• Gio. Ott 21st, 2021

CASAGIOVE. Con l’episodio che stamattina ha sconvolto Casagiove, il suicidio dell’imprenditore caseario Franco Leuci, la società casagiovese,ha toccato con le mani il dramma, il nostro benessere viene scandito dalla crisi economica, dalla grave paralisi in Europa , sia sul piano interno, ma soprattutto sia per la caduta del governo avvenuta in circostanze che tutti conoscevano con la sconfitta del “Si” al Referendum Costituzionale con esiti senza precedenti, proporzionati alla gravità del momento che il Paese sta attraversando. La crisi vera si sta abbattendo impietosamente sugli anelli più deboli della catena economica. Come in qualsiasi situazione di emergenza sono stati fatti, ma soprattutto commessi errori e non si è badato agli effetti secondari che la cura avrebbe potuto avere sul malato pensando, con approssimazione, che a questi si sarebbe potuto provvedere durante la convalescenza. L’ondata di questi suicidi occupa amaramente le cronache degli ultimi mesi. Una tragedia umana e sociale sulla quale non si può, ma soprattutto non si deve più tacere. A decidere di farla finita sono i disoccupati di lungo corso, i lavoratori che non hanno più sostegno, gli imprenditori che perdono il lavoro o sono costretti a chiudere piccole aziende di famiglia: i piccoli imprenditori sono particolarmente a rischio. Significativamente,oggi i casi di suicidio si registrano nelle regioni più dinamiche del Paese (Veneto, Friuli, Trentino, Emilia Romagna e Toscana). Piccoli imprenditori che non riescono a superare la fine del progetto aziendale di una vita, e sono costretti con la realtà a fare i conti con un fallimento vissuto come un’onta. Quando un’impresa fallisce, non è infatti solo l’attività aziendale a fallire, ma il fallimento è anche umano. Viviamo una situazione morale e psicologica che sembra non offrire vie d’uscita. Di fronte ad un evento di così grande impatto, quale il pericolo di fallimento della propria attività, l’imprenditore non vede più opportunità nel futuro. Vede solo la depressione. Si isola interamente dalla comunità, dagli affetti, cambia completamente le abitudini giornaliere. Insomma, non si riesce ad affrontare il tragico crollo delle speranze altrui. La mancanza di aspettative mina la persona, specie se c’è una grave complessa fragilità psicologica. Vi è in queste vicende un senso triste di responsabilità talmente radicato verso i propri familiari, i propri dipendenti, la comunità che impedisce di chiudere l’attività e che finisce completamente per schiacciare l’imprenditore. Vi è la totale paura diffusa di ritornare completamente poveri, senza più nulla. La vergogna, l’umiliazione, l’onore scuotono nel profondo il cuore dell’imprenditore. Sicché la morte rappresenta qualcosa di risolutivo rispetto alle tragiche sofferenze determinate dall’assenza di futuro. Del resto, non tutti hanno eguali canali di accesso al credito, alle agevolazioni, a strumenti di sostegno sociale. Stiamo scrivendo, con tutta probabilità, alcune brutte pagine della crisi. Dobbiamo essere molto attenti su quello che sta succedendo. Questi drastici avvenimenti non sono semplici fatti di cronaca, sono drammi che coinvolgono tutto l’intero sistema di una comunità, perché sono segnali forti, veri e propri campanelli d’allarme. Il suicidio di un imprenditore non è solo un caso umano, non è un caso di crisi esistenziale, oppure caso di una crisi familiare, rappresenta un caso dolorosissimo, dove la spia delle difficoltà oggi opprime la nostra società. Oggi tutti noi svolgiamo sacrifici, vediamo i pagamenti che non arrivano, banche che non concedono credito e che non fanno sconti, istituzioni mute di fronte alle richieste di aiuto. Se l’ondata di suicidi è un fenomeno che bisogna fermare. In questo drammatico scenario le Amministrazioni, le Istituzioni sono assenti. Si avverte purtroppo l’assenza totale di una pianificazione seria in grado di intercettare il malessere del piccolo imprenditore e di contrastare la “crisi suicidaria”, intesa come la nuova crisi psico-sociale del nostro secolo. Ci saremmo aspettati da parte delle forze politiche e delle parti sociali un clima di sostegno, di approccio, di manifestazioni, di solidarietà (anche solo simbolica) nei territori. Niente di tutto ciò è accaduto o comunque assai poco è stato fatto. Il Governo ha dato sin’ora segnali ambigui e contraddittori che spesso hanno finito per accrescere la totale incertezza. Eppure numerose ricerche hanno completamente dimostrato che si potrebbero mettere in campo iniziative efficaci: piccoli investimenti e progetti che offrano un sostegno ai lavoratori e agli imprenditori, dove tutti sarebbero in grado di contenere significativamente il tasso di suicidio e di salvare molte vite. Aiutiamo gli individui in crisi, aprendo sportelli dove si veicolano informazioni, con brochure e personale competente, impostando programmi che aiutino a uscire dalla crisi o a gestire più serenamente la fase del fallimento, ma soprattutto la crisi esistenziale. Strettamente connesse alla spirale di suicidi nel mondo imprenditoriale, sono poi le vicende legate ad Equitalia (minacce, intimidazioni e attacchi contro sedi centrali e periferiche), ente che per fortuna è stato cancellato, ma soprattutto chiuso. La cronologia di questa mescolanza di eventi sta a dimostrare come stia pericolosamente salendo la tensione. Pur condannando in modo assoluto, senza se e senza ma, ogni atto piccolo o grande di violenza, non si possono non sottovalutare i sintomi di uno strisciante malessere sociale, di una inarrestabile deriva civile del tessuto connettivo del nostro Paese. Il rischio è che si fomenti una pericolosa spirale emulativa. Si denuncia da più parti un crescente grado di disumanità del sistema esattoriale e l’assenza di criteri di buon senso. C’è sicuramente più di una riflessione da fare sugli esempi dei tassi di interesse raggiunti dalle cartelle esattoriali, sulla messa all’asta delle prime case o sull’impossibilità per le imprese di compensare debiti e crediti con lo Stato. Il rischio maggiore è che l’azione di riscossione si indirizzi solo sui beni visibili di artigiani e commercianti e lasci invece sostanzialmente intatti gli interessi di chi porta i capitali all’estero o si nasconde dietro dei trust. Il sistema appare sbilanciato: troppo forte con i deboli e debole con i forti.Ci auguriamo che il Governo riveda responsabilmente al più presto il funzionamento di questi sistemi. Ma non basta. Bisogna ridare al Paese un segnale di fiducia. Al rigore della finanza pubblica non vi è alternativa, ma l’Italia può e deve farcela, soprattutto se l’economia riprenderà a crescere. Il che dipenderà da adeguate scelte politiche e imprenditoriali, come da comportamenti diffusi, improntati a laboriosità e dinamismo. Chi non porta i capannoni all’estero e si batte con forza per garantire occupazione nei nostri territori va ascoltato, tutelato ed aiutato. La degenerazione dei rapporti economici è molto profonda e richiede un rapido intervento legislativo che obblighi i soggetti economici a rispettare i tempi di pagamento pattuiti che ricordi alle banche che il loro mestiere è anche quello di sostenere chi fa impresa, soprattutto a fronte delle tante “agevolazioni” ricevute dal Governo. È la scommessa dei prossimi mesi. Dalla crisi ora attuale l’Italia dovrà uscire più rigorosa e più retta, meno statica, moralmente e civilmente più coesa. Tutti noi affermiamo che occorrerà una nuova «forza motivante» perché «si sprigioni e operi la volontà collettiva indispensabile». Occorreranno «coraggio civile e sguardo rivolto con speranza fondata verso il futuro».

Giacinto Di Patre

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