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Il caso “Stefano Cucchi” e l’esperimento carcerario di Stanford

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“The line between good and evil is permeable and almost anyone can be induced to cross it when pressured by situational forces”
[P. Zimbardo]

Sulla tragedia che si è abbattuta sulla famiglia Cucchi e l’evoluzione del processo potete trovare molto materiale alla fine di questo scritto.

Dire che l’accaduto ha trovato un epilogo felice sarebbe un eufemismo di cattivo gusto. L’unica, magra consolazione è la svolta circa la confessione del carabiniere che, ci si auspica, potrebbe rendere un po’ di giustizia al povero Stefano.

Visto che non ci sono parole per esprimere il connubio di dolore, rabbia e disgusto per le nefandezze agite su Stefano, in questa sede mi limiterò a tratteggiare un meccanismo psicologico che sovente, purtroppo, sovrasta l’essere umano quando è in “situazione di potere” rispetto ad un altro individuo e trasforma il primo in un vero e proprio aguzzino.

Parto da una premessa: l’essere umano nasce buono o cattivo?

Nell’articolo in cui abbiamo parlato di come insorga il pregiudizio e da questo la discriminazione (discorso poi ripreso anche quando abbiamo enumerato le varie declinazioni di razzismo)abbiamo menzionato Rousseau come autore che, dando un fortissimo rilievo alla questione pedagogica, nella lotta perenne e annosa tra natura e cultura (ovvero se siano i geni piuttosto che l’educazione, o viceversa, a definire l’individuo) presupponeva che “di default” l’essere umano fosse buono e che, se e solo se, lungo il suo percorso di vita avesse esperito la cattiveria e questa si fosse rivelata funzionale, avrebbe cominciato ad adottarla come modus vivendi ed a consolidarla. Sintetizzando, “l’uomo nasce buono, è la società che lo corrompe”.

Sull’altro fronte, il filosofo Hobbes parla di cattiveria intrinseca alla natura umana. L’uomo nasce egoista ed orientato esclusivamente al soddisfacimento dei propri bisogni. In generale, chi è sostenitore della tesi della cattiveria come componente innata segue, nella maggior parte dei casi, una visione scientifico/evoluzionistica, in linea con le teorie darwiniane.  L’affermazione inflazionatissima “la natura non fa salti” vede l’essere umano come un diretto discendente dell’antenato “scimmia” e, pertanto, evidenzia la sua natura animale, laddove con “animale” sottolineiamo prevalentemente la sua parte istintuale. Lo stesso Freud, nella sua seconda topica “Io, Es e Super Io”, afferma che noi nasciamo come Es, ovvero, per dirla con le sue parole, siamo “un calderone di impulsi ribollenti”. L’ Es è quella regione psichica che rappresenta la “parte oscura”, carica di energie pulsionali e priva di qualsiasi concezione di bene e male, amorale. L’es è quindi interamente governato dal principio di piacere, ricerca l’appagamento immediato e persegue come unico scopo il soddisfacimento dei desideri. L’Io nella vita psichica si forma solo più tardi, di fronte al principio di realtà, come parte più superficiale della coscienza che tenta una mediazione tra l’Es e il nostro obiettore di coscienza, il Super Io.

Senza mostrarci a sostegno né dell’una, né dell’altra tesi, in quanto entrambe prive di prove inconfutabili, c’è un esperimento condotto in psicologia sociale che merita comunque attenzione e, in qualche modo, a prescindere dalla domanda “l’uomo nasce buono o cattivo?” sicuramente sostiene il pensiero di Rousseau per cui, posti in determinate situazioni, anche le persone più buone faticano a mantenere la retta via.


Guardie e carcerati: l’esperimento di Stanford

Condotto nel lontano 1971, ma non per questo poco attuale, l’esperimento della prigione di Stanford vede protagonista l’arcinoto psicologo Philip Zimbardo alle prese con la costruzione di una prigione immaginaria in un seminterrato dell’Università di Stanford costituita da finte guardie e carcerati. Per rendere l’idea il più possibile conforme alla realtà, egli divise arbitrariamente i volontari, 24 studenti maschi e bianchi, in guardie e carcerati e fornì loro l’abbigliamento congruo rispetto al ruolo che dovevano interpretare. Divisa bianca con un numero affisso sopra per i finti carcerati e persino calze da donna sul capo, a simulare una rasatura. Le finte guardie avevano occhiali scuri per non mostrare i propri occhi, la classica divisa ed erano munite di fischietto, manette e di manganello con la raccomandazione di non utilizzarlo, era solo per “abbellimento” per rendere al meglio l’idea della simulazione. Non potevano dunque esercitare alcun tipo di violenza sui soggetti che interpretavano i carcerati ma potevano usare il loro “potere” per indurli a svolgere compiti come pulire la propria cella.

I risultati dell’esperimento, sospeso dopo soli 6 giorni anziché la durata prefissata di due settimane, furono agghiaccianti. Le guardie cominciarono ad usare il potere dettato dalla loro divisa contro i carcerati con un’autorefenzialità che sconvolse i ricercatori che, appunto, dovettero sospendere l’esperimento. Erano sempre più crudeli verso i carcerati, li inducevano a fare cose abiette e crudeli, come pulire da soli i propri escrementi, erano severi nelle direttive e placarono a malapena un tentativo di evasione a colpi di manganellate. Tutto ciò andò ben oltre, negativamente parlando, le aspettative dei ricercatori.

La loro deduzione, in sintesi, fu quanto segue:

Le guardie e i carcerati erano stati posti in una situazione di deindividuazione (abbiamo già visto riguardo al razzismo questo fenomeno). L’identità personale va perduta, il potere dettato dall’indossare la divisa pone in una posizione di inevitabile superiorità, sia psicologica (sono una guardia, comando io), sia fisica (io ho il manganello, tu sei ammanettato) che degrada in una perdita del senso di responsabilità, di cognizione circa le conseguenze delle proprie azioni, fino alla comparsa di sentimenti antisociali, lesivi e violenti.

Quando Zimbardo condusse l’esperimento lo fece per tentare una spiegazione alla violenza gratuita esercitata ai danni degli Ebrei nei campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale, ma forse nemmeno lui sospettava che le cose potessero fornire, anche in una simulazione effettuata su soggetti sani e senza alcun tipo di instabilità mentale né inclinazione alla violenza, simili e raccapriccianti risultati.

La morte di Stefano Cucchi dimostra che purtroppo scenari di questo tipo continuano ad imperversare e non trovano argini di controllo, non c’è una spiegazione convincente, né parole di conforto che possano attenuare il dolore. Non so dirvi se l’essere umano nasca buono o cattivo, so per certo, però, che cattivo è sicuramente in grado di diventarlo. Dopo la conduzione dell’esperimento, il ruolo assunto dalle guardie poste in situazione di superiorità e controllo, visti gli esiti nefasti in cui era in incorso e le conseguenze inumane che aveva prodotto, venne definito “effetto Lucifero”. Questo forse può dare una misura circa quanto possa essere sconfinata la cattiveria umana.

Ribadisco quanto nella premessa dell’esperimento: i soggetti erano mentalmente sani e non avevano propensione alla violenza. Tuttavia, val la pena specificare che, nella maggior parte dei casi, concorrono anche specifici tratti di personalità alla generazione incontrollata di violenza per abuso di potere. Ogni tentativo di giustificazione risulterebbe, come già detto, meschino. Persino la comprensione riesce inconcepibile. Come scrisse Tolstoj “Il potere è una parola di cui non capiamo il significato”.

Per approfondimenti sul caso Cucchi:

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