Lun. Gen 20th, 2020

V-news.it

Quotidiano IN-formazione

La nazionale fuori dal MONDIALE. L’ ITALIA S’È DESTA: IL PROFILO DEL TIFOSO E IL PROFILO DEL CITTADINO A CONFRONTO

6 min read
EVENTI IN EVIDENZA

0 a 0, palla al centro. Quasi sempre vero, non stavolta, non dopo un’ andata in cui Johansson, con quel goal, aveva al contempo segnato il preludio della nostra disfatta. Non abbiamo altre possibilità di riscatto, la nostra ce la siamo giocata male al ritorno, a casa nostra, mettendo in campo un’ Italia scarna, confusa, disorganizzata in gioco, tattica, strategia, intenti e finalità.

Dicono che l’ importante non sia vincere, bensì partecipare. Una magra consolazione, ma il punto è che noi non parteciperemo neppure, non potremo metterci in gioco, dimostrare che siamo un popolo che combatte, che crede nelle sue capacità, in cui ancora scorre il sangue della sfida nel senso buono del termine, della sana competizione, della cooperazione. Almeno in certe occasioni.

Nel fare questa breve premessa, rispolverando velocemente l’episodio della nostra mancata qualificazione, abbiamo fatto emergere una “categoria”, quella del tifoso italiano. Se il nostro Io corrisponde alla nostra identità personale, quella del tifoso è una identità sociale, in quanto il calcio rappresenta una riduzione su scala, una semplificazione, di realtà sociale. L’operazione di categorizzazione appena conclusa ci ha consentito di “tagliare a fette” il mondo sociale, per far luce solo sugli aspetti degli appassionati e tifosi di calcio, di questo gruppo, questa collettività.

Il risentimento forse eccessivo che abbiamo provato per la privazione di partecipare ai mondiali in Russia ha fatto sì che dall’ esterno venissimo etichettati come colori i quali, dimentichi di essere in prima istanza dei cittadini, si interessano superficialmente solo di “gente che insegue un pallone in mutande”.

All’indomani della clamorosa sconfitta, inflitta dopo 60 anni di gloriosa carriera calcistica, è giusto asserire che gli Italiani sono più interessati al calcio che ai problemi veri che attanagliano il Paese?

È vero che la categoria del tifoso ha completamente soverchiato quella del cittadino?

PERCHÈ SIAMO APPASSIONATI DI CALCIO

I motivi possono spaziare dal semplice diletto, alla passione, fino all’estremo del fanatismo.

Per taluni, il calcio è una valvola di sfogo, può esser seguito per noia, per distrazione. Può essere inteso come momento per ritagliarsi uno spazio personale, condivisione con gli amici, fuga momentanea da una moglie pedante e chi più ne ha più ne metta.

Già ci eravamo proiettati, grandi e piccini, inchiodati a quello schermo, scaramanticamente vestiti come nel 2006 perché “porta bene”, gli stessi posti a sedere a tavola, il vino lo porta sempre zio Giovanni, anche se è diventato aceto lo berremo come un mendicante assetato nel deserto. La pizza del pizzaiolo a tre isolati da casa, anche se è meno buona di quella della pizzeria che sta giù e che sarebbe arrivata fumante, ma quella volta che abbiam vinto era quella, e sia mai che si rompa la sequenza dei fortunati eventi.

Tutto pur di sostenere la nostra squadra del cuore. Pure alzare le mani al cielo e partecipare all’ energia sferica di Goku, perché è il contributo di ogni singolo a produrre il risultato finale. In qualche modo siamo tutti artefici. Compartecipiamo.

Ai mondiali l’Italia tutta si sveglia. Non è un caso, dunque, che l’inno di Mameli abbia come incipit “Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta”. Se solo si riversasse anche su altro la nostra percezione di poter far qualcosa, di compartecipare, come ho detto prima. Ma se questo “risveglio” avviene più col calcio che con altri “affari”, pur di pregnante importanza, probabilmente lo si deve al suo potere ludico/ricreativo.

Nonostante ciò questo non ci giustifica, né ci esime dal passarci una mano per la coscienza.

Deresponsabilizzazione, questo è il termine che mi sovviene per indicare la nostra mancanza di interesse e di superficialità contornate da un alone di rassegnazione.

Guardare una partita costituisce sempre una breve alienazione dalla realtà, e siccome crediamo che la realtà sia immodificabile, tanto vale chiudere gli occhi e così ci facciamo meno male.

È la dura, faticosa, estenuante realtà che dobbiamo combattere più che vivere ogni giorno, uno dei motivi per cui ci rifugiamo nel calcio o in una qualsivoglia altra passione. Ma così facendo procrastiniamo continuamente e l’urgenza e l’ impellenza di certe questioni muore sepolta assieme alle nostre buone intenzioni. Ci rendiamo sempre più schiavi di un sistema in cui non ci identifichiamo più, senza aver fatto nulla perché provasse ad essere, non dico migliore, ma almeno diverso.

Alla luce di questa analisi non ci si stupisce del fatto che, tifosi “seriali” o “occasionali”, stentino ancora a riprendersi. È stato ferito il nostro orgoglio nazionale, ma siamo stati soprattutto privati della possibilità di essere altro rispetto a quello che siamo (dovremmo essere) chiamati ad essere quotidianamente, con tutte le fatiche, la costanza, la sollecitudine che ciò comporta.

Io non ci voglio credere che la figura del cittadino sia stata fagocitata da quella del tifoso e che siamo veramente ciò che dicono, quelli che “meglio il pallone che la pensione”.

Abbiamo postulato che in ognuno di noi ci sia un cittadino, una persona che sa davvero cosa sia il senso civico, forse è dormiente, ma non solo può, deve, svegliarsi.

Ciò che sto dicendo, in sintesi, è che siamo prima di tutto ed inequivocabilmente delle persone e il tifo che facciamo per la nostra Italia è solo uno dei tanti modi, non l’unico, in cui emerge il nostro patriottismo, il nostro spirito nazionale, il nostro senso di comunione, di compattezza, di fratellanza.

Come un deus ex machina, il nostro Io tifoso scende in campo spesso a sedare il nostro Io cittadino dai mali del mondo leccandone le ferite inferte dal Sistema perché, si sa, ogni tanto “c’è bisogno di un po’ di leggerezza” e “non possiamo sempre piangerci addosso” o, peggio ancora, “tanto le cose stanno così”.

Una buona sublimazione, insomma.

Ma non è solo un distrattore, il nostro Io tifoso. Esso esiste soprattutto per ricordarci quanto possiamo essere proattivi e partecipativi, se solo lo vogliamo.

I due profili non dovrebbero escludersi a vicenda, ma attingendo allo stesso tessuto, quello sociale, poter camminare parallelamente. Il calcio non è la cura ai mali della Società, ma ad essere pignoli, non è nemmeno la causa della nostra disattenzione verso di essa. E la causa sappiamo qual è, ce ne stiamo accorgendo. Lo diciamo sempre più spesso che dietro le manovre, la formazione in campo, gli acquisti dei giocatori, più stranieri che italiani, ci sia di fondo una questione a carattere politico. Per creare una squadra, non si mira più alla tecnica ma a fare utili immediati e chissà quanto leciti. E, giusto per osare ancora di più, passatemi questo sillogismo aristotelico in cui sicuramente vi riconoscerete:

LA POLITICA ITALIANA È CORROTTA

IL CALCIO ACQUISISCE CARATTERE POLITICO

IL CALCIO È CORROTTO

Di fatto, prima accadeva che gli stadi si riempissero più delle urne elettorali, le curve più delle piazze durante una protesta o una manifestazione che avesse come fine una presa di coscienza ed il ribaltamento dello status quo, che, peraltro, non sta bene a nessuno. Questo fenomeno evidenzia indiscutibilmente da un lato una superficialità del cittadino nei confronti della Cosa Pubblica, ma al contempo mette in luce la totale sfiducia nel Sistema e il triste, ma sbagliato, presupposto che non possa essere fatto nulla per dirottare le cose.

Il fenomeno dell’ assenteismo politico, così pregnante ancora oggi, può essere messo in correlazione ad un fenomeno che in ambito calcistico è noto come “disaffezione dal calcio”. Studiosi del settore, hanno registrato negli ultimi 10 anni un calo vertiginoso negli stadi, inferiore ma comunque presente, solo nella serie A.

Questi due fenomeni, assenteismo e disaffezione, nelle due diverse sfere della partecipazione alla Repubblica e del calcio, possono spiegare come, sia l’ Io tifoso che l’ Io cittadino, si siano paradossalmente trovati a piangere lo stesso male comune: la politica. Laddove il primo doveva andare incontro al secondo e tentare di distrarlo, ha finito col soccombere egli stesso alle dure leggi di Sistema corrotto. Non avremmo dovuto aspettare che la corruzione avesse la meglio anche sulla nostra passione popolare verso il calcio, che la investisse in pieno petto. Ma la lucida consapevolezza che qualcosa di marcio si è innescato già da tempo anche in questo settore, può offrirci lo slancio per ricominciare. Per capire in cosa credere, su chi investire, come dobbiamo mobilitarci. Per questo si parla tanto di rifondazione, che deve essere totale, radicale. Abbiamo dunque bisogno di un nuovo modo di fare politica che vuol dire, al tempo stesso, di imparare ex novo ad essere e fare i cittadini. Attenti, combattivi, fiduciosi, pronti a far sentire la propria voce.

Del resto, secondo voi, perché si diceva “vox populi, vox dei”?

Tiriamola fuori, questa voce.

Schiavi moderni

L’economia delle foglie e del vento

Open

Close