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In sintesi

DiThomas Scalera

Mag 15, 2017

In sintesi: non può esserci sintesi, quando non vi è materiale da sintetizzare …
Scrissero di anni strani, pullulanti di passioni arcane e irregolari, di crisi di parossismo post-industriale votato al capitalismo più assoluto, adulando le circostanze favorevoli che favorivano i “favoriti” di turno: soldi, soldi e ancora soldi. Sempre e solo soldi.
Scrissero di poteri che al denaro abbinarono il “linguaggio”, riuscendo a scinderlo dal “lignaggio”, dandosi una forma, sia pur costruita, di “cultura”.
Scrissero perché impararono a farlo, e poi comprarono anche le testate dove chi già sapeva “scrivere” dovette fare una scelta: prendere uno stipendio e scrivere ciò che volevano i “capi” (magari camuffando a livello inconscio e sotto il proprio “stile” pensieri non propri), oppure scrivere mentre si moriva di fame, al limite sulla carta avanzata di un panino con la mortadella mangiato sul caldo cruscotto di una macchina non propria.
Scrissero di tante cose, a tal punto che dimenticarono anche di ciò che stavano scrivendo quando, ad un tratto, fu data loro la libertà che non sapevano più né riconoscere né, per conseguenza logica (o illogica, se preferite), scrivere.
E fu proprio allora che iniziarono a fare una cosa che non erano più abituati a fare: si misero a parlare.
All’inizio neanche se ne resero conto.
Accadde tutto spontaneamente. Talmente immediata fu la materializzazione del dialogo che in un primo tempo nessuno intuì ciò che, effettivamente, stava accadendo.
Scrissero, o tentarono di farlo, anche di ciò che stava accadendo, ma nessuno riuscì a “tradurre” le parole orali in linguaggio scritto, perché ormai non si trattava più di trascrizione, di eseguire volontà altrui, di mettere in fila “false opinioni precostituite” e volte a influenzare le masse di cui si era parte integrante: quello, come si ebbe modo di constatare non troppo tempo dopo, era “linguaggio vero”, rozzo a volte, balbuziente per la disabitudine, ma composto da concetti liberi, appartenenti a chi li pronunciava e diretti a chi li ascoltava, assimilandoli e rispondendo a sua volta, liberamente.
La chiamarono “rivoluzione” del 2130 dopo Cristo, oggi viene ricordata come il più grande “falso” storico di tutti i tempi.
Si è provato a “cancellare” l’evento, non ci si è accontentati di poterlo “riscrivere”.
Peccato che al tempo il sottoscritto era impiegato come addetto alla distribuzione di file pubblicistici modulari presso la Europress, una delle principali compagnie di informazione del pianeta, o meglio, della parte del Pianeta che si aveva interesse a scrivere,e quindi a rendere “reale”.
Ricordo perfettamente, nonostante la veneranda età di 84 anni suonati, che all’epoca avevo pochissimo tempo per i miei fatti personali (non è che poi nella vita io abbia avuto più “tempo”, però in quello specifico periodo non ero ancora abituato ai ritmi e alle privazioni della schiavitù esistenziale che abbiamo dovuto subire, perdon, non ero abituato al “ritmo del lavoro”.
Era martedì, un fottutissimo, piovoso, rosso rugginoso e farraginoso martedì.
Ed io ero pronto con i microfiles a correre per tutta la città distribuendo nelle varie zone di smistamento informativo le varie “chiavi” di accesso al remote del FreePressWorld.
Feci esattamente ciò che facevo ogni mattina: inserire i codici di accesso nei soliti spazi di accettazione.
E lo feci. Come ogni giorno. Nella monotonia di chi pensa che “un lavoro ne valga un altro” e che serva solo a vivere … (a sopravvivere, come poi scoprii dalla vita stessa).
Quel giorno però accadde qualcosa di diverso, ed io neanche me ne accorsi: i “dati” non vennero trasferiti.
Solo dopo i “tre mesi di coscienza collettiva”, come li chiamiamo noi “partigiani” ancora oggi a distanza di 70 anni, ebbi comprensione di ciò che accadde: un golpe “informativo informatico”.
In un mondo globalizzato dal potere economico e tenuto a bada dalle mistificazioni dell’informazione un gruppo di “libertini”, che furono presto “cancellati” dalla storia scritta, tentarono di ridare libertà di opinione agli zombies al soldo delle lobby. E per un breve tempo ci riuscirono.
Lo fecero con la più banale delle genialità: crearono contemporaneamente diversi articoli in contrasto con le direttive del “sistema”.
Il sistema, ovviamente, prevedeva lo stallo ma non la correzione degli articoli stessi, e così avvenne che quel giorno (e per i tre mesi successivi) nessun articolo fu trasmesso in nessuna parte del “pianeta”.
Si parlò tanto in quei tre mesi, a tal punto che il dialogare tra più di due persone in pubblico divenne reato capitale.
Si parlò tanto e ancora ricordo ciò che mio padre mi disse prima di essere portato via per sempre dalla nostra vita: “Eugenio quando scrivi ricorda che puoi anche uccidere; presta attenzione, calibra le parole, dai importanza al contenuto e, anche se non sarai libero di scrivere ciò che vorrai, tenta di inserire un tuo messaggio. Cerca di fregarli, dagli la forma che vogliono e inserisci qualche tuo messaggio”.
L’ho fatto per tutta la vita, credo di poter anche morire in pace ora che ho decretato la mia condanna a morte con questa dichiarazione.
Ho nascosto tra le parole piccoli abbagli di “rivoluzione”, senza mai poter essere “libero” scrivere ciò che volevo veramente.
Ora lo sono. E per la prima e l’ultima volta, ho scritto veramente “in libertà”.
Viva la rivoluzione. Viva l’indipendenza. Viva l’uomo libero … di scrivere …
 
 

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Thomas Scalera

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