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Infliggereste dolore per obbedire ad un ordine? L’esperimento di Milgram

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“Se pensi sia facile violare i vincoli sociali, prova a salire su un autobus e a cantare a squarciagola” [Stanley Milgram]

L’esperimento di Milgram è uno dei più dibattuti in psicologia sociale in quanto ha caratteristiche che sono state, a posteriori, definite poco etiche. La domanda di partenza è: “Cosa dobbiamo aspettarci da un individuo se un’autorità gli chiederà di infliggere sofferenza ad una terza persona? Obbedirà o si rifiuterà?”

Nella valutazione preliminare dell’esperimento, si fa presente che la natura dell’obbedienza che si vuole indagare sia del tipo “spontaneo”, cioè una forma di obbedienza nata senza che l’autorità eserciti eccessiva coercizione. In altre parole, lo sperimentatore si limiterà a fare una richiesta, non di certo priva di esortazione, ma senza giungere a minacce o intimidazioni. L’individuo, pertanto, sentirà la libertà di agire come ritiene sia preferibile. Ci domandiamo: vivrà quell’obbedire come una sorta di operazione meccanica e si sentirà meno responsabile delle conseguenze delle sue azioni, oppure, semplicemente, si rifiuterà di osservare le regole prescritte dall’esaminatore? Sarà in grado di interrogarsi sulla natura dei gesti che gli è ordinato di compiere? Nel caso in cui dovesse avvertire una discrepanza tra i suoi precetti morali e quanto richiesto di fare, si fermerà?

Nella situazione sperimentale, lo sperimentatore vestiva i panni di un ricercatore che dichiarava di indagare gli “effetti delle punizioni sull’apprendimento e sulla memoria”. In realtà era solo una scusa per valutare sia il grado di obbedienza dei soggetti che il rispetto verso l’autorità. I volontari vennero divisi in “insegnanti”, ovvero coloro che dovevano valutare la performance e in caso di errore infliggere una punizione e “allievi”, cioè coloro che dovevano imparare a memoria liste di parole e ripeterle. A questi ultimi venivano legate le mani e fissato un elettrodo su un polso. Senza scendere troppo nel dettaglio, la punizione che gli insegnanti potevano infliggere era quella di somministrare scosse elettriche di voltaggio da 15 a 450 volt, con andamento crescente. Accanto ad ogni leva era presente anche la dicitura “scossa leggera, media, pesante, pericolosa ecc.”, in modo da rendere l’idea di quello che si stava facendo. Ciò di cui gli insegnanti erano ignari era che, in realtà, agli allievi non venisse somministrata alcuna scossa, in quanto complici dello sperimentatore.

Vediamo come si sono comportati gli insegnanti.

Le situazioni sperimentali erano in tutto quattro:

  1. Gli insegnanti per poter infliggere la punizione dovevano poggiare il braccio degli allievi sulla piastra
  2. Gli insegnanti erano ad un metro di distanza dagli allievi
  3. Gli insegnanti non potevano vedere gli allievi ma ne sentivano le grida
  4. Gli insegnanti non potevano né vedere né sentire gli allievi

Ciò che emerse nei risultati fu che la percentuale di soggetti che si spinse ben oltre quanto ci si aspettasse, al punto da infliggere scosse di voltaggio piuttosto elevato (fino a 405 laddove il massimo era 450). Nella prima condizione sperimentale che ovviamente era più dolorosa, abbiamo una percentuale del 30% di insegnanti obbedienti (comunque molto alta), contro il 60% di quelli che si trovavano nella quarta situazione sperimentale e quindi non potevano vedere e sentire i lamenti.

Nel corso di tutto l’esperimento comunque, la sofferenza degli allievi era, se non evidente (prime 3 condizioni), quantomeno desumibile (quarta condizione). Tuttavia quando l’autorità (sperimentatore) li invitava a proseguire nella somministrazione, la maggior parte di essi continuava.

Conclusioni

Come anticipato, l’esperimento mirava a valutare il grado di obbedienza ed il rispetto nei confronti dell’autorità, entrambi meccanismi che si sono rivelati incisivi. Meno facilmente di quanto si presupponesse, infatti, i soggetti/insegnanti si sono ribellati/opposti all’ autorità. Nelle “giustificazioni” offerte a posteriori dagli insegnati, risiedono motivazioni che sottolineano chiaramente il concetto di eteronomia della morale di cui abbiamo parlato all’inizio. Essi infatti commentavano con affermazioni del tipo “l’ho fatto in nome della scienza”, “era una situazione controllata da una persona competente e ho pensato che non nuocesse davvero così tanto”, “era lo sperimentatore che mi invitava a continuare”, “era necessario raccogliere dati sperimentali per studiare la correlazione tra punizione e apprendimento”. Oppure, ancora “mi sono sottoposto volontariamente all’esperimento così come hanno fatto anche gli allievi, quindi erano consapevoli delle conseguenze” (Ricordiamo che gli insegnanti erano ignari del fatto che gli allievi fossero complici e che l’oggetto di indagine non fosse quello raccontato)

Queste risposte, nel loro insieme, non fanno che sottolineare quanto, nell’obbedire ad un ordine, inevitabilmente si deleghi a qualcun altro la responsabilità delle proprie azioni ed avvenga, appunto, il fenomeno ormai noto della deresponsabilizzazione che potremmo definire un precursore di ciò che di più subdolo e abietto siamo capaci di fare (abbiamo già visto che porti al pregiudizio e al razzismo). In conclusione, la scoperta rivelatrice di questo esperimento non risiede tanto nel fatto che si agisca del male per sadismo (il male radicale), quanto nel fatto più generale che non ci si interroghi sulla natura delle proprie azioni e se ne diluisca la portata confinandole come un gesto passivo (di sottomissione) nel solo nome dell’obbedienza nei confronti dell’autorità. Obbedienza che non riesce ad essere contrastata da una propria coscienza e una propria morale.

Come disse lo stesso Milgram: “Forse siamo delle marionette- delle marionette controllate dai vincoli della società. Ma almeno siamo delle marionette dotate di percezione, di consapevolezza. E forse la nostra consapevolezza è il primo passo verso la nostra liberazione.

https://www.v-news.it/rispetto-delle-leggi-e-dellautorita-quando-obbedire-e-nocivo-per-gli-altri-autonomia-ed-eteronomia-della-morale/

https://www.v-news.it/flusso-migratorio-in-italia-che-cose-il-razzismo/


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