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12 febbraio 2018

Insisti e resisti ma se non conquisti, fuggi. Cosa pensa davvero chi espatria?

“Le radici sono importanti, nella vita di un uomo, ma noi uomini abbiamo le gambe, non le radici, e le gambe sono fatte per andare altrove”.

 

Lo scriveva una decade fa Pino Cacucci nella sua opera “Un po’ per amore, un po’ per rabbia”.

Pino è uno scrittore e traduttore italiano, ma a me piace definirlo soprattutto un cantastorie, vista la sua abilità di restituire in forma romanzata trame e biografie di piccoli e grandi “eroi quotidiani”, affinché se ne conservino le tracce. In tutti i suoi romanzi emerge l’ amore per la vita e per i viaggi, lo stimolo e lo stupore dato dall’ esplorare il mondo in tutte le sue sfaccettature e declinazioni culturali. Viaggiare e scrivere sono per Cacucci una cosa sola, un sinolo inscindibile. Tutto ciò che è o è stato, è anche raccontato, diffuso, condiviso. Frammenti di vite che convergono nel più ampio puzzle della memoria collettiva.

In quella frase profetica è contenuta tutta la verità dell’ uomo, pur nella sua apparente ambivalenza: l’ importanza delle radici unita alla possibilità, se non talora proprio la necessità, di muoversi, spostarsi, “andare altrove”.

Nello stesso libro, una sezione intitolata “leggere per r/esistere”. E della resistenza un concetto rinnovato. Non è, come in fisica, forza che il corpo oppone contro la tensione o, come insegnano i libri di storia, violenza che si agisce contro la violenza. Per parafrasare l’ autore, essa è l’ altra faccia della medaglia, assieme alla resa, della voglia di distruggersi. Perché è così: si resiste finché si può, finché c’ è forza, tenacia, coraggio, magari anche speranza, talvolta cieca fede. Ma ad un certo punto bisogna confrontarsi con la realtà nuda e cruda, senza inganni, senza illusioni, senza vuote fantasticherie. E da questo confronto, quando la situazione appare drastica e ai limiti dell’ irrimediabile, emerge quella che lo scrittore definisce fuga. Fuga è l’azione compiuta da chi, dopo aver resistito e poi essersi arreso, e quindi dopo aver tentato sia con attività che con passività di vincere o eludere la realtà, ha intuito che l’unica strada che rimane da percorrere, l’ unica scelta dignitosa, onde evitare di cadere vittima o complice di un sistema malato, è andare via. Non è vigliaccheria, esimersi dalle responsabilità, lasciar perdere, rinunciare. È constatazione dei fatti: qui non cambia mai nulla.

Che si sentano così le persone che espatriano?

Lo chiede una persona che ha vissuto in Italia tutta la sua giovane vita. In salute e in malattia, in ricchezza e in povertà, la Bella Italia. Ma da che parte stare oggi che ho quasi 30 anni e vedo con più consapevolezza, forse anche lungimiranza? Posso mica etichettare come vigliacchi quelli che sono andati via e i tanti altri che se ne andranno? E se fossero loro i coraggiosi? Me lo domando spesso. Perché certo ce ne vuole di coraggio per restare in un posto che sai abbia bisogno di rinnovo, di ristrutturazione, nella più felice delle ipotesi forse addirittura di un abbattimento radicale e una ricostruzione ex novo. Ma tanto ce ne vuole pure a lasciare la tua culla, estirpare le tue radici, migrare verso l’ignoto. O forse non pensate sia ignoto? Probabilmente prima di partire vi sarete fatti i vostri conti e avrete pensato che a prescindere da quello che  il vostro nuovo posto vi avrebbe riservato, sarebbe stato senz’altro meglio di quello che avreste potuto trovare qui.

Io sono stata fin da adolescente uno spirito avventuriero, noncurante del rischio e anzi affascinata dal nuovo, bello o brutto poco importa. Nel bene o nel male si deve cambiare. Perché per me cambiamento era sinonimo di evoluzione, a prescindere. E  quale cambiamento meglio riuscito che lasciare la propria Patria? Emigrare, espatriare, fuggire non nel senso “cacucciano” del termine. Fuggire proprio nel senso di prendere “armi e bagagli” e andare via, chiudendomi la porta alle spalle senza troppo rimuginare, starci a pensare, crogiolarmi nella pippa mentale del “diamo un’altra possibilità a questo posto, magari cambia”. Pronta quindi ad abbandonare la casa, gli affetti, le amicizie, la sicurezza della propria lingua, i paesaggi meravigliosi, il caffè e la pizza inimitabili, quel profumo inconfondibile di storia, di arte, di cultura. E tutte queste cose adesso, come il canto delle Sirene per Ulisse, costituiscono per me un richiamo ancestrale ineludibile. Posso viaggiare, occasionalmente andare altrove, goderne le meraviglie, ma ho bisogno di sentire dentro di me che c’è un posto verso il quale tornerò, dopo aver fatto il giro del mondo. Quel posto, lo chiamo “casa”.

Ma ci sono anche quelli che senza dare spazio a rimpianti o rimorsi di qualsiasi natura, senza cadere in momenti ciclici di nostalgia o malinconia, vivono nella vivida e ferma consapevolezza che tanto qui non si viene accolti come si merita. Perché questo è quello con cui la maggior parte delle persone che espatria fa i conti. E chi se ne va non lo fa per spirito di ribellione, come ho sempre sostenuto. Lo fa perché ad un certo punto, segue l’iter delineato da Cacucci: resistenza- resa- fuga. Per quanto sia brutto da sostenere e lo dico da patriota, con l’ amaro in bocca e il gelo nel cuore, la gente se ne va perché è insofferente, esausta, sfinita. Non ce la fa a sostenere il peso di non vedersi riconosciuti i propri meriti, frutto di un percorso tortuoso e in salita, carico di sacrifici e rinunce. Non ce la fa a vivere di vana gloria e di illusioni, nell’allucinazione perenne di un traguardo che sembra non profilarsi all’orizzonte. Chi di speranza vive, disperato muore, Italia.  C’è chi sostiene che chi se ne va depaupera il proprio Paese, non lo arricchisce. Per questo si parla tanto di fuga di cervelli. A queste persone, che vogliono lasciare lo stivale, che hanno coraggio da vendere, altro che codardia,   voglio dire di farlo senza troppo rammarico perché la verità  è una sola: noi non siamo solo cittadini italiani, noi siamo cittadini del mondo e ogni posto per noi deve poter essere “casa”.

 

http://www.v-news.it/da-grande-voglio-fare-il-posto-fisso-sei-davvero-chi-avresti-voluto-essere/

 

 

http://www.v-news.it/elezioni-politiche-da-oggi-a-domenica-si-depositano-i-simboli-curiosita-e-statistiche/

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Maria Piacente

Maria Piacente, classe 1989, laureata in scienze e tecniche psicologiche, studentessa in Neuroscienze cognitive

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