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Cascano verso San Giuseppe: essere “contadini” per entrare nel cuore della festa

DiThomas Scalera

Mar 16, 2017

In un mondo “sommerso” dall’evoluzione tecnologica, in cui anche i normali rapporti umani sembrano essere messi in discussione, la “FESTIVITA’ DI SAN GIUSEPPE” assume un valore assai importante per le comunità, e per i rapporti che ne conseguono.

E’ importante, quindi, fissare un paio di “punti chiave” per far penetrare la tradizione nei nostri cuori, e per capirne meglio anche le mille sfaccettature, che poi sono le fondamenta su cui si poggia questa tradizione tanto antica, che ad oggi sta conoscendo una sottospecie di “crisi”, legata proprio allo sviluppo tecnologico che rende le nostre vite assai distanti dalle “realtà circostante”.

La sera del 18 marzo (vigilia della festa) è un momento catartico, soprattutto per la “società contadina”.   La tradizione, infatti,  ricade proprio a ridosso della primavera. Ciò significa due cose : E’ appena terminato un “ciclo agrario” e tra pochi giorni ne incomincerà un altro. Questo, forse, è uno dei concetti “ base “ per capire bene l’origine di un rito così “accattivante” e suggestivo, e che da anni attira migliaia di visitatori pronti a riversarsi nelle strade del piccolo paesino Aurunco. La “fine del raccolto”, quindi, con un inverno ormai alle spalle e  che ci lascia in dote le ultime radici di alberi (tuocchi) che verranno ammassati formando enormi falò lungo tutto le strade dell’antico borgo, proprio per esorcizzare l’inverno appena trascorso e propiziare una nuova e florida stagione di raccolto.

Come ogni festa contadina quindi, ognuno ha il libero “accesso al grasso” in una trasposizione quasi “carnevalesca”, come ha descritto il prof. STANZIALE nel suo ultimo libro “la sera del 18 marzo a Cascano”. Questo spiega anche il perché delle case aperte, e dell’accoglienza magnifica che il popolo Cascanese sa offrire in questi giorni. La vita del contadino, misera e faticosa conosceva in questo giorno una “punta di orgoglio”, perché poteva tranquillamente sedersi a tavola con i grandi signori e proprietari terrieri “rovesciando” così convenzioni e rapporti sociali che esistevano nella restante parte dell’anno.

Non sentitevi meravigliati o “fuori luogo” se vi capiterà di entrare in case non vostre e magari sedervi e banchettare con “estranei”, perché è proprio questo lo spirito che serve per vivere al meglio una tradizione “popolare” nel vero senso del termine.

Abbandoniamoci quindi al fare della sera, al vino, ai canti, al sapore morbido della “menestella”(minestra di ceci e fagioli). Lasciamoci accarezzare dalla mollica morbida delle “pagnottelle” ( friabili pani appena sfornati)e sentiamoci tutti cittadini di Cascano, perché in un mondo “razzista” l’accoglienza resta il più grande atto di rivoluzione, e il piccolo borgo aurunco da questo punto di vista, ha tanto da insegnare.

(fonte pupia.tv)

 

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Thomas Scalera

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