• Mar. Set 28th, 2021

“Io ne ho viste cose…” – Blade Runner e la ricerca dell’umanità

“Io ne ho viste cose…” – Blade Runner e la ricerca dell’umanità. Trama e commento ai temi affrontati in Blade Runner (1982).

Pur conoscendo la famosa citazione che dà il nome a questa rubrica, “Io ne ho viste, cose, che voi umani non potreste immaginarvi”, poche persone sapranno dirvi che essa è tratta da un film di nome Blade Runner. Ancor meno persone, invece, conosceranno la storia alle spalle di queste parole, frutto della consapevolezza di un destino che non può essere modificato, non importa quanto si provi. La pellicola, ispirata al romanzo Il cacciatore di androidi (1968) di Philip K. Dick e diretta da Ridley Scott, fu pubblicata nel 1982 (assumendo la sua forma definitiva nella versione The Final Cut del 2007), distinguendosi immediatamente per lo stile con cui rappresenta la Los Angeles del 2019: la combinazione unica di un’ambientazione prevalentemente futuristica (in cui insegne al neon, megaschermi pubblicitari e automobili volanti la fanno da padroni) ad un’atmosfera decisamente noir.

[SPOILER ALERT]

L’autore ritiene doveroso informare che, da qui in avanti, saranno rivelati elementi della trama. Uomo – o replicante – avvisato…

Locandina pubblicitaria del film.

Quella in cui si muove Rick Deckard (Harrison Ford), protagonista del film, è una realtà distopica in cui lingue, razze e culture differenti convivono insieme in uno scenario fatto di imponenti e avveniristiche strutture industriali ed edifici di stile Anni 1950. Non si commetta l’errore di immaginare un simile grado di sviluppo sociale e urbano come un’idillica utopia, poiché il prezzo pagato per essa è stato alto: l’inquinamento e il sovraffollamento hanno determinato la necessità di fondare colonie extra-mondo su pianeti più vivibili. Chi scrive ha la certezza che, agli occhi dello spettatore, un tale scenario di luci colorate e costanti luce notturna e pioggia, risulterà a tratti ipnotico, a tratti psichedelico e angosciante.

L’inquinamento della Los Angeles “2019” copre la luce solare e causa pioggia costante.

Allo squallore del fatto che il genere umano stia portando avanti questa impresa attraverso campagne militari (ciò sembra essere suggerito dalla descrizione di “navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione” nel monologo finale), si aggiunge il serio problema etico dei Replicanti. Progettati dalla Tyrell Corporation per essere impiegati come operai e membri dei corpi militari, i replicanti sono copie artificiali degli esseri umani, superiori a questi in forza e riflessi, ma con una durata della vita limitata a quattro anni. Nel 2018, a seguito della rivolta di un plotone militare di replicanti modello Nexus 6, una legge ha vietato la presenza degli androidi sulla Terra; in caso di insubordinazione, uno speciale corpo di polizia di cui Deckard fa parte (denominato Blade Runner) è autorizzato a “ritirarli”, ossia ucciderli. Date queste premesse, le vicende della pellicola vedono il protagonista impegnato in una missione, con bersaglio quattro Nexus 6, guidati da Roy Batty (Rutger Hauer), giunti a Los Angeles per entrare di nascosto nella sede della Tyrell.

Durante la missione, Deckard fa la conoscenza dell’assistente del presidente Eldon Tyrell, Rachael (Sean Young), una replicante inconsapevole di esserlo a causa dei falsi ricordi che le sono stati impiantati. Tra i due sboccerà una storia sentimentale. È quando assistiamo al graduale crollo delle certezze di costei, messa faccia a faccia da Deckard con la verità che il suo è un passato artificiale, che ci rendiamo conto di quanto alienante sia la società del “2019”. Alienante, perché solo in noi spettatori e non nella gente che in quella società ci abita, sorgono i seguenti interrogativi:

I replicanti sono perfettamente in grado di provare sensazioni, emozioni e sentimenti; è giusto, quindi, trattare come una macchina, sottoponendo a fatica, sofferenza e duro lavoro, qualcosa che ha lo stesso aspetto, struttura e capacità cognitiva degli esseri umani umani? Cosa ci leggittima a stabilire che un essere umano nato per parto debba essere migliore di uno nato in provetta? Soprattutto, se il progresso ha un prezzo, perché i replicanti dovrebbero essere coloro che ne pagano la parte più grande?

Deckard (Harrison Ford) sembra rendersi conto di qualcosa.

Durante l’ultima parte del film, comprendiamo i motivi che hanno spinto gli ormai ultimi due rimasti Nexus 6, Roy Batty e Pris (gli unici compagni rimasti l’uno per l’altra), a introdursi nell’edificio della Tyrell: essi desiderano chiedere aiuto al loro creatore, il presidente Tyrell, perché possa estendere la durata della loro vita. La richiesta, che essi riescono a sottoporre direttamente allo stesso, non viene accettata in quanto “produrre un’alterazione nella evoluzione delle strutture di una vita organica è fatale”. La disperazione per l’impossibilità di intervento da parte dell’unica persona che potesse aiutarlo spinge Roy ad uccidere il presidente stesso.

Successivamente, Pris muore per mano di Deckard, ne segue una colluttazione tra questi e Roy il quale, in un primo momento, sembra avere la meglio sull’agente. Tuttavia, dopo aver compreso che il suo ciclo vitale si appresta a giungere al termine, l’androide si rende conto di come sia inutile sporcarsi ulteriormente le mani di sangue e decide di sacrificare le ultime energie per salvare la vita al suo avversario da una caduta nel vuoto. Si disattiverà poco dopo serenamente, rimpiangendo solo che, come quella di milioni di replicanti, la storia della sua vita andrà perduta “come lacrime nella pioggia”. Non è il solo ad avere un’epifania: anche Deckard comprende, grazie all’esperienza di vita appesa ad un filo di poco prima, come ci si senta a trascorrere la propria esistenza col terrore della morte, proprio come uno schiavo, e come ogni vita debba essere trattata con la stessa dignità.

“Io ne ho viste cose, che voi umani non potreste immaginarvi…”
Roy Batty mentre pronuncia uno dei monologhi più famosi della storia del cinema.

Difficile certamente dire che il fine di Roy Batty giustificasse le azioni compiute per portarlo a compimento, ma il suo ultimo gesto ha una conseguenza importante. Lo stesso impassibile e freddo cacciatore di replicanti Deckard, infatti, trascorrerà gli anni successivi della sua vita a scappare proprio insieme ad un replicante, nel tentativo di difenderlo: si tratta di Rachael, l’unica persona per cui l’agente provi dei sentimenti. È grazie a quel sacrificio, che Deckard comprende la risposta all’interrogativo riguardo a cosa lo renda realmente differente rispetto ad un essere artificiale, al di là del mero aspetto della limitazione temporale: niente.

L’androide è paragonato alla luce che, ardendo col doppio di splendore, brucia per metà tempo. Forse ciò sta a significare le sue straordinarie imprese nelle colonie extra-mondo che nessuno, né noi spettatori (perché non ci sono state raccontate), né una società così priva di pietà come quella della Los Angeles del “2019”, ricorderà (in fondo, metafora dell’esistenza effimera di ogni essere umano). Ma è innegabile che il personaggio di Roy Batty, in quanto colui che ha insegnato nuovamente l’umanità ad un essere umano, si sia guadagnato un posto nel cuore degli appassionati di film di fantascienza e non solo. Da questo punto di vista, egli è – come recita anche lo slogan della Tyrell Corporation – “Più umano dell’umano”.

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Francesco De Dominicis

Classe 1995, Francesco (in arte Frank Dedo) è specializzato in Lingue e Civiltà Orientali all'Orientale di Napoli. Tra un articolo e l'altro, adora guardare vecchi film del cinema cult, scrivere racconti e canzoni e strimpellare strumenti vari.