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Io sto con gli ippopotami … !

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L’uomo, preso singolarmente, non è in grado di fare del male, se non a se stesso. L’uomo, se in grado di fare del male a se stesso nella propria solitudine, se unito ad altri uomini, potrebbe creare  stragi, guerre, perversioni, soggiogazioni e mancanze di libertà essenziali. L’uomo che crea non è in grado di distruggere. Ed è questa la più grande fregatura. Ed è in virtù di tale consapevolezza che l’uomo distruttore approfitta della cartina di tornasole del suo opposto buono, per dominare i processi di dominio e usurpazione della sua stessa razza, umana. Si è arrivati a un punto in cui il mors tu vita mea non è l’eccezione o il retaggio di un secolo andato, ma semplicemente la regola secondo cui adulare i potenti e deridere gli sconfitti. Che troppo spesso corrispondono agli onesti. Agli eticamente corretti (non ai politically correct, attention please!). Alle saggezze andate di un tempo non per questo migliore, ma almeno che possedeva più dignità, per chi credeva ancora nella sua esistenza. Ora tutto è un divenire implacabile di voglie indotte da soddisfare e di obiettivi da raggiungere a ogni costo, con qualunque mezzo, lecito o al confine della liceità. Ora tutto è un’apparenza colta e ben vestita, al cui interno risiedono le peggio porcate, i peggiori intenti, i peggiori uomini, con la u minuscola, ovviamente. Anzi, senza “u” e senza “o”. In altre parole: dei “mini” uomini. Delle amebe che, forti del possedere, relegano l’essere come merce da poter comprare in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. In banca, in discoteca al tavolo vip, in chiesa mentre ci si batte la mano del mia culpa sul crocifisso d’oro, nello scranno di un consiglio comunale o regionale. Ma soprattutto nel silenzio delle proprie stanze. Dove, soli con se stessi, hanno superato l’esigenza di mettere fine alla propria insana esistenza (unica scelta plausibile per chi cospira contro l’uguaglianza della propria specie), e hanno imparato a sfogare la propria valvola di sfogo insana con chi è disposto ad elemosinare la loro clemenza, la loro magnanimità, le loro briciole. Che cadono da un tavolo imbandito di succulenti pietanze, in cui sono seduti tutti quelli che a quel tavolo devono sedere. Pseudo imprenditori edili, magnati della cultura (della illegalità), sindaci, presidenti di Regione, funzionari collusi, alcuni membri altolocati delle forze dell’ordine, alcuni giudici e tanti, troppi disperati, vero carburante di questo sistema. Per non parlare delle figure ecclesiali. Pure di lingua e di immagine. In alcuni casi marce dentro fino al midollo e al cuore della propria insulsa anima. Sto esagerando? Credo invece che siano molte le cose che tralascio per improvvisa dimenticanza. Ma tant’è. E mi sta bene. Ora vorrei parlare di progettualità, di visione per il futuro, di azioni che possano portare a un reale benessere generalizzato e comune. Mi guardo intorno però e vedo troppe usurpazioni. Troppi meccanismi strani, per non dire corrotti, usando il termine giusto. Troppi millantatori di limpidità e purezza, che alla fine servono da facciata per mascherare chi realmente si nasconde dietro al burattino (e anche burattinaio) di turno. Accade che un qualsiasi sindaco possa avere il ruolo di salvatore della patria. O meglio che venga scelto per liberare il proprio paese dal demone predecessore che tanto male ha creato alla sua comunità, insieme ai sui adepti. All’apparenza l’intento è giusto, anzi sembra essere l’unica soluzione plausibile a un sistema di potere autoreferenziale e, soprattutto, legato a logiche di potere che sembrano non dover cessare mai, avvallo delle solite famiglie. Eppure, una volta liberata la città, si iniziano a intravedere i segnali del declino. A un orizzonte non troppo lontano, paggi, menestrelli, suonatori e altri figuri delle più svariate forme e costumi, si improvvisano detentori, contemporaneamente, della verità assoluta. Legata ai propri esclusivi interessi. C’è chi ha creduto veramente nell’atto di liberare la patria. E ha contribuito audacemente e con tenacia affinché il miracolo avvenisse. C’è chi invece, ben conscio di quale piano voler ri-occupare, o di quale fallimento dover rimediare, ha agito con ipocrisia e mendacia, lanciando parole di miele al popolo, che in realtà erano napalm. Ignobili personaggi della più infima specie che si arrogano l’arroganza delle scelte, tirando una giacca ormai strappata in più punti, al fantoccio di turno. Un uomo che non riesce a prendere una scelta perché incapace di pensare m i fa pena, uno che non lo fa perché le scelte non gli appartengono mi fa senso, uno che la sera dice una cosa e la mattina dopo ne fa un’altra mi fa … tristezza. Si potrebbe anche provare amarezza per un po’ di tempo. Anche perché, dopo l’ammirazione grandissima provata di getto, a prima vista,ci si impiega tempo prima di realizzare la verità delle cose. Prima di capire realmente con chi si ha a che fare. Eppure anche questo passa, ed incurante dei vari paggi, gnomi, dame di corte e corti di dame, avviene che, data proprio la consapevolezza, ci si appresti a un’ultima battaglia. La battaglia contro il sistema. Per un ideale che necessita diventare realtà. Per una vera rivoluzione etica e morale che solo nella forza della quotidianità e della presenza onesta e reale può concretizzarsi. Quando pensi che tutto sia uno schifo tutt’intorno, non devi lasciare che tale schifo entri dentro di te. Il topo se passa nella farina non può non uscirne bianco, diceva qualcuno. Io dico che quindi bisogna scegliere di non passarci per la farina. Semplicemente. Capisco che troppo spesso, la farina, venga equiparata al sistema politico nostrano. È un errore. È un grande errore. Non può esistere un paragone e una convinzione tanto deleteria. La politica, nella sua essenziale eccezione, deve tornare ad avere attrattive sane. C’è bisogno di uomini, con la “u” maiuscola e con la “o”, che sappiano far tornare di moda la voglia di voler combattere per una equa distribuzione di diritti e doveri. Che sappiano avere di nuovo la voglia di mettersi in gioco contro un gioco di famiglie e casate, lobby e industrialotti, merde d’uomini e cazzari vari. Che facciano venire di nuovo la voglia a chi, letteralmente schifato dall’andazzo moderno del fare politico, di andare a offrire il proprio laico contributo alla somma causa di una vera liberazione. Non è tempo di cavalli da giocare, di tavoli verdi in cui bluffare, di prebende da distribuire a chi sa meglio servire e leccare. È un tempo nuovo, oppure sarà la fine. È tempo di rinascere. In un clima nuovo. Forse duro e persino insostenibile all’inizio, ma di certo profeta di libertà vera, materialmente plasmabile e spiritualmente avvertibile. È il momento di ristabilire le priorità. È il momento di capire che quando “tutto cambia perché nulla cambi” siamo solo noi a subirne le conseguenze. Agli adulatori e agli sbandieratori del “potere” auguro di essere soddisfatti del male che stanno arrecando alla propria comunità. L’invasione è iniziata, abbiamo l’obbligo di resistere. E opporci con forza alle loro strategie. Ricordo ciò che mi disse un grande uomo un giorno: “se le cose dovessero andare male, saliremo insieme su un palco a dire al popolo che ci sono troppi detrattori, troppi interessi che non ci consentono di fare il bene della comunità … annunceremo le nostre dimissioni e daremo la parola al popolo per darci maggiore libertà di azione, scevra da queste lobby”. Quel palco non è mai stato montato per fare queste nobili affermazioni. In compenso troppi tavoli sono stati imbanditi, per occupare le bocche e renderle impossibilitate a proferire quelle parole di libertà. C’è chi rimane ciò che è sempre stato, e chi si rivela per ciò che ha fatto solo finta di essere. E poi, come dicevo, c’è la corte. Sempre pronta ad alternare l’alzare la voce e il leccare il culo. A seconda degli ordini politici. Io? … sto con gli ippopotami.

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