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Il confine della paura

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“Un giorno la paura bussò alla porta, il coraggio si alzò e andò ad aprire e vide che non c’era nessuno”. Ascoltare queste parole del grande Martin Luther King non solo ne rendono giustizia in quanto spessore umano, ma sanno essere cardine di una consapevolezza atavica, senza la quale parleremmo di follia. La paura, al pari degli altri sentimenti, è meritevole di rispetto ed attenzione. Senza di essa si rischierebbero scelte poco sagge, azzardi fini a se stessi, mosse dettate dalla stupidità dell’arroganza, più che dalla, seppur impavida, consapevolezza delle stesse. La paura è importante, demarca il confine tra omertà e partecipazione, donando un senso ben preciso ad entrambe. Altra cosa invece è l’ignavia. Quest’ultima infatti appartiene alla peggiore razza umana in generale. Quella che chiamare “razza” e per la quale usare l’aggettivo “umana” è quasi un’offesa alla nostra specie. Essi sono quelli che, spesso, sanno sempre quale è la migliore soluzione ad ogni problema, salvo non spendere un nanosecondo del proprio tempo per cercare di metterla in pratica. Sono quelli che, finché non toccano la loro stretta cerchia, non muovono un dito, nemmeno se a breve distanza notano la più becera delle ingiustizie, perpetrata a terzi, estranei e diversi, secondo il loro modo di non ragionare. Infine sono quelli che, nonostante un’apparenza “santa”, il battersi il petto in chiesa, le donazioni estemporanee per tentare di smacchiarsi la coscienza nera, non hanno nessuna pietà se non per loro stessi, al più per i propri figli, forse. Forse, appunto. Perché di norma nemmeno pensano ai figli, quando agiscono contro l’umanità e l’ambiente che li ospita. Eppure sanno essere convincenti, queste amebe parassite della società, quando si tratta di “bussare alla porta”, per pretendere obbedienza. D’altronde, dopo secoli passati a convivere con un sistema di potere basato sulla minaccia, sulla dipendenza, sul sopruso, sulla prevaricazione, sembra ovvio e quasi scontato che “certe cose non vadano toccate”. “Ma chi cazzo te lo fa fare”? Quante volte mi sono sentito porre questa frase. E quanti significati diversi ha avuto, la stessa, a seconda di chi la pronunciava. Tanti gli amici che, mossi da una reale preoccupazione per la mia persona, mi hanno sinceramente consigliato di farla finita con le battaglie di giustizia e legalità che portavo avanti. Tante le cosiddette eminenze grigie che, dall’alto dei loro interessi surrogati, hanno finto di preoccuparsi per me, più interessati ai propri di interessi, ovviamente. Per non parlare della politica. Quella con la “p” minuscola. Anzi quella senza la “p”, senza la “o”, e via discorrendo. Quella invisibile, perché è meglio che così sia. Perché è questo il modo in cui siamo abituati a percepirla, a giustificarla, ad idolatrarla. Entità invisibile e onnisciente che, dall’alto della sua onnipotenza, elargisce prebende ai fedeli sudditi lacchè, mentre siede ai tavoli imbanditi coi banditi di cui prima. A scanso di equivoci e per onor del vero, c’è una cosa che, tra le altre, non posso tacere: la paura. Infatti ho seriamente paura. Ma non solo per le minacce ricevute, che prima erano tentativi di corruzione. Ho paura perché non sono un supereroe che possa usare un qualche superpotere al momento opportuno, volando in alto e scansando proiettili, oppure applicare una superforza e mettere a tappeto chiunque voglia aggredirmi. Ho paura perché sono un essere umano, che per natura sa di meritare un mondo più giusto, più equo, più saggio. Ed è quella stessa paura che, per una strana legge di contrappasso, mi rende consapevole delle mie azioni,delle mie parole, dei miei pensieri. Delle mie battaglie, e del fatto che non sono solo “mie”, ma “nostre”. Perché non posseggo l’esclusiva di questa paura, così come non ho quella della lotta. Essa è di tutti coloro che, al di là del bene e del male, sanno distinguerli entrambi, e scelgono da che parte stare. Non ci sono alternative. Non si può rimandare. E se non si sceglie, la scelta la fa il male per te. Fai parte dei “cattivi”,anzi di più, sei alimento e sostegno cardine di questi ultimi. Mentre gli “ultimi”, quelli veri, quelli che non hanno nemmeno la forza di protestare, quelli dove il sangue nelle vene scarseggia, quelli che si adoperano e si districano per una sopravvivenza che chiamare vita è un eufemismo, si riducono a larve umane, senza dignità, senza coraggio, vittime di quella stessa paura che alla fine non riescono nemmeno più a provare. Occorre essere presenti, per non morire. Occorre parteggiare. Sempre. L’ignavia è un falso lusso che nessuno può più consentirsi. Il potere nasce nelle mani del popolo, che in maniera naturale lo esercita nello sviluppo armonico e costante della propria specie. Armonia con i propri simili e con l’ambiente tutt’intorno. Nessuno è migliore al punto di dominare i propri simili, stabilendone le miserie e generando abusi e soprusi. Ed è questo il motivo che rende importante e preziosa la paura. Ripeto, io ho paura. E guai se così non fosse. Infatti è proprio per merito di questa paura che riesco ancora a comprendere la necessità della lotta, contro questo sistema di sopraffazione, dove i pochi credono di poter tenere sotto scacco i più, in un circolo vizioso che sostituisce catene alla libertà collettiva, subordinazione all’indipendenza, angoscia alla felicità. Quella stessa felicità che è diritto inalienabile di tutti. Indistintamente. Figli di una terra e di un cielo che ci genera uguali tra uguali. Figli che spesso perdono il senso della gratuità della propria esistenza, della sua effimera essenza, dei suoi principi insiti nella vita stessa. Si gioca con le parole, creando necessità e riformando ideologie, pensieri, opinioni e credenze; modificando la stessa Storia ed arrogando il falso diritto di accentrare nelle mani dei pochi, il destino dei molti,quando non addirittura di tutti. Si gioca con le persone, che diventano merce di scambio nelle trattative geopolitiche mondiali, mosse da abili burattinai, a loro volta manovrati a monte, in una perversa spirale di potere marcio. Si gioca con l’ambiente, stuprandolo quotidianamente in modo spesso irreversibile, in cambio dell’accumulo di potere, di soldi, di “mali materiali”. Si gioca, soprattutto, un gioco dove le regole cambiano quotidianamente, a seconda dell’esigenza del momento. Affinché non si arrivi mai a una vera, sana, unica, legittima e sacrosanta rivoluzione. Si preferisce giocare. In artifici illusori dove tutto cambia per non lasciar cambiare nulla. In quell’area grigia e maleodorante, dove troppo spesso ci si abitua alla stessa puzza, pur di restare a galla, assoggettati ai “soliti noti ignoti”. Si gioca con le alternative, incanalando la rabbia verso “fazioni” create ad hoc per lasciar sfogare quegli istinti rivoltosi. La parola “popolo” viene abusata e storpiata, a mo di feticcio non sacro, vittima sacrificale all’altare dei “padroni” del Mondo. Infine si gioca con la paura: primo termometro che misura lo spessore di un uomo. Ma chi te lo fa fare? Anche questa semplice domanda cambia di significato a seconda di chi la pone. Un amico sincero (e forse più saggio) potrebbe porla come monito, nella sana ed inequivocabile intenzione di consigliare una certa “tranquillità”. Cambierebbe invece sostanzialmente di significato nel momento in cui a porti tale quesito sia un “membro” del sistema. Eppure, al di là delle più astratte elucubrazioni, esiste un confine ben preciso dove poter misurare, realmente, lo spessore umano, la sua tenuta “sul campo”, il suo principio. Ed è proprio il confine della paura. Accerchiati e braccati ci muoviamo a più livelli senza senso dove nulla è ciò che sembra, troppo spesso a vuoto, troppo spesso per troppa paura, che irrigidisce l’anima e blocca le gambe, rendendoci immobili alla danza della libertà. Lì le catene restano tali, gli schiavi incapaci di ricordare o soltanto immaginare il senso di autodeterminazione. Lì, tra la nebbia della corruzione, della prevaricazione, del dominio, dello sfruttamento, della perversione, dell’inumanità, è il saper ancora provare quel sano senso di paura che può dare ancora contezza delle gesta che siamo chiamati a compiere. E non perché siamo eroi, ma solo perché, consapevoli del nostro destino, non possiamo far finta che tutto vada bene. Così come non possiamo dire che la mafia non esiste, che la corruzione non esiste, che il laico peccato della dimenticanza del proprio stato di esseri umani non sia alla fine un pretesto per autoassolversi nell’atto insulso di vendere la propria anima al sistema che l’ha resa sterile, incapace di provare alcun sentimento. Tra quei sentimenti, ce n’è uno che mi rende ancora vivo e capace di scegliere: la paura, appunto. Quando mi è stato chiesto “ma non pensi che hai una moglie, una figlia e un’altra in arrivo”, ho risposto: “si, certo che ci penso, ogni giorno; ed è proprio perché ci penso ogni giorno, che non ne passerò uno senza lottare perché almeno loro non debbano provare quella paura, che ora sento io”.

Testamento atemporale

L’attesa spezzata … l’umano lottare!

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