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Quelli che al mondiale non tiferanno Italia: intervista a Nando Dicè

DiThomas Scalera

Giu 19, 2014

L’ intervista a Nando Dicè, noto meridionalista e leader di Insorgenza Civile

Tricolori ai balconi, deliri patriottici, maglie azzurre al bar e tutti pronti a tifare la nazionale di calcio italiana. Un rituale che nel Bel Paese avviene, tra Mondiale ed Europei, ogni 2 anni. Secondo molti la nazionale di calcio è una delle poche cose che veramente unisce tutto lo stivale, per altri l’unico sfogo e l’unica soddisfazione rimasta in una ormai deludente realtà economica, politica e sociale. Ma non tutti hanno deciso di rispettare questo rituale. Ci sono “eretici” che non aspettano di commentare la formazione di Mister Prandelli, che non seguiranno le prodezze di Andrea Pirlo, che hanno promesso di non sfilare con caroselli in caso di vittoria italiana in Brasile. C’è, infatti, anche chi non si sente italiano, o meglio lo è in modo diverso. Non stiamo parlando di quello che avverrà in casa Bossi o Calderoli, ma di quello che succede al Sud Italia, in particolare a Napoli, dove una possibile vittoria dell’Argentina al mondiale potrebbe suscitare in città motivo di gioia per più di qualche persona. E la questione non è puramente calcistica, anzi non lo è affatto. Non si parla infatti di nostalgici del “pibe de oro”, di accaniti sostenitori della squadra partenopea che al bar discutono di pallone. I discorsi sono molto più profondi e spaziano dalla globalizzazione alla memoria storica rubata, dal signoraggio monetario a nuovi equilibri costituzionali. Planetmagazine ha incontrato Nando Dicè, Napoletano, architetto, imprenditore e storico leader del Movimento di Insorgenza Civile. Nando insieme ai suoi non tiferà Italia ai Mondiali, gli abbiamo chiesto di raccontarci il perché e ci ha dato la sua visione del presente, passato e futuro.

Nando Dicè, sul sito di Insorgenza Civile si legge che la tua data di nascita è il 2724 a.u.C. , cosa significa?

E’ un ironia sul discorso del tempo, a.u.C. sta Ad Urbe Condite cioè dalla fondazione di Roma. Ho fatto riferimento alla tradizione pagana Europea, la tradizione precristiana, ma è un modo ironico per spiegare agli amici di Insorgenza che anche il conto del tempo non è uguale per tutti.

Quando nasce Insorgenza Civile?

Insorgenza Civile nasce come associazione culturale nel 2007 ed aveva come unico scopo quella di ridare dignità ad una memoria storica. Nel 2009 ci trasformiamo in movimento politico e ci presentiamo alle elezioni provinciali di Napoli. dice2

In seguito abbiamo partecipato alle comunali e ci siamo allargati anche in altre regioni, come la Puglia. Oggi possiamo contare su alcuni sindaci e consiglieri comunali del nostro movimento, soprattutto nella zona di Avellino e Benevento.

Perché il nome di Insorgenza Civile?Insorgenza ha un doppio significato. Ha un significato storico, nel senso che se c’è qualcosa che unisce gran parte della politica italiana è affonda le sue radici nel giacobinismo. Sono tutti convinti che bisogna educare le persone e bisogna educarle secondo un modello di italianità deciso a tavolino, che nel 90% dei casi corrisponde al buon milanese propagandato in tv (che poi questo buon milanese non esiste come non esiste questa superiorità morale poiché i più grandi scandali in Italia sono partiti sempre dalla Lombardia). Quindi Insorgenza per un modo totalmente diverso di pensare rispetto all’approccio della modernità dei giacobini. Dall’altro lato l’Insorgenza si rifà all’ultima volta in cui i popoli europei si sono ribellati, ed hanno vinto nel caso di Napoli, per scacciare i giacobini. I giacobini dell’epoca erano i “globalizzatori” di oggi. Globalizzazione per noi significa sfruttare tutto, tutti e dappertutto senza avere responsabilità nei confronti dei popoli che si amministrano, derubandoli di tutto. Molti si lamentano dell’emigrazione, basta ricordare che non c’è in Africa una sola miniera d’oro di proprietà degli Africani i quali sono costretti ad emigrare. Così come basta ricordare che al Sud Italia più dell’80% delle infrastrutture turistiche sono di proprietà di aziende o di lobby che fanno capo al Nord e poi ci lamentiamo che noi Meridionali nel 2014 siamo ancora costretti ad emigrare. Quindi il nome insorgenza è un modo di intendere la vita più che una scelta politica.

Nel simbolo del vostro movimento, oltre al confini del Sud pre-unitario, è presente anche un trifoglio, cosa vuole significare?

Insorgenza è un movimento anti-sistemico che fa dell’identità un fattore imprescindibile. Il trifoglio è li per ricordare una grande alleanza fra tutti i popoli senza stato ed è un riferimento diretto alla rivolta irlandese. Serve a far capire che noi partiamo dall’identità della nostra terra ma ci colleghiamo a tutte le realtà del mondo che sono fiere di essere se stesse. La guerra in atto è una linea di frattura, molto netta e chiara, tra i “globalizzatori”, cioè quelli che vogliono l’uguaglianza rispetto ad un modello di riferimento che sarebbe il cittadino americano, buono per tutto il mondo, e chi invece vuole restare se stesso. Questo non significa, come la mentalità dominante cerca di contrabbandare, che chi vuole restare se stesso deve isolarsi! Quindi, partendo dalla nostra terra, col trifoglio noi vogliamo collegarci a tutti quei popoli che come noi stanno resistendo alla globalizzazione, all’invasione dei prodotti cinesi, alla mercificazione della politica, al dominio bancario, al signoraggio monetario, al dominio della finanza sull’economia reale, al dominio dell’economia reale sulla politica, il tutto in funzione di chi emette denaro.

Avete già ampiamente spiegato sul sito il perché non tiferete la nazionale italiana ai mondiali preferendo invece l’Argentina. Puoi spiegare anche ai lettori di Planet Magazine questa scelta? Perché non vi sentite Italiani?

Sul discorso dell’italianità bisogna saper distinguere e non bisogna essere giacobini. In Italia tutti quelli che nascono nella penisola possono essere definiti Italiani, ma non significa automaticamente essere cittadino di questo Stato. Nella penisola, tutt’oggi, sono presenti tre Stati italiani: lo Stato di San Marino, Citta del Vaticano e lo Stato Italiano. Quindi essendo nati nella Penisola Italiana, siamo sicuramente italiani ma questo non significa stare tutti quanti insieme. Come essere tutti nati nella Penisola Iberica non giustifica ai Portoghesi di invadere la Spagna per fare lo stato unico dell’“Iberia”. Da questo punto di vista la nostra italianità geografica è indiscutibile, ma noi rivendichiamo una nostra italianità che è stata interrotta nel Risorgimento. Fino a quel periodo, infatti, gli unici italiani veri, per come li intendiamo oggi, eravamo forse proprio noi Napoletani del Regno delle Due Sicilie che scrivevamo le leggi in italiano, mentre i Piemontesi hanno imparato a farlo dopo, infatti, loro le leggi le scrivevano in francese. Quindi noi da questo punto di vista non ci sentiamo italiani perché è stato interrotto il nostro percorso culturale e soprattutto non ci sentiamo rappresentati da quella che è l’Italia di oggi.

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Perché avete scelto di tifare proprio l’Argentina?

Tifiamo Argentina per due ragioni. La prima è una provocazione: se bisogna essere Italiani a questo punto è più italiano Messi di Balotelli. In Argentina, infatti, ci sono tantissimi ma proprio tantissimi italiani che costretti ad emigrare proprio a causa dell’Unità d’Italia. Il secondo motivo è perché noi abbiamo fatto un sondaggio, sul nostro sito www.insorgenza.it, in cui chiedevamo: “Sappiamo di non essere gli unici a non sentirci rappresentati da questo Stato, sappiamo che i soldi per gli investimenti FIFA fatti in Brasile hanno la stessa finalità dell’America’s Cup o dell’EXPO a Milano, non vogliamo essere rappresentati dall’Italia, da chi vogliamo farci rappresentare?” Su quasi mille partecipanti invitati a scegliere attraverso preferenze a voto unico, la maggior parte ha scelto l’Argentina, quindi noi abbiamo rispettato la scelta dei nostri lettori e abbiamo iniziato a sostenere l’Argentina. Ma il calcio è una scusa. Noi non siamo un movimento calcistico e non facciamo del tifo un punto politico, poiché il calcio è una cosa e la politica ne è un’altra. Ma il calcio ci deve dare la scusa per parlare di alcuni argomenti scomodi di cui non si vuole parlare.

Quindi come vi ponete nei confronti dell’assetto costituzionale del Paese, come federalisti o come secessionisti?

Da questo punto di vista per noi tutto deve essere modificato. La Costituzione è stata cambiata in 24 ore per inserire il pareggio di bilancio perché faceva comodo alle banche, quindi potrebbe essere cambiata altrettanto velocemente perché farebbe comodo al popolo Italiano, Napoletano, Meridionale e a tutti i popoli d’Italia. La Costituzione va cambiata. A quel punto diventa un gioco di forze. Noi abbiamo avuto al potere un movimento che si definiva secessionista, è stato al potere per quasi 20 anni e non ha fatto nulla in quella direzione. Questo significa che il sistema Italia ha tutto il vantaggio a conservare l’Unità d’Italia. Oggi per esempio al Sud esistono 6 Regioni. Noi siamo per l’abolizione di queste Regioni per realizzare la Regione unica del Meridione. Per noi quello sarebbe un primo passo per incominciare a responsabilizzare le popolazioni del Sud e incominciare a rispondere con i fatti alla classica accusa italiana, falsa, che non sappiamo amministrarci da soli. In seguito arrivare a tante altre forme di collaborazione che possano finalmente porre in essere un cambiamento a 360 gradi di quello che è la politica italiana. Ricordiamoci che la politica italiana segue un percorso lineare che va dall’Unità ad oggi, ed è sempre stata finalizzata agli interessi del Nord Italia. Infatti, il progetto Italia parte con Cavour e comprendeva solo l’Alta Italia, il Sud è stato annesso a questo progetto per una serie di combinazioni storiche. dice4Cavour, infatti, quando parla di Italia non cita mai i Napoletani, che venivano definiti africani, beduini o incivili, queste sono le parole utilizzate dai “padri della patria”, quelli che loro chiamano eroi. A noi serve invertire la rotta. Se si possa fare una politica che va bene anche al Sud, a noi può andare bene anche questo. Ma fin quando al Sud, ci saranno solo partiti che hanno cuore, anima e portafoglio, sede fiscale, classe dirigente con sede fisica a Roma, a Milano, a Genova, a Bergamo o Bologna, quindi sempre al Nord, non si arriverà mai a nulla. In 150 anni di storia d’Italia, non vi è mai salito al potere un partito che abbia avuto la sede fiscale al di sotto di Roma. Questo significherà qualcosa?

Nella storia del Sud e nella storia di Napoli, qual è secondo te il personaggio più importante o influente?

Dipende da quale settore parli. Dal punto di vista storico Ferdinando II, Carlo III. Ai giorni di oggi, quello che ha rappresentato veramente il sentimento di noi Meridionali, o che comunque l’ha interpretato in chiave italiana, è stato Enrico Mattei, “suicidato” dalle sette sorelle della democrazia e del petrolio. Un personaggio del ‘900 che ha rappresentato quella voglia di socialismo, di stato sociale, che è l’essenza stessa dello stare insieme. Questa visione Latina di stato si contrappone da sempre a quella Anglosassone, che vede invece lo stato come una sorta di amministratore di condominio. Da questo punto di vista, anche se si definiva Italiano eforse è stato veramente l’ultimo che abbia creduto che l’Italia, così come era stata fatta, potesse servire a noi del Meridione, è stato Enrico Mattei. Dopo di lui il vuoto più totale. Dopo di lui abbiamo avuto solo eroi: gente che è stata ammazzata dalla camorra, dallo Stato, dalla mafia e via dicendo. Io auspico sempre che ci sia un popolo che non abbia bisogno di eroi.

Recentemente sul sito abbiamo letto delle tue dimissioni dalla carica di Presidente del tuo Movimento, ci puoi spiegare le ragioni di questa scelta?

Dopo 5 anni di Presidenza, c’è bisogno sicuramente di un nuovo slancio, di una nuova strategia, di una nuova linea politica e di nuove forze che possano portare avanti questo tipo di progetto. Non c’è nessuna polemica o frattura nel Movimento. Per quello che devono fare i Meridionali non ci può essere il partito con l’uomo solo al comando, quindi dopo 5 anni di presidenza è giusto dare spazio alle nuove classi dirigenti, che sono forti e devono essere solo messe nelle condizioni di portare avanti un percorso partito tanto tempo fa e che quando partì sembrava un percorso “Donquixottiano”, mentre oggi è un discorso che ha delle serie fondamenta politiche e può essere una vera speranza per il futuro.

Poco fa parlavamo dell’Unità d’Italia. Sei a conoscenze della diatriba storica sorta sullo Storico Incontro del 26 ottobre 1860, che ha visto contrapposti i Comuni di Teano e Vairano sulla contesa del luogo in cui esso sarebbe avvenuto. Cosa pensi a riguardo di questa vicenda?

Io mi faccio delle domande. Fermo restando che sul perché la storiografia ufficiale ha contrabbandato Teano e non ha riconosciuto a Taverna Catena il luogo dell’incontro è abbastanza ironica e ci sono tante versioni, ma io non sono uno storico. Per me si potevano incontrare anche a Mergellina, sarebbe stata la stessa cosa. Ma più che sapere dove si sono incontrati, non sarebbe più importante capire in che lingua si sono parlati? Perché chi si scontra per un discorso tra Vairano, Teano e via dicendo, non lo fa per amor di patria. Lo fa perché il titolo di luogo storico significa avere più fondi e più agevolazioni da parte dello Stato italiano. Quindi prima di sapere se è Vairano o Teano, vogliamo capire se si sono parlati in francese, in italiano, in inglese e perché? Perché se capiamo che questi due signori, si sono scambiati o consegnati l’Italia secondo dei principi, secondo la storiografia italiana, di amore e di pace per i popoli del Meridione, vogliamo domandarci perché lo hanno fatto in francese?

A tuo parere, per un Meridionalista, un Revisionista, un Insorgente, la questione dell’Incontro non potrebbe essere capovolta? Nel senso il luogo dello Storico Incontro potrebbe essere inteso come il punto in cui è morto il Regno delle Due Sicilie, dove si ebbe l’ultimo spicchio di quello Stato Sovrano?

No. Dal punto di vista storico questo sarebbe non vero. Le Due Sicilie resistettero anche dopo, a Gaeta, a Messina e Civitella del Tronto. Ci sono tante persone che su quest’argomento hanno scritto tanti libri, sia in versione positiva, nei confronti dell’Unità d’Italia sia in versione negativa, con una dose di critica storica nei confronti di questo incontro. Un dibattito storico su cosa ha significato quell’evento, fino a quando se ne parla è importante perché si da la possibilità di dare a una propria versione critica. Fino a poco tempo fa non era così. Con il fascismo si finiva al confino se si metteva in discussione l’Unità d’Italia. Prima del fascismo forse era anche peggio. I Piemontesi conservarono strutture di polizia segreta contro i nostalgici borbonici, così li chiamavano loro. L’Unità d’Italia non avvenne così facilmente. La guerra più lunga che lo Stato italiano ha fatto è stata quella contro noi Meridionali che è durata 13 anni, la Seconda Guerra Mondiale è durata 4-5 anni. La guerra è stata finita da Pippo Baudo o Mike Buongiorno che in televisione, parlando italiano, hanno dato a tutti la parvenza di avere qualcosa in comune. A questo punto il merito storico di aver unito l’Italia non andrebbe dato a Garibaldi o Vittorio Emanuele ma proprio a Baudo e Buongiorno.

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Vuoi lasciare un messaggio, un consiglio ai lettori di Planetmagazine?

Quando le interviste vertono su un discorso identitario-storico, chiedo a tutti quanti mi ascolteranno di approfondire. Di mettere in discussione tutto quello che hanno sentito e di studiare. Lascio con una provocazione: andare a cercare qual è stato il primo campo di concentramento al mondo. Andate a verificare qual è stato e contro chi è stato fatto. Non è stato fatto dai tedeschi, dai nazisti, dai russi, dai comunisti, dagli inglesi, ma è stato fatto in Italia da uno Stato che si chiamava Stato Italiano ed è stato fatto contro di noi Meridionali, soprattutto Calabresi, Lucani e Pugliesi. In quel campo di concentramento, il primo al mondo, c’è tutto quello che uno vuole cercare, per porsi le giuste domande, mai le certezze, le giuste domande per capire perché oggi, nel 2014, noi stiamo ancora parlando di “questione meridionale”.

Grazie Mille.

No Grazie Mille a me no! Grazie 999!

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Thomas Scalera

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