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La zampata di Zapata: crederci sempre e farsi trovare pronti, il bello di essere sampdoriano

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Non sono avvezzo a scrivere di calcio. Nei miei editoriali preferisco parlare di società, politica, lavoro, giustizia. Esiste un solo precedente a quest’articolo: quello che scrissi per “Lettera da Amsterdam” circa 10 anni fa. Ed anche in quell’articolo, lo sfondo era rappresentato dai colori più belli del mondo, quelli blucerchiati, ovviamente. In quella occasione scrissi del perché un ragazzo di Angri, in provincia di Salerno, avesse scelto di tifare Sampdoria. Che poi non trattasi di “scelta”, quanto piuttosto di un naturale e inevitabile legame tra ciò che si è e la squadra che incarna i valori nei quali ci si ritrova. Da quel giorno di metà anni ottanta, quando all’apertura della prima busta di figurine comprata con le mie 100 lire presi tra le mani  il grande Wierchowood e lo scudetto col Baciccia, non è stato mai possibile allontanarmi dall’eterna ragazza del “46. Nella buona e nella cattiva sorte, ma sempre con “stile”. Quello stile Samp che caratterizza una tifoseria bellissima, attrezzata nella trasparenza e nella passione, consapevole dei propri limiti societari ma che sa sempre emozionarsi e spingere la squadra sempre, anche mentre si perde di brutto. Perché la Sampdoria insegna a non arrendersi mai, davanti a nessuna squadra più attrezzata o blasonata. Ed è per questo che le vittorie della Samp valgono doppio: non sono solo i 3 punti a far piacere, ma una parte fondamentale è data dal significato intrinseco della vittoria in sé. Di solito si soffre fino alla fine, alla ricerca di quel goal che possa far esplodere lo stadio, che possa far urlare ancora di più tutti i tifosi blucerchiati. Di solito non vinciamo mai facile, ed è per questo che quando accade siamo ancora più contenti. Difficilmente sentiranno i nostri fischi verso la squadra, difficilmente abbandoneremo lo stadio. Non è presunzione, ma non siamo come nessun’altra tifoseria in Italia, e ne siamo orgogliosi! Ad ogni modo c’è una cosa più di tutte le altre che ho desiderio di sottolineare col mio evidenziatore cerchiato di blu. Questa cosa si chiama “speranza”. Quella stessa speranza che non siamo inclini a perdere mai. Quell’insegnamento che ci viene dal credere che tutto può accadere, nella vita come nel calcio. Quel desiderio di giustizia che sappiamo riversare anche nel gioco del calcio. Perché essere sampdoriani è anche questo. E poi, conseguenza inevitabile di quanto premesso, un sampdoriano impara a farsi trovare pronto, a cogliere quella unica occasione che si viene a costruire nell’ambito della vita, di quei 90 minuti, di tutto un percorso esistenziale che non può trascendere dall’esserci. Presenti e attenti, limpidi nella lucidità della mente e del corpo, forti nell’umiltà e capaci nelle imprese più epiche. Semplicemente, perché siamo la Sampdoria. E passano in secondo piano anche gli episodi, le cronache, gli sfottò, il perdere la voce dopo un goal. Perché quando giochi a viso aperto contro squadre più forti di te, hai vinto in partenza e a prescindere. Ieri la nostra beniamina ha giocato sul campo dell’Olimpico, contro una Roma motivata e piena di talenti, dal portiere mostruoso al reparto avanzato, seppur orfano del grande Dzeko. Erano passati appena 4 giorni dal pareggio al Marassi, proprio a firma dell’attaccante partente casa Chelsea. Stavolta però la storia è stata diversa: la Sampdoria ha vinto. Meritatamente e senza nessun tipo di diritto di replica. Una vittoria non solo meritata, ma costruita col cuore, la mente, il sudore e la passione. Una vittoria conquistata proprio perché non ci si è mai arresi. Alle pressioni dell’avversario abbiamo reagito con tenacia, stringendo i denti, parando un rigore che doveva segnare la nostra debacle, riuscendo a far filtrare quella palla che percorso tutta l’area di rigore avversaria fino ai piedi del “nostro” Duvan, che non si è fatto pregare ed ha appoggiato in rete. La zampata di Zapata che ci ha regalato 3 punti e non solo quelli. La zampata che ha coronato una partita dove non ci siamo mai arresi, dove nessun timore reverenziale ha mai sfiorato nessuno degli 11 giocatori in campo, o dei tifosi allo stadio o davanti alla tivù. Da oggi, sulla partita specifica, si parlerà ancora per almeno 24 ore, il tempo per iniziare a pensare alla prossima gara, con altre squadre, con la stessa voglia di vincere e di giocare il nostro calcio. Prima di lasciarvi però, vorrei citare le parole del nostro tecnico Giampaolo che, incalzato a fine gara dai giornalisti, ha dichiarato : “divertiamoci”. “E’ la vittoria di tutto il gruppo” ha aggiunto, “soprattutto di chi ha giocato meno”. Infatti erano molte le cosiddette “riserve” in campo, complici gli infortuni di mercoledì scorso. Ma, come dico sempre, quando c’è un “gruppo”, non esistono né riserve né titolari, ma un unico cuore, che batte pompando sangue blucerchiato. Farsi trovare pronti e crederci sempre, perché nella vita come nel calcio, se non sei raccomandato, devi sudare sette camice per vederti riconoscere un tuo diritto, e i Doriani onesti lo sanno. Buona settimana a tutti e … Semp Samp!

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