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Caserta. Crollo del Pd. L’epitaffio di Mirabelli su un partito defunto

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CASERTA.  A Caserta non c’è più la sinistra democratica del PD.

L’ha distrutta completamente il commissario provinciale il Senatore  Franco Mirabelli, ma anche tanti politici come Oliviero, Caputo, Picierno, Sgambato,  Stefano Graziano ed altri che formano la famosa cricca che non ha mai condiviso l’efficienza e l’organica interpretazione e preparazione dei governi diretti nella provincia di Caserta dalla sinistra democratica a fronteggiare con interventi efficaci le sciagure politiche della provincia casertana.

Non c’è più una sinistra radicale competitiva, non c’è più un Jeremy Corbyn che scali il partito e non c’è un Jean- Luc Melénchon che incarni, da sinistra, la novità populista. 

L’ennesima prova politica negativa del Partito Democratico di Caserta fa insorgere acutamente il problema politico; tanto che per il suo comportamento così deludente verso i problemi aperti dal territorio casertano si somma al suo comportamento vergognoso sulla crisi del Bacino di Crisi di Caserta, dove 1700 lavoratori sono stati condannati a morte dalla politica casertana. 

Questa ulteriore, macroscopica divaricazione tra la condotta del partito, e le condizioni e la necessita della provincia e i sentimenti della gente, non ha mai spinto il PD casertano a prendere una forte iniziativa politica per gli operai di “Terra di Lavoro”. Il Pd casertano  non è più stato un partito di sinistra. Nessuno dei signorotti della politica casertana non ha mai  messo in campo una strategia che potesse risolvere la questione meridionale, nessuno  non ha mai spiegato ai precari  che l’abolizione dell’articolo 18 era una buona notizia anche per loro che sognavano un contratto a tempo indeterminato. Il Pd non ha neppure provato a vincere queste elezioni perché non aveva un messaggio da dare se non “siamo dei buoni amministratori dello status quo”. Caro Senatore Mirabelli  la “sinistra è una bellissima espressione, rimanda alla condivisione del dolore sociale, alle lotte per la libertà, alla tensione verso l’uguaglianza. La sinistra moderna è riformista, è liberale, deve essere radicale nelle sue scelte e nei suoi programmi”. Ecco questa sinistra, quella del Pd ma anche quella di LeU non è stata qui a Caserta mai  liberale, non è stata radicale, non ha teso all’uguaglianza. Il Pd casertano non ha mai chiesto alle forze politiche di sinistra di esaminare una proposta per il lavoro con la ponderazione necessaria e con la consapevolezza dei rischi che incombono sul regime democratico e sui partiti  che – sono stati e sono caro commissario il fondamento della repubblica italiana. La torbida sinistra casertana  insieme a quella nazionale, e’ rimasta prigioniera di un malinteso senso di responsabilità che l’ha spinta a votare tutto quando era inevitabile – la riforma Fornero, per dire – ma senza elaborare alcuna visione del mondo diverso dalla rivendicazione di risultati frutto della congiuntura internazionale più che delle loro scelte politiche. A livello individuale, gli elettori e i militanti della sinistra si sono limitati a quella che Nick Srnicek e Alex Williams, autori di “Inventare il futuro” (Nero editions, collana Not) chiamano “folk politics”: comportamenti individuali con una valenza politica ma privi di alcuna ripercussione. Mangiano nei ristoranti Slow Food, consumano a chilometro zero, leggono Vandana Shiva o Joe Stiglitz, qualcuno ancora perfino Michele Serra, e tanto basta. Nessuna militanza, nessun vero desiderio di capire e condividere quel malessere che in questi anni ha alimentato i populismi di ogni colore. In  questi anni i Cinque Stelle hanno smesso di essere il partito degli arrabbiati. Secondo rilevazioni Ipsos tra 2012 e 2017 (contenute nel libro “M5S”, a cura di Piergiorgio Corbetta per il Mulino): la propensione a votare M5S era al 33 per cento tra gli elettori di sinistra nel 2012 e nel 2017, quando già c’era stato un grosso travaso di voti, era ancora al 24 per cento (e al 27 a destra). Se quel voto potenziale è diventato voto effettivo è perché la sinistra e il centrosinistra non sono stati capaci di dare risposte. O meglio, hanno fatto tante cose buone – una su tutte: il Reddito di inclusione per chi è in povertà assoluta – ma non sono stati capaci di inserirle in una versione organica del mondo che desse, in una parola, speranza. E ai Cinque Stelle è bastato prendere un po’ di professori per bene, sconosciuti ai più ma rassicuranti, con la cravatta e un eloquio civile, per togliere al Pd anche l’ultimo dei suoi vantaggi competitivi, cioè la reputazione di essere l’unica credibile “forza di governo

La sinistra casertana senza un leader politico provinciale  ha perso, si è liquefatta, ma soprattutto non ha saputo spiegare agli operai  casertani la motivazione dell’esclusione di Caserta dalle famose aree complesse di crisi, su questa cosa i vertici regionali del Pd hanno affossato tutto quello che c’era di buono nelle nostra politica economica. La sinistra insieme ai sindacati si sono arresi, dimenticando i principi del grande Berlinguer.  Mirabelli insieme alla sua squadra del cuore  ha sprecato un capitale di fiducia personale e una storia collettiva di cui non si è dimostrato mai all’altezza. I signorotti licenziosi del PD a Caserta hanno imitato completamente  Hollande: sono diventati  tutti becchini. Ora qualcuno che si definisce  salvatore della patria, dall’inferno di Dante alza la voce cercando di ricostruire, di ricominciare quasi da zero. Senza dimenticare quei due aggettivi che citava Veltroni (uno che ha dato un decisivo contributo a questo esito disastroso): liberale ma anche radicale.

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