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Caserta. Gabriele Salvatores alla Reggia per raccontare il suo cinema

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Un altro successo per il ciclo di incontri organizzato da Maestri alla Reggia

la rassegna culturale è incentrata su interviste fatte ai maestri del cinema italiano.

CASERTA – Giovedì 28 novembre nelle magnifica Cappella Palatina della Reggia di Caserta è stato intervistato uno dei più importanti registi del cinema italiano: Gabriele Salvatores. Ad accogliere il regista Lucia Monaco,

docente dell’università Vanvitelli, Remigio Truocchio, direttore artistico e tantissime persone, tra cui studenti universitari e liceali, che hanno seguito con grande curiosità e partecipazione tutto l’evento.

Un’intervista molto interessante con la quale il regista Premio Oscar del film “Mediterraneo” ha svelato molte curiosità non solo sui suoi film, ma anche sulla sua filosofia del fare cinema.

Di fatti il primo aspetto cinematografico sul quale Salvatores si è soffermato in apertura dell’intervista è stato quello di considerare quanto sia fondamentale per un regista sperimentare linguaggi diversi.

Una sperimentazione sviluppatasi soprattutto dopo la vittoria del Premio Oscar nel 1992, “Non è che quando vinci l’Oscar sei più bravo”, ha detto il regista, “Sei esattamente come il giorno prima però la gente si aspetta quello e quindi ho pensato che era necessario provare a fare delle cose che io non sono capace di fare, ma anche che il cinema italiano non frequenta”.

Da qui l’idea di fare il film “Nirvana” nel 1997, film di fantascienza con trama cyberpunk. Un film molto originale per gli anni ‘90, ma anche estremamente legato alla società contemporanea nelle parole del regista:

“Sembra che siamo davvero personaggi di un videogioco con i quali qualcuno sta giocando, se pensiamo a come possono manipolare le nostre informazioni, a come i social ci condizionano e come risulta possibile farci cambiare idea senza che noi ce ne accorgiamo”.

Salvatores ha poi spiegato come il cinema sia un lavoro collettivo in cui c’è bisogno di tanta gente, motivo che lo ha spinto a lavorare molto spesso con gli stessi attori creando una sorta di famiglia allargata sul set in cui ognuno è autore di quel film, compresi gli attori.

 Interessante come in diversi film Salvatores abbia messo qualcosa di personale, soprattutto nel film “Denti” realizzato quando il regista era in preda ad una forte crisi d’amore e quindi si sentiva fortemente identificato nel personaggio principale.

“La metafora del film è che se vuoi far nascere qualcosa di nuovo devi strappare via quello che ormai non funziona più. La Napoli del film è un po’ questa: si deve strappare qualcosa, ma poi è capace di rinascere ogni volta”. Si è poi passati a parlare del film “Educazione siberiana”, uno dei film di maggiore successo del regista, diretto in inglese con grandi attori, primo fra tutti il protagonista John Malkovich.

Il regista parlando del film ha subito messo in luce le differenze tra gli attori italiani e quelli americani che considerano il cinema come un lavoro e in 8/10 ore di lavoro riescono a fare tutto quello che il regista chiede di fare per quella giornata.

“Gli attori americani importanti fanno ancora il provino. Il provino è importante per capire se l’attore e il regista si capiscono. Invece alcuni attori italiani si rifiutano di fare il provino anche con registi importanti”. Inoltre anche in questo film c’è una costante tipica dei film di Salvatores: la presenza di ragazzi adolescenti.

 Il regista ha spiegato come per lui l’adolescenza sia un’età difficile poiché è il momento in cui una persona comincia a formarsi e a decidere chi dovrà essere in futuro. Inoltre è un’età che lo affascina molto perché fatta di cambiamenti e di scelte, due cose che hanno sempre incuriosito il regista.

Rispondendo alle domande di alcune persone del pubblico il regista ha poi evidenziato come sia importante il cinema sociale e come gli altri registi lo fanno partendo dalle storie dei ragazzi disperati della periferia senza mai toccare il potere,

“Non vai mai a toccare il potere perché non è affascinante il nostro potere. Trovo bellissimo il compito del cinema che è quello di rendere visivi i sentimenti”. In chiusura Salvatores si è soffermato sul suo ultimo film “Tutto il mio folle amore”, nelle sale cinematografiche ad ottobre 2019.

Un film in cui il regista ha voluto riannodare i fili del suo cinema con il tema del viaggio, come fulcro centrale del film, e con i suoi compagni del cinema Valeria Golino e Diego Abatantuono, come protagonisti del film insieme a Claudio Santamaria. Raccontando la storia di un giovane ragazzo autistico il regista ha inoltre affrontato un altro tema molto interessante, ma anche molto attuale: quello inerente la figura del padre.

 L’adolescente Vincent infatti cresce con la madre Elena e il marito che lo adotta, ma poi ha l’occasione di conoscere il suo padre naturale con il quale farà un viaggio ricco di sorprese. Anche in questo caso Salvatores ha voluto affrontare un tema che solitamente il cinema italiano on affronta, raccontare la storia di una persona speciale, con uno speciale e considerata invisibile dalla società contemporanea.

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