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Caro Renzi, cosa resterà dei ragazzi nati nel 1980? (e delle loro pensioni)

DiThomas Scalera

Apr 22, 2016

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Il Presidente dell’Inps ci informa che i nati nel 1980 vedranno – forse – la pensione a 75 anni. Una cosa inaccettabile. La palla ora sta al governo, che deve dimezzare i contributi agli under 40. L’altra metà nelle nostre tasche.

di Boris Sollazzo
Boeri, come solo lui sa fare, lancia la bomba. Lo avete mai notato il buon Tito quando deve dare al suo paese una brutta notizia? Sembra quasi goderci, una sorta di Cassandra un po’ sadica, e di solito i suoi annunci sono apocalittici. Veri, ma catastrofici.
Bene, come se non fosse un problema, ha detto ai nati nel 1980 che andranno in pensione a 75 anni. Ora, da nato nel 1978 e da sempre precario, con contributi disseminati in tre diversi enti e con retribuzioni ridicole, dovrei disinteressarmi della cosa. In fondo nel mio lavoro c’è un’alta mortalità precoce anche tra chi non è inviato di guerra – e quindi presumibilmente alla pensione non ci arriverò mai -, ciò che verserò mi darà al massimo una mancia di 300 euro nel caso in cui arriverò all’età tanto ambita, infine sarei pronto a scommettere che dopo il 2045 quel mitico assegno (o bonifico) che arriva dopo il tuo ritiro dall’attività di lavorativa, sarà il premio per degli Hunger Games tra ultrasessantenni.

E però. E però Tito Boeri non può parlare così, impunemente. O meglio, il premier Matteo Renzi, il rottamatore, non può far sì che queste verità vengano diffuse senza alcuna reazione. Nella prima parte della sua avventura politica, quella che coincide con il 2012 per intenderci, ci ha detto in ogni modo che lui è per i giovani, contro la gerontocrazia. Ma negli ultimi tre giorni abbiamo scoperto che con i voucher, i ticket-lavoro si è creato un esercito di 1,5 milioni di precari (quasi tutti ragazzi) che lavorano in una sorta di quasi nero legalizzato e che, appunto, i giovani che Renzi vorrebbe trattenere in Italia, privilegiare rispetto alle altre generazioni, sono destinati a un futuro di schiavitù. Per dire, quasi quattro italiani su 10 muoiono poco prima o poco dopo i 75 anni. Molti, quindi, non avranno il meritato riposo dopo una vita di lavoro (uno nato nel 1980, a 75 anni potrebbe aver lavorato anche 55 anni).
E allora? Questo governo, se davvero vuole cambiare verso, deve sanare quella che ora è una ferita ma, presto, potrebbe divenire un abisso che potrebbe risucchiare questo paese.
Boeri ci dice una cosa evidente a tutti coloro che hanno meno di 40 anni: non solo, come racconta anche il bel film WAX, ci sono generazioni invisibili alla politica, alla società e alla comunicazione, ma il patto generazionale, tra diritti acquisti e diritti mai riconosciuti, non è più neanche sbilanciato, ma drammaticamente rotto.
Se la nuova età pensionabile è 75 anni, più di metà dei lavoratori pagheranno, con i loro contributi, solo le pensioni di padri, zii e nonni. L’altra metà, appunto, moriranno prima di vedere il primo bonifico dell’Inps (o simili). Ora, alcuni di voi diranno: sì, ma papà mi ha comprato casa. Vero, ma questo vuol dire: a) che la vostra classe sociale e l’eredità dei nonni presumibilmente ve lo ha permesso, b) che siamo passati dal patto generazionale, al ricatto generazionale. Non a caso molti figli se ne vanno tardi di casa, sentendosi dare pure dei bamboccioni, e poi si vedono i genitori andare a vivere dalla prole in una vecchiaia sempre più precoce, perché la rete familiare si è sostituita completamente a ogni modello di welfare.
E allora qual è la soluzione? Un cambio totale nella scala delle priorità del governo, a cui non basta il jobs act per cambiare il destino delle generazioni più giovani e penalizzate. Se non vorrà, Renzi, aver ideato solo un placebo, dovrà rompere le logiche di questo paese, soprattutto nel sistema previdenziale, che altrimenti, oltre che suicida, si rivelerà esplosivo.
Non credo che nessun cittadino sotto i 40 anni non voglia contribuire alla salute del proprio paese. Lo diceva anche Kennedy “non chiederti cosa il paese possa fare per te, ma cosa tu possa fare per il paese“. Benissimo. Siamo disposti a versare metà dei contributi che dobbiamo, per mantenere il tenore di vita di chi ci ha rubato opportunità, risorse e possibilità di crescere con un comportamento collettivo, sul lavoro e in generale nelle dinamiche di potere, vampiresco. Li perdoniamo e contribuiremo comunque alla loro sopravvivenza.
Ma, e non si bolli la proposta come semplicistica, è necessario che l’altra metà vada nelle nostre tasche. E’ evidente che lo Stato non sappia, non possa e non voglia occuparsi di noi. Ci consenta almeno di non affogare in una fiscalità che ci sta soffocando.
Se proprio vogliono negarci il futuro, almeno ci consentano di migliorare il nostro presente. E magari, ai più lungimiranti di noi, consentire di provare a trovare un domani alternativo al menefreghismo del disservizio pubblico.
Altrimenti, presto, dovremo fare da soli.
Fonte: Giornalettismo

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Thomas Scalera

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