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Chi è razzista verso chi è razzista è a sua volta razzista? Il paradosso della tolleranza

Oggi, 21 Marzo, si celebra la Giornata Mondiale a favore dell’eliminazione delle discriminazioni razziali. Il razzismo è un atteggiamento psicologico o politico che si esplica in svariate forme e in gradi differenti. Può variare da manifesto a latente o sottile, come più volte abbiamo considerato. Le facce che assume implicano tutte una categorizzazione, cioè una divisione tra gruppi, un Sé che incontra un Altro. E questo è un dato di fatto che non implica di per sé una discriminazione. Tuttavia l’altro non è solo altro da me, è altro da me diverso in senso negativo. È un altro peggiore di me, immeritevole. Il razzismo si radica proprio in questa idea di presunta superiorità o dominanza di un gruppo rispetto ad un altro.

Anche in Italia, malgrado costi ammetterlo, soprattutto all’indomani della nascita del nuovo Governo e della predominanza del Ministro Salvini (soprattutto circa la “questione migranti”) si è sviluppata, o è semplicemente stata “legittimata”, una forma nemmeno tanto velata di razzismo. Da società aperta, Paese ospitale e accogliente, anche noi abbiamo più volte optato per la soluzione di “chiudere i porti”. Non c’è più posto per tutti, qui.

Oggi, anziché soffermarci sul razzismo, proviamo a guardare le cose da un’altra ottica. Sentiamo sovente dire che il mondo cambi a seconda della prospettiva che adottiamo e, quindi, proviamo a spostare il nostro baricentro sull’opposto del razzismo per provare ad “approdare”, termine non scelto proprio a caso, a conclusioni differenti.

L’opposto del razzismo è per definizione la tolleranza. Se andiamo all’etimologia della parola, la tolleranza non è qualcosa di facile da realizzare e, per certi versi, nemmeno bello o necessariamente utile o lodevole. Non è una cosa che va concessa sempre, a tutti indiscriminatamente. Merita un’analisi caso per caso. Tollerare vuol dire “permettere benevolmente qualcosa di negativo” o, in poche parole, “sopportare”.

Nel 1945, nel suo libro ancora attualissimo “La società aperta e i suoi nemici”, il filosofo Karl Popper enunciò il cosiddetto “Paradosso della tolleranza”. Sintetizzato in un’unica domanda, suona all’incirca così: “Chi è intollerante verso chi è intollerante è a sua volta intollerante?” Allo stesso modo, noi ci siamo chiesti “Chi è razzista verso un razzista è a sua volta razzista?”

Immediatamente verrebbe da rispondere di sì ad entrambi i quesiti, esattamente come fece anni dopo il filosofo statunitense John Rawls nel suo saggio “Una teoria della giustizia”. Per definizione, infatti, una persona che voglia risultare tollerante deve necessariamente tollerare anche gli intolleranti. Allo stesso modo, chi si batte contro il razzismo deve accettare i razzisti, pena un controsenso di natura logica. Non farebbe altro che creare un’ulteriore categoria verso cui agire proprio ciò che vuole combattere. È questo il paradosso.

Tuttavia, un po’ come per la questione della libertà che, secondo Martin Luther King “finisce dove comincia quella degli altri” e, quindi, non è illimitata, anche la tolleranza ha, per sua natura (e per fortuna, aggiungerei) dei confini. Se la tolleranza fosse illimitata si autodistruggerebbe. Popper lo chiarisce bene in questo passaggio: “Se estendiamo una tolleranza illimitata anche nei confronti di chi è intollerante, se non siamo preparati a difendere una società tollerante contro l’assalto degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con loro”

Paradossalmente, una persona che voglia sradicare il razzismo deve opporsi ad esso e contro chi è razzista, senza temere di essere razzista a sua volta. O il razzismo prevarrà sempre.  Proprio nello stesso, identico modo in cui una società, per preservare il suo carattere di “apertura” e “tolleranza” deve poter mostrare intolleranza verso l’intolleranza.

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