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Clochard casertana non ricoverata vabbuò, pigliamc o’ cafè –

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CASERTA. Barboni”. È con questo termine, dal connotato negativo, che spesso ci si riferisce ai senzatetto, abitanti del nostro mondo che sembrano appartenere ad un altro.

 

Foto concessa dal gruppo di volontariato “L’Angelo degli Ultimi”

 

A loro sono rivolti rapidi sguardi, un’infinità di invasivi sguardi che li deumanizzano, proprio come oggetti da vetrina.

Foto concessa dal gruppo di volontariato “L’Angelo degli Ultimi” 

Vengono osservati, ma restano invisibili. Una realtà tanto drammatica ci spinge a mettere in atto delle modalità difensive per prenderne le distanze e sentirci diversi. È così che sviluppiamo particolari pregiudizi sugli homeless: “se lo merita perché è un fannullone” (contrapposto al mito tanto diffuso del grande uomo che “partendo dal nulla si fa da sé”), “non si conforma alla società ma sceglie di girare il mondo, perché è assetato di conoscenza” (idea di vagabondaggio dai retaggi romantici), oppure il diametralmente opposto “è una vittima della società”. Ma la realtà è ben più complessa affermano i membri della nota associazione di volontariato “L’Angelo degli Ultimi

I senza fissa dimora presentano oggi una grande varietà di percorsi esistenziali, ribadisce Antonietta D’Albenzio.  Essi finiscono in strada a causa di fattori intrinseci, come un disturbo mentale o fisico, ed estrinseci e contingenti, come ad esempio la perdita di lavoro. È bene specificare, però, che tali cause sono fortemente interconnesse fra loro: la perdita di lavoro può portare a maturare un disturbo mentale o fisico, oppure la comparsa di una malattia può portare alla perdita di lavoro. Inoltre, è possibile definire i fattori individuali che, secondo diversi autori, rendono un individuo ad alto rischio: il genere maschile (probabilmente perché meno tutelati dalle strutture assistenziali), l’abuso da sostanze (più alto rispetto alla popolazione generale), essere single, avere una famiglia di origine disagiata e caotica, essere stranieri (che subiscono il cosiddetto “shock culturale”), essere omosessuali e bisessuali maschi e la presenza di una patologia psichiatrica. La situazione nella nostra città di Caserta afferma ancora  la presidentessa Antonietta D’Albenzio è in continuo aumento. Mercoledì ci siamo ritrovati il caso disperato di Lidia una donna di Santa Maria Capua Vetere con seri problemi di salute alle gambe. Viveva da tempo  sotto la stazione ferroviaria di Caserta. Noi afferma la presidentessa ci siamo impegnati per offrirle sin da subito tutta l’assistenza sanitaria, ma il personale del 118 giunto sul posto ci ha ribadito che il caso di Lidia era di competenza delle istituzioni sociali. Una situazione paradossale. L’avvenimento scoppiato all’interno della stazione  ha riportato drammaticamente in città,  la problematica dei  senza fissa dimora che oggi  a Caserta non ha completamente fine. Quindi affermano con decisione  i volontari ma il protocollo d’intesa esiste realmente nelle politiche sociali della città. Vorremmo poi capire le strutture che se ne occupano se sono  evidentemente sufficienti. Ribadiscono ancora per l’ennesima volta  i volontari che ciò che è successo a Lidia non è una bella immagine per la politica sociale di Caserta. Oggi non ci sono abbastanza posti letto, nemmeno nei periodi di emergenza freddo. Non esiste un protocollo sanitario adeguato, e spesso i pronto soccorso si trovano a gestire delle situazioni assurde  in cui è difficile distinguere la ricerca di un posto dove passare la notte dalla reale emergenza medica. Tutto questo è assurdo. Lidia non è stata curata come si deve purtroppo, nessun centro si è interessato a lei.  La supplenza rispetto alle istituzioni pubbliche si è di fatto trasformata in sostituzione. Non è possibile  quindi negare l’assistenza sanitaria alle persone bisognose sul territorio. L’impressione è che se è facile scivolare verso la condizione di vita  lo è anche perché le iniziative di sostegno e di contrasto che  sono davvero pochissime. E’ davvero vergognoso che nessuno della classe  istituzionale stia mettendo al centro del dibattito questo tema. Che poi non è semplicemente un tema, ma riguarda la vita difficile di queste  persone. Vogliamo ricordare affermano i membri del gruppo associativo del volontariato casertano  come sia sempre molto facile cadere nell’errore di abituarci agli ultimi, alle persone scartate, spesso troppo frettolosamente considerate quasi come dei rifiuti della società. «La persona umana, posta da Dio al culmine del creato, viene spesso scartata, perché si preferiscono le cose che passano. E questo è inaccettabile, perché l’uomo è il bene più prezioso agli occhi di Dio. Ed è grave che ci si abitui a questo scarto; bisogna preoccuparsi, quando la coscienza si anestetizza e non fa più caso al fratello che ci soffre accanto o ai problemi seri del mondo, che diventano solo ritornelli già sentiti nelle stanze dei licenziosi politici. Lidia ora si trova a casa con la figlia, il  processo di esclusione sociale non è solo subito dai senza dimora, ma è anche agito conclude Antonietta D’Albenzio: le persone senza fissa dimora elaborano strategie attive, equilibrate e razionali di adattamento alla città vissuta sulla strada. Modificano il proprio corpo, ristrutturano il proprio sé e le abitudini culturali, violano con consapevolezza molti dei tabù fondanti la nostra cultura, formando una vera e propria sottocultura. Ed è per tale ragione che risulta complicato proporre un’assistenza adeguata ai senza fissa dimora: da un lato, gli homeless presentano un pensiero ossessivo di estraniamento dalla realtà, rifiutano l’assistenza per ragioni ideologiche, psicologiche o igieniche dei servizi a loro disposizione. Dall’altro lato, il pensiero sotteso all’accoglienza considera chi si trova in uno stato di miseria di accettare qualsiasi cosa, ma ciò è un pregiudizio: esistono persone diverse con storie e bisogni diversi, e per questa ragione le macro risposte – grandi mense, grandi dormitori per i senzatetto – sono spersonalizzanti, etichettanti ed emarginanti. L’utilizzo di case famiglia, invece, permette il recupero della persona perché, favorendo l’autonomia e la ripartizione di compiti fra coinquilini, rafforza le potenzialità dell’individuo. Ci auguriamo che tutto questo sia da contorno con le istituzioni casertane, perché oggi  bisogna ridurre i  pregiudizi sui senzatetto, se si pensa che i pregiudizi costruiscono un potente stigma sociale, una prigione invisibile che favorisce il processo di esclusione dalla società: con il passare del tempo, il senzatetto si convince di essere un fallito, un debole, un pazzo, convinzione continuamente confermata dall’ambiente esterno. Per proporre una proposta assistenziale adeguata, e per non contribuire ad alimentare lo stigma, è bene esserne consapevoli.

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