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4 dicembre 2017

Il Vuoto

 

Non avevo idea che potesse esistere il vuoto. Per me anche l’aria aveva una sua consistenza. Così come i pensieri, i sogni, i ricordi, i moti ascensionali degli sguardi persi e di quelli appena nati, i finali di film e gli inizi di vita reale, fatti di sacrifici e passione, mortificazioni e vittorie, lotte e sconfitte. Ma anche di rivincite su una vita matrigna che invochiamo e pretendiamo essere madre. Non avevo vuoti che mi dessero l’idea di esistenza, come non idealizzavo il potere del vuoto, né svuotavo l’idea di potere. Inesorabilmente abile nel consueto, ancora con troppi limiti dovuti all’inconsapevolezza e alla precocità della mia infuocata anima, mi apprestavo fiero a vivere l’immenso spettacolo dell’esistenza. A quei tempi non avevo idea che potesse esistere il vuoto. Tutt’intorno erano colori ed armonie, venti furenti e orizzonti all’apparenza immobili, fissi nel ventre di un Mondo senza colpe. Come poteva, del resto, il nostro Pianeta avere responsabilità per un vuoto non suo? Come si sarebbe potuto creare quel passaggio di consegne tra gli dei e gli esseri umani, senza che questi ultimi fossero coscienti del dono a loro fatto? Eppure accadde. Nonostante tutto e tutti e anche nonostante gli dei. Malgrado l’esistenza mendace della vanagloria. Nonostante le parentesi e i punti sospensivi. Nonostante lo stare dentro o lo stare di fronte. O se preferite a lato. Mentre tutto però appariva “pieno”. Mentre il tutto non permetteva “vuoti” di nessun tipo e dimensione. Quando lo incontrai per la prima volta, ero solo nonostante la gente che mi stava intorno. Mi prese alla sprovvista, senza nessun preavviso. Meravigliosamente intraprendente ma contemporaneamente subdolo e meschino. Di getto, senza nessuna presentazione né colpi alla porta. Senza educazione alcuna, né alcunché da educare. Entrò. Gelidamente intransigente, pretese il mio silenzio, senza chiederlo. E lo ottenne. In quei giorni amavo immaginarmi al di sopra di ogni avversione, menzogna, superficialità ed apparenza. In quei giorni non credevo che gli stessi giorni potessero essere vuoti. O che qualcosa potesse svuotarli. Accadde all’improvviso, come all’improvviso cadono le foglie dagli alberi d’autunno. Solo che era inverno, e non accettavo che i rami fossero secchi da un bel po’. Ero un bambino, anche se mi sforzavo di voler crescere il più presto possibile. Ero un bambino molto legato alla sua mamma. E poi arrivò il vuoto, per la prima volta, spietato. Un attimo prima ero lì vicino a lei, e mentre lo stesso attimo stava per esaurirsi me la portarono via. Non capivo se per sempre oppure no. Mi assicurarono che l’avrei rivista. E la rividi. Più volte. Ma c’era sempre quel senso di vuoto. Implacabile, unica costante negli sbalzi umorali di una madre che stentavo a riconoscere, se non per il suo aspetto fisico, anch’esso a dire il vero leggermente cambiato, nei tratti del viso, nel peso corporeo, ma soprattutto negli occhi. La chiamarono malattia mentale, perché non seppero trovare altro termine. Qualcuno osò azzardare diagnosi paranormali che si avvicinavano a fantomatiche e non meglio precisate “possessioni”. Nessuno poteva trovare le parole per spiegare a un bimbo di 4 anni cosa stesse accadendo dentro al suo mondo, alla parte più importante di esso. Lo avrei capito col tempo. Ringraziando la vita stessa per il dono che mi stava facendo. Combattendo contro l’ignoranza della gente e le perversioni dei “santi” tutt’intorno. Ignorando i falsi sapienti che tutto credevano di conoscere e poter sentenziare e imparando a riconoscere le anime “folli” che avevano la schiena molto più diritta rispetto a loro. Pregiudizi, calunnie, minacce e persino falsi tentativi di aiuto, che si rivelavano ben presto pugnalate a tradimento, furono pane che imparai a scindere dal veleno in esso contenuto. E crescevo, intanto. Quell’uomo, che tanto volevo diventare al più presto, si stava formando molto più velocemente di quanto avessi potuto immaginare. Plasmato dagli schiaffi del vento, venivo forgiato all’umiltà degli intenti. La scuola del dubbio mi insegnò a non dare nulla per scontato, senza per questo farmi schivare le persone che mano a mano incontravo per la mia strada. Anzi, prima timidamente, poi sempre con più sicurezza, le cercavo …  le persone. Non avevo fratelli o sorelle di sangue (e non ne ho) ma tanti ne ho riconosciuti e abbracciati. Cercavo le persone, perché credevo nell’umanità; semplicemente. Il vuoto mi aveva dato una prima, importantissima lezione: riempire la vita, possibilmente in modo da non svuotare quella degli altri, né la propria. Potrei dire che, a distanza di anni, sono diventato forte, che non ho più paura del vuoto, così come si fa col buio. Potrei ma mentirei. Prima a me stesso e poi agli altri. Agli altri a cui tengo, s’intende. Che poi sono la maggioranza di questa umanità, sempre più poco umana, purtroppo. Ho ancora timore del vuoto. Perché nel momento in cui fossi convinto di non provare più tale turbamento, sarebbe come ammettere di essere morto, oppure di essere diventato una persona che non sono: arrogante e cinico, capace di gestire e tenere a bada qualsiasi emozione. Non avevo idea che potesse esistere il vuoto, eppure ho scoperto che è proprio quel vuoto a dare senso alle mie azioni. Ogni volta che vedo mancanza, io cerco di individuarne le cause e, laddove posso, agisco per colmarle, laddove non posso, agisco lo stesso. Ogni volta che trovo crisi, io le interpreto come opportunità; capovolgendo l’inesorabilità imposta in speranza. Una speranza a volte folle, incompresa, quasi sciocca. Una speranza che non può scindersi dall’ideale. Dal vuoto. Dall’azione. Non potrebbe essere altrimenti. Ci sono lotte che vanno fatte, a prescindere dalla certezza del risultato. Perché il solo combatterle vuol dire vincere sul … vuoto! Negli anni ho fatto errori, costruito, distrutto, spezzato, legato, ricomposto, eliminato e ridisegnato mille cocci. Occasioni o soggiogazioni alle quali non volevo accettare né volevo subire. Ero cresciuto sapendo scindere il pane dal veleno e a un tratto mi ritrovai immune da quello stesso veleno. Perché era impossibile non assumerne, seppur a piccole dosi, da quel pane che credevo poter essere purificato alla perfezione. Immune al veleno che hanno tentato (e tentano) in molti di farmi bere, anche e soprattutto a tradimento. Non so se sia stato il vuoto a darmi la forza, quando necessario, di scagliarmi contro chiunque cerchi di scalfirmi. Non lo so e non è importante. Ciò che conta è che, una volta abbracciata la propria missione, non si pensi di poter tornare indietro. “Chi nasce tondo non muore quadro”, si dice dalle mie parti. Ci sono molti cerchi che si fingono quadrati, però. Col fine ultimo di mimetizzarsi e approfittare di chi li circonda. Succede sempre e a più livelli. Succede sempre, almeno che non si sostituiscano i livelli stessi. Una visione “giusta” non è un fatto soggettivo. Se è giusto amare non può essere previsto l’odio. Se si ritiene corretto risollevare le sorti dell’umanità non si può tenerne sotto scacco e in miseria nessuna parte di essa. Il punto è sempre lo stesso: il vuoto. Dimenticarlo significa sentirsi onnipotenti e padroni di tutto, incapaci di vedere quanto vuoto intorno viene creato da tale convinzione. Ricordo una mattina, o forse era un pomeriggio, all’interno dell’ex manicomio di Nocera Inferiore, attuale sede di Giustizia, in cui andai a trovare mia madre. Quel giorno mi aspettavo il vuoto, ma trovai la pienezza più grande che potessi sperare. E non era solo per il fatto che a breve lei sarebbe uscita da lì, ma perché imparavo ad essere attento al dono che quel vuoto mi stava facendo: l’ascoltare, e non solo con l’udito, le persone. Fu con non poca meraviglia che, sempre più frequentemente, mi apprestavo a confrontare le mie impressioni con ciò che era la realtà. Succedeva e succede sia con le persone che con gli elementi del Mondo. Qualcuno(a dire il vero più di uno) ha reputato opportuno definirmi idealista quando parlavo di giustizia, in senso dispregiativo, solo perché non riusciva a comprenderne la necessità. L’urgenza con la quale dobbiamo fare un passo in avanti verso la salvezza della nostra specie, non è più procrastinabile. Il Mondo sta morendo, con i suoi elementi e chi lo abita. La corsa sfrenata agli effimeri piaceri e al potere ci porterà all’estinzione. Di certo non sarà né una cometa che si scaglierà contro la Terra, né la conseguenza di una profezia mistica ma noi stessi a fare in modo di estinguerci nella pienezza della nostra ignoranza, del nostro potere, del nostro egoismo. Mia madre amava dire una frase, soprattutto in certe fasi della sua intensa esistenza: “fermate il Mondo, voglio scendere”. A distanza di tempo, posso dire con serenità che se non fermiamo noi stessi, sarà il Mondo stesso a far scendere noi dalla sua faccia. Non avevo idea che potesse esistere il vuoto, né che potesse salvarci.  A patto però di svuotarci dalle falsi convinzioni e convenzioni in cui siamo abituati a vivere, stavolta si, in maniera inutilmente vuota.

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Eugenio Lato

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