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“Io ne ho viste cose…” – The Truman Show e gli effetti dei media

“Io ne ho viste cose…” – The Truman Show, trama e commento a The Truman Show (1998) di Peter Weir (con Jim Carrey) e agli effetti dei media.

Qual è la ragione per cui determinati film, più di altri, restano impressi nella mente di una persona? La loro trama? La spettacolarità degli effetti speciali? Il messaggio che il regista intende lanciare allo spettatore? Il sottoscritto crede che non esista (e non dovrebbe esistere) una risposta univoca a questa domanda. Piuttosto, il compito di rintracciare l’aspetto più memorabile, in questa o quella determinata opera cinematografica, dovrebbe spettare alla persona che di essa usufruisce e al suo spirito critico.

Dal momento che persino un capolavoro elogiato unanimemente dalla critica e vincitore di premi, agli occhi di un pubblico non interessato, può non piacere, anche in questa rubrica si evita di assegnare giudizi di valore. Sarebbe impossibile, infatti, stabilire una scala di giudizio che racchiuda tutti gli elementi che rendono tale un bel film.

Ad esempio, ciò che ha sempre colpito il sottoscritto di un film come The Truman Show, diretto nel 1998 da Peter Weir, è la sua particolare capacità di prevedere il futuro. Candidato a tre premi Oscar 1999 e vincitore di tre BAFTA e altrettanti Golden Globe, The Truman Show narra la storia di un uomo di nome Truman Burbank (interpretato da un magistrale Jim Carrey).

[SPOILER ALERT] Nel rispetto di chi non ha mai visto The Truman Show, si avvisa che, di seguito, verranno rivelati elementi della trama. Se non si desidera conoscere tali informazioni, non è raccomandabile leggere oltre questo avvertimento.

Locandina del film (Fonte: Wikipedia ελληνικά)

Seaheaven, la città dove il protagonista risiede e che, ai suoi occhi, risulta essere una normale località insulare d’America, in realtà nasconde un grande segreto. Essa è un immenso set cinematografico dove, non soltanto il giorno e la notte, ma anche tutti i fenomeni atmosferici, sono generati artificialmente. Inoltre, tutti i residenti della città sono comparse pagate di un programma televisivo di grande successo, The Truman Show.

In altre parole, la vita di Truman, ad insaputa dello stesso, è registrata (24 ore su 24) e guardata in mondovisione fin da quando era neonato. Sempre senza che il giovane lo sappia, ogni singolo aspetto della sua esistenza, comprese le persone con cui interagisce, è stabilito da una troupe capeggiata da Christof (Ed Harris), regista e principale sceneggiatore dello show.

Scelto tra sei nati da gravidanze indesiderate, Truman è, quindi, per usare le parole di una giornalista: “Il primo bambino al mondo ad essere stato legalmente adottato da una società”. Nella sua perfetta, seppur fittizia realtà, Truman vive una routine fatta del suo lavoro all’agenzia immobiliare e dei pomeriggi trascorsi con il suo migliore amico Marlon (Noah Emmerich), sua moglie Meryl (Laura Linney) e sua madre Angela (Holland Taylor) – nomi finti come le loro identità. Anche di essi, egli non sospetta che siano attori, né che non ricambino realmente il suo affetto (cosa di cui noi spettatori, invece, ci accorgiamo eccome).

Intervallata a questa routine, è proposta una serie di flashback. Il primo mostra come Christof e gli autori, nel corso degli anni, abbiano escogitato accorgimenti che scoraggiassero la loro stella a lasciare l’isola. Quando si sono accorti che cartelloni pubblicitari e messaggi televisivi su quanto fosse pericoloso viaggiare non bastassero più, hanno inscenato l’annegamento di Kirk (Brian Delate), “padre” dell’allora ragazzo Truman. Lo stratagemma sembra aver funzionato poiché, da quel giorno, questi vive con il terrore del mare aperto.

Truman Burbank, protagonista del film.

La produzione non ha, però, idea che egli abbia conservato la sua capacità di nutrire sentimenti e desideri su cui loro non hanno alcun controllo. In un altro flashback, infatti, nonostante fosse previsto dalla sceneggiatura che, durante gli anni del college, Truman incontrasse la sua futura moglie Meryl, comprendiamo come egli si sia innamorato di Lauren Garlande, una delle comparse, il cui vero nome è Sylvia.

Durante una fuga romantica tra i due, la ragazza è stata portata via da un componente dello staff prima che potesse confessare a Truman la verità sulla vita di lui. Da allora, egli conserva il ricordo di lei e sogna di poter imbarcarsi alla volta delle isole Fiji (dove è stato detto che sarebbe stata portata) soltanto per poterla rincontrare.

Truman tenta di ricostruire, riuscendoci (a destra), il volto di Sylvia a partire da ritagli di riviste.

Truman comincia ad accorgersi di eventi bizzarri, come la accidentale caduta di un riflettore dell’immenso set cinematografico dal cielo e l’esistenza di una frequenza radio che descrive con precisione gli spostamenti di lui. L’evento che, tuttavia, comincia veramente a renderlo sospettoso, è la breve ricomparsa del padre Kirk, infiltratosi nel set vestito da senzatetto e subito cacciato via.

Man mano, il protagonista giunge a rendersi conto di come le stesse persone e macchine passino costantemente per la stessa strada e di come ogni suo comportamento o decisione si rifletta negli eventi della città. Rileggendo gli eventi passati in relazione a questi avvenimenti, capisce come qualcuno lo stia osservando e voglia, per qualche ragione, impedirgli di allontanarsi dal luogo in cui risiede.

Un giorno, Truman decide di allontanarsi dalla città alla volta del porto, trascinando con sé, in maniera per lei del tutto inaspettata, sua moglie Meryl. Com’era prevedibile, i due trovano ogni strada bloccata dalle emergenze più assurde e disparate (come una perdita alla centrale nucleare), il che conferma a Truman la fondatezza dei suoi dubbi.

L’uomo, una volta a casa, coglie Meryl a fare della reclame per il prodotto di uno sponsor del programma, e capisce che anche lei è coinvolta in qualunque cosa stia accadendo. Solo l’intervento di Marlon, mandato a casa Burbank dalla troupe, impedisce che l’evento sfoci in tragedia per la donna, la quale deciderà comunque di abbandonare lo show poco dopo.

Alla luce di quanto appena accaduto, Christof decide di giocare un asso nella manica, preparato per intervenire su ciò che aveva, in primo luogo, così destabilizzato Truman. Quella sera si chiude, quindi, con la reintroduzione di Kirk nel cast dello show e l’incontro di questi con il giovane Burbank. Grazie all'”inaspettato” colpo di scena, lo show guadagna numeri altissimi in termini di ascolti, e anche Truman sembra aver riacquisito la serenità di sempre.

Nonostante questo, una notte di alcuni giorni dopo, Truman risulta irreperibile dalle inquadrature di tutte le telecamere di casa sua e dei luoghi che frequenta. Christof è quindi costretto, per la prima volta nella storia della trasmissione, a sospendere la diretta televisiva, lasciando gli spettatori attoniti – compresa Sylvia che, anche dopo la sua uscita dal programma, ne ha continuato a seguire le vicende. Tutti i membri del cast sono mobilitati a cercare Truman per tutta l’isola. Solo una volta acceso il sole artificiale (quindi, interrotto il normale ciclo giorno-notte), il protagonista è individuato proprio nell’unico posto dove nessuno si sarebbe mai sognato di andare a guardare: l’acqua.

La diretta riprende con Truman che, vinta la sua paura del mare, sta conducendo la sua barca nelle acque del set con l’obbiettivo di allontanarsi da Seaheaven. Christof, andando contro le proteste dei suoi stessi produttori, decide di generare una violenta tempesta nel tentativo di capovolgere la piccola imbarcazione e spaventare il suo capitano al punto da farlo tornare indietro. Pur subendo la furia della burrasca, Truman è in grado di riprendere poco dopo la navigazione, finché non colpisce con la prua una parete dipinta del set.

Lì vicina, poco distante, vi è una piccola rampa di scale che conduce ad una porta di uscita. A quel punto, Christof decide giocarsi il tutto e per tutto, e rivolgere in prima persona la parola alla star dello show attraverso un sistema di altoparlanti. Gli confessa di essere “il creatore… di uno show televisivo che dà speranza, gioia ed esalta milioni di persone”; che Truman era cosi bello da guardare proprio perché unica cosa vera di quella realtà. Aggiunge, inoltre, nel tentativo di persuaderlo a rimanere, che nel mondo reale non troverà meno falsità ed inganni ma che, restando a Seaheaven, non correrà mai pericoli. Nonostante la possibilità offertagli, Truman decide comunque di varcare quella porta, oltre la quale Sylvia si precipita ad incontrarlo.

Christof tenta di persuadere Truman a restare nella realtà di Seaheaven.

The Truman Show è forse uno dei prodotti con più tensione psicologica che il cinema americano abbia mai concepito e realizzato. Il motivo per cui non ci si rende conto facilmente di ciò alla prima visione è che esso possiede una fotografia che lo maschera abilmente da film per famiglie. Pur non essendo esplicitati, concentrandosi il film principalmente sull’azione, molteplici sono gli aspetti che farebbero rabbrividire la persona che riflettesse sulle implicazioni di una trama così. 

Il primo è dato dalle trasgressioni che i produttori dello show commettono nei confronti di Truman. Parliamo di violazione della privacy, imprigionamento, istigazione di danni psicologici che rimarranno anche al di fuori del set, insieme alla sua istruzione scolastica e professionale quasi sicuramente farlocca. Ci si augura che un reality show che infici in maniera così dannosa su una singola persona (ricordiamo, a sua insaputa) sia qualcosa di destinato a rimanere per sempre solo un espediente narrativo. Innegabilmente, però, questo aspetto finisce per gettare ombre inquietanti anche sui tanti reality show che ci vengono quotidianamente propinati dalle emittenti.

Il secondo è quello che spinge a domandarsi cosa si sarebbe disposti a fare ad altri o accettare che essi subiscano, pur di ottenere un profitto. A molteplici tipi di interesse corrispondono personaggi della pellicola che, pur notando il malessere di Truman, pensano solamente a volerlo rendere “mansueto”. 

Il terzo punto di riflessione è, invece, l’aspetto che ci tocca più da vicino. Ciò a cui prima si faceva riferimento con “capacità di prevedere il futuro” sta nel fatto che, proprio come nel film di Weir, la presenza dei media all’interno delle nostre vite acquisisce una estensione ed una rilevanza sempre maggiore. Proprio questo rappresenta un argomento altamente sdoganato, nella rilettura che l’epoca attuale fa del film, ma anche uno dei più complessi. 

Il sottoscritto si sente di fornire una chiave di interpretazione in cui l’isola artificiale e la cabina di regia simboleggiano il potere dei media di influenzare scelte e opinioni personali. Altra metafora utilizzabile riguarda i messaggi subliminali su quanto fosse pericoloso lasciare l’isola, trasmessi nelle TV di Seaheaven perché Truman li vedesse.

Essi rappresentano l’utilizzo strumentale del sensazionalismo, da parte di alcune testate giornalistiche con una direzione politica ben specifica, per mettere nella testa della gente pregiudizi o idee costruite su misura. Da ciò non deriva solo un atteggiamento poco accomodante nei confronti di popolazioni straniere, ma anche su tutto ciò che non appartiene alla sfera del proprio ordinario. Eppure, persino a scuola, si insegna che la definizione della propria identità passa anche attraverso l’accettazione dell’alterità ed il dialogo con il diverso.  

Nonostante il tentativo di costruire in lui delle vere e proprie barriere mentali, Truman è e resta un individuo ancora in grado di pensare liberamente. Lo stesso principio per cui una persona non dovrebbe permettere ad una recensione di influenzare il proprio giudizio su un determinato film – il discorso fatto all’inizio – lo si ritrova anche qui. È necessario non essere necessariamente disposti ad assorbire passivamente l’ideologia e l’impostazione delle narrazioni di un singolo giornale o telegiornale. Sarebbe meglio, piuttosto, impiegare il proprio spirito critico per valutare una prospettiva differente.

Truman si congeda dal pubblico pronunciando il suo tormentone:
“Casomai non vi rivedessi, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte”.

Infine, chiunque riuscirebbe ad analizzare le tematiche di questo film con la (un po’ qualunquista) retorica degli effetti negativi che i media hanno sui giovani d’oggi, e via discorrendo. Ciò sarebbe, tuttavia, negare gli altrettanti innegabili vantaggi che essi hanno apportato alla velocità di trasmissione delle informazioni. Sarebbe il caso, forse, di pensare che essi non siano intrinsecamente né buoni, né dannosi, e che stia a noi decidere se controllarli o farci controllare da essi.

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Francesco De Dominicis
Classe 1995, Francesco (in arte Frank Dedo) è specializzato in Lingue e Civiltà Orientali all'Orientale di Napoli. Tra un articolo e l'altro, adora guardare vecchi film del cinema cult, scrivere racconti e canzoni e strimpellare strumenti vari.

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