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Festival Internazionale delle Letterature, al via la nuova edizione

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“Ha il mare la sua meccanica como l’amore i suoi simboli”

“L’eroe è colui il quale, al pari di ogni altro mortale, sarà trascinato dietro a un carro nella polvere come cosa inanimata”. Con questa citazione di Simone Weil, pronunciata da Antonio Scurati, il diciassettesimo Festival internazionale delle Letterature ha aperto i battenti nella struggente sede di Massenzio. Anche quest’anno Maria Ida Gaeta, la direttrice del Festival, ha chiesto una consegna inedita: il domani dei classici.

“Ma poco prima di diventare anche lui semplice polvere, l’eroe avrebbe brillato per un istante che sarebbe durato nell’eternità del mito. Il mito, quindi, nel senso etimologico di racconto, è l’unico luogo appropriato all’eroe poco prima che muoia. Il punto di vista dell’eroe, però, è la distanza, meglio se dall’alto. Questa è la giusta dimensione per il racconto epico dell’eroe, che nel punto saliente della sua parabola diventa una “luce piena che investe l’individuo eroico facendolo splendere agli occhi dei suoi contemporanei e attravaerso il racconto delle sue gesta.” L’eroe diventa, quindi, immortale grazie al logos che narra il momento culminante della sua esistenza, la morte. Secondo Antonio Scurati, candidato al premio Strega con M, il figlio del secolo, Bompiani, “la letteratura è stata l’unica religione dei greci perché narra quell’onda di luce piena che ci investe anche per un solo istante di rivelazione e verità, senza ombre nello splendore della guerra.”

La lettura dei testi quest’anno è stata assegnata a Galatea Ranzi che ci ha fatto sentire molta nostalgia per Fabrizio Gifuni.

Proprio al termine della descrizione del duello come forma narrativa per eccellenza della guerra, i percussionisti Antonio Caggiano e Gianluca Ruggeri hanno eseguito Oriazi e Curiazi di Giorgio Battistelli.

Se per Scurati la classicità è propria dell’epos e delle gesta dell’eroe, per Manuel Vilas i classici sono portatori di magia, ma anche di dolore, di ricchezza e amore della vita, ma anche di quell’assenza che impedisce allo scrittore-lettore di accedere ai classici nella loro interezza, come una carammella facilmente ingeribile. Così i testi di Don Chisciotte, di Góngora, del quale è citato lo splendido verso scelto come titolo, vengono citati per addizione del desiderio, ma la sottrazione del limite fisico che ne impedisce inesorailmente la fruizione. E se non tutti i classici si possono amare mediante la lettura, allora vanno considerati alla stregua delle persone. Perché “c’è un punto misterioso della letteratura che invoca l’amore. C’e qualcosa che accomuna lo scrittore al lettore: la necessità di affrontare il mistero della vita. Questo cerchiamo nei classici: il mistero della vita. Uno scrittore è la solitudine in forma di libro. Il lettore è una solitudine racchiusa nella mano che apre un libro. Quando il lettore apre il libro le due solitudini coincidono, però le accomuna anche qualcosa di impudico, una complicità svelata. La solitudine è uno dei grandi enigmi della società umana. Un libro ti può accendere l’anima, ricordarti che esiste la bellezza, che essere liberi è possibile.”

Per Mnuel Vilas la letteratura è una terapia. “Ti può far innamorare di te stesso. Ma bisogna cercare il libro che risolva la tua vita. Io stesso”, confessa, “lo cerco da anni”. La ricerca del libro che possa salvare il lettore lo rende simile alla religiosa ricerca del Santo Graal. La speranza è quella di trovare “il tesoro che alcune pagine chiare, semplici e brevi facciano risuonare nell’anima la campana della gioia”.

“I libri non esistono di per sé, sono ponti verso la vita dei lettori. La bellezza altissima della vita non può essere taciuta. Per questo è nata la letteratura e i classici: Dante, Petrarca, Cervantes, Lorca, Proust, Whitman, Kafka, Tolstoj. Vai a cercare il tuo libro, da qualche parte sta. Magari fosse quello che io ho scritto pensando a te. La vanità della vita è una stupidaggine se comparata alla vanità dello scrittore.” Sarà. Ma quello che è certo che il suo libro, In tutto c’è stata bellezza (edizione Giuanda, traduzione Bruno Arpaia” non mancherà negli scaffali della mia libreria.

La serata si è chiusa con i racconti delle madri narranti di Andrea Satta.

Il Festival, che ha una sessione parallela presso le biblioteche comunali, si protrae fino al 27 giugno presso la Basilica di Massenzio con scrittori pprovenienti da tutto il mondo.

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