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L’alba del tramonto. L’anima del mondo.

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“L’immagine divenne sempre più nitida, mentre le lacrime dei miei occhi si facevano sempre più aride, essiccandosi. Ebbi modo di vedere l’oasi. Vera, pura, unica. Capii il nulla mentre abbracciavo il tutto. Tenni stretta la mia anima, per non cederla a nessun dio che non fosse uomo. Mi arrampicai all’ultimo granello di sabbia che le mie scheletriche dita riuscirono a sfiorare. Polpastrelli che facevano fatica a toccarsi l’uno con l’altro mi indicarono la via, che seguii senza esitazioni, incapace di alternativa valida. Invalido nella capacità.” Non potrei aggiungere nulla a quanto riportato finora, se non avessi preciso mandato di farlo. Per troppo tempo ho conosciuto Michele. Troppo tempo siamo stati insieme in giro fino all’alba. Dandola per scontata. Pensando di poter avere sempre sconti dalla vita. Semplicemente vivendo. Eppure, dopo secoli che si compressero in due decenni di merda, dovetti accettare il verdetto infame della stronza vita, che aveva costretto lui invalido, e me incapace di comprenderlo, di accettarlo. All’inizio non capivo come un corpo sano e atletico come il suo potesse essere compromesso a “rallentare” ogni giorno di più, fino alla paralisi annunciata. Era semplicemente assurdo. Illogico. Bugiardo. Ingiusto. Iniziai col rimproverarlo: ogni volta che faceva cadere “involontariamente” qualcosa a terra, gli dicevo che non era colpa della sua mano che non riusciva a stringere bene la tazza del latte di riso che ogni mattina beveva, ma era lui ad essere distratto, sciocco e viziato alla vita comoda. All’inizio gli facevo pesare ogniqualvolta si lasciava “sprofondare” sulla sedia o sul divano come fosse l’ultimo passo verso la conquista della vetta dell’Everest. All’inizio potevo ancora dire che c’era un inizio. Prima della “fine”. Passarono pochi anni, per l’esattezza tre e mezzo, e a un certo punto non vidi più Michele per strada. O meglio, non volle più scendere. Troppo l’imbarazzo della strana “evoluzione” fisica, troppo poca l’involuzione psichica che tutto gli concedeva di comprendere. Assistere al proprio logorio perpetuo, alla propria inesorabile debacle, allo spegnersi della cera di una candela che non si è mai voluta accendere, non deve essere per nulla facile. Ecco perché il mio migliore amico scelse di isolarsi. Da tutto. Da tutti. Anche perché volle farlo soprattutto da se stesso. Quando, dopo circa sette anni, si seppe della suo viaggio in Svizzera (dal quale non tornò mai più), ci fu chi pianse. Infatti piansero in molti. Chi mentre faceva un rosario pregando per il perdono dei suoi “presunti” peccati. Chi invece per la consapevolezza di non poterlo vedere mai più. Ad ogni modo, al di là delle proprie convinzioni, tutti eravamo dispiaciuti per la sua mancanza. Qualcuno, anzi molti, lo hanno ammirato. E tra questi “qualcuno” ci sono pure io. Le cose tra noi due, dal giorno in cui si seppe della sua malattia, non sono andate un granché bene. Eravamo sempre stati i due bracci che condividevano una stessa mente decisionale. Agivamo all’unisono di una volontà che non era ordine né imposizione, ma semplice volontà spontaneamente comune ad entrambi. Quando però il braccio destro iniziò a dare cenni di cedimento, al posto di capire che quello sinistro aveva forza a sufficienza per reggere il peso delle azioni di entrambi, in quanto parte di uno stesso “corpo”, il sinistro non potette fare a meno di accettare tale scelta. Ma mai durante questo avvio alla morte  di entrambi riuscì a dire all’altro di cosa realmente stesse accadendo, al di là della volontà di chicchessia. Gli attimi passarono veloci, a volte invece sembrarono non voler avere voglia di scorrere. Altre, ancora peggio, sembrava che il tempo non esistesse affatto. E, forse, sarebbe stato molto meglio così. Tempo che non scorre, malattia che non degenera, inesorabilmente. “Sono tutto anima, ma non m i completo, non sono che parte, che è parte di intero”. Questo scrisse Michele un giorno, tramite le mie mani, quando ancora riusciva a comunicare a voce, anche se a fatica. Questa frase l’ho tatuata sul mio fegato, perché sul cuore non c’era spazio a sufficienza. Perché ci vuole fegato a veder spegnersi davanti ai propri occhi, alla propria anima, al proprio cuore appunto, la candela più bella che si conosca. Non che sia il corpo la parte più importante di noi esseri “umani”, in questa terra infame ma anche tanto bella e affascinante. Non che sia la sola capacità motoria a dare un senso alla nostra esistenza. Assolutamente. Però non posso fare a meno di pensare alla velocità e all’anima che Michele metteva quando imbracciava la sua Gibson e si lanciava in un assolo pentatonico in  mi minore. Non posso fare a meno di pensare alle volte che, reduce da un appuntamento galante, mi raccontava, nei limiti del rispetto della dignità della sua occasionale damigella (di cui non svelava mai l’identità), i primi approcci sensuali verso l’altro sesso. Non posso fare a meno di pensarlo, ogni volta che di notte, a Vietri, mi capita d’estate di fare il bagno. In quei momenti salgo su un pattino ormeggiato a pochi metri dalla riva e, come facevamo sempre, mi tuffo dal lato destro del pattino stesso. Solo che quello sinistro è vuoto. Ed i miei chili non sono più gli stessi di quelli che ci portavamo addosso nella nostra gioventù. In altre parole: cado ancora prima di lanciarmi. “Non aver paura della notte, basta che prima che lei ti chiuda gli occhi, li chiuda tu”. Furono queste le ultime parole del mio migliore amico. Le migliori parole di un amico. Peccato averle dovute interpretare tramite un congegno elettronico computerizzato che faceva sembrare robotica ogni sillaba, ogni virgola immaginaria, ogni esclamazione inesistente ed ogni domanda senza punto interrogativo che possa tenere banco all’interpretazione. Peccato aver avuto un amico con tante “palle” e coraggio, da aver scelto di uscire di scena prima che il sipario si chiudesse per sempre. Prima che la chiusura della propria “esistenza” chiudesse anticipatamente il sipario. Dettando lui i “tempi”. Senza temporeggiare né esitare. Congedandosi senza salutare, perché conscio di un arrivederci, perché consapevole che, quando si parte all’improvviso, non ci sono saluti che tengano. Peccato aver avuto “il tempo” per amarlo intensamente. Peccato aver intrecciato la nostra esistenza a valori che non posso mai più far finta di non avere compreso e, di conseguenza, che devo perseguire e rinnovare nella istantaneità di ogni giorno della mia vita. Michele ha combattuto sodo. Contro la madre che non accettava quello che stava accadendo. Contro il padre morto dieci anni prima. Contro l’ultima sua “conquista” che dopo un mese scomparve, e contro, soprattutto, se stesso. Combatté talmente a lungo che scelse di vincere. Andò via, comprò i biglietti per il suo ultimo viaggio. E si fece accompagnare da un’altra persona. Due biglietti, uno solo di sola andata. Mentre tornavo in Italia, passando per il confine di Bellinzona, non potetti non mettermi a ridere quando, preso alla sprovvista da un cane e dal suo padrone finanziere, mi si chiese cosa fossero quelle pillole strane a base di morfina che avevo dimenticato di lasciare nella spazzatura della clinica svizzera dove avevo salutato per l’ultima volta il corpo di Michele. Non certo la sua anima.

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