Mar. Ott 22nd, 2019

V-news.it

Quotidiano IN-formazione

In tutto c’è stata bellezza. Il libro di Manuel Vilas

4 min read
EVENTI IN EVIDENZA

A metà tra il memoir, l’antiromanzo, il diario Manuel Vilas scava. Scava come un tornio sempre sullo stesso tema, il passato, a volte riportato addirittura materialmente in forma di foto. Come un refrain di un motivo che si ripete all’infinito. Come una sinfonia che riproduce il primo tema e lo ripete a canone. In modo uguale, ma sempre un po’ diverso. Foto che ricordano quelle nei cassetti dei nostri saloni. Ma più che un semplice ricordo di famiglia, sembra a volte che il passato sia un medium per riesumare, resuscitare, transumanare oggetti, luoghi, tempi, ma, soprattutto, i propri genitori. Da polvere a carne. Forse Manuel Vilas, cerca, con la scrittura, di fare concorrenza a Dio, nel suo tentativo sminuzzato di ridare corpo a chi il corpo non ce l’ha più, di restituire la vita ai suoi genitori attraverso la resurrezione degli oggetti, la ripetizione dei viaggi dell’infanzia (il titolo del romanzo in spagnolo è appunto quello della montagna Ordesia), in un rimando continuo tra presente e ricordo.

Il tornio gira, con la sua implacabile precisione descrittiva, asporta il passato sulla pagina scritta, ricrea atmosfere che hanno puntellato l’infanzia, la giovinezza e che devono sopravvivere all’oblio, alla morte dei corpi, perché “i morti sono le intemperie del passato che arrivano al presente da un richiamo innamorato”, e perché “se i vivi ti vogliono bene, chi sta per morire muore più tranquillo e questo conta.” Per questo ricorda il passato Manuel Vilas, uno dei pochi scrittori a provare un sentimento così semplice, ma così poco frequentato, come la gratitudine verso i propri genitori, perché “sembra che siamo circondati da cose urgenti e in questo modo non valorizziamo, né ricordiamo da dove veniamo”. E inoltre, sostiene in alcune interviste, “ricordare è un modo per cercare se stessi”.

Embed from Getty Images

È una narrazione tentacolare la sua, che si estende a macchia d’olio, negli anfratti segreti e capricciosi del sottoscala. Una narrazione sotteranea, che scardina i criteri canonici: il protagonista, il deuteragonista, il plot, la sottotrama. (per questo pensavo all’antiromanzo, o al romanzo in forma di diario, perché il personaggio non ha un obiettivo, se non quello di ricordare).

Forse la grande sottotraccia che soggiace all’intera tessitura narrativa è la spirale, il movimento lento della conchiglia che copre e protegge la materia. Già dalle prime pagine sorprende e, forse inquieta leggermente, scoprire la coincidenza tra la professione del padre del protagonista, e quella di Gregor Samsa, il protagonista de La metamorfosi di Franz Kafka. La colpa, di Kafka, che l’autore arriva a citare, sembra, infatti, la scenografia dell’intera narrazione, mentre il protagonista lotta nel tentativo di burlare la morte dei genitori, ma forse anche la propria, attraverso l’espediente del ricordo materiale che quasi sempre si trasfigura in tessitura spirituale: “se accarezzo la mia cucina, accarezzo l’anima di mia madre”.

Così il protagonista, questo “io”, che non ha un nome proprio, che attribuisce ai genitori nomi di musicisti, crea un cortocircuito, un gioco di specchi continuo di sapore dürrenmattiano, tra Seat 600, sigarette Winston fumate lentamente, cravatte e completi ben stirati, cucine senza lavatrice, orologi Citizen e funerali senza parenti. Perché la morte, forse, e non la vita è il tema portante di questo romanzo, attraverso un processo inconsapevole di continua scomposizione in fotogrammi che più che fermarla, la vita, la rende opaca, sbiadita. Del resto lo stesso autore, riferendosi alle foto presenti nel romanzo, cita Barthes il quale le associa alla morte. E se queste continue mini-sequenze narrative sono a volte dotate di sbalzi pieni di grazia e di incanto esistenziale, per il loro intrinseco potere metaforico, altre volte sembrano una riproduzione prevedibile di dettagli di cui si immagina già la forma, la sostanza, l’insostenibile ricerca della fuga dall’oblio.

La domanda che resta irrisolta, ed è sicuramente una ricchezza, è se l’intero romanzo sia stato scritto per ricordare i morti, per resuscitarli, o per ricusare o magari agguantare il memento mori, al quale il protagonista ha pensato al punto da creare un alter ego, il “macchinista”, che uscirà da sé solo il giorno della morte.

Manuel Vilas, In tutto c’è stato bellezza, Guanda, 409 pp, 19 euro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Open