Lun. Set 23rd, 2019

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L’amore ai tempi dei social: come cambia la comunicazione con l’uso della tecnologia

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Oggi voglio esimermi dal rifilarvi la solita pippa sui tempi che sono cambiati. Che sono cambiati lo so io e lo sapete voi; i tempi cambiano sempre, è un fatto oggettivo, se no Eraclito non avrebbe mai detto che “Tutto scorre” e non possiamo bagnarci due volte nello stesso fiume. Certo, dire che qualcosa è cambiato non lascia indizi sul fatto che sia cambiato in meglio o in peggio. In generale, vale bonariamente la regola che se i “vecchi” siete voi (e in questo caso anche io) i vostri tempi erano sicuramente migliori e c’è tutta una serie di valori che è andata, via via, scemando. Fidatevi: funziona così. Ma, forse, possiamo individuare un comune denominatore nelle sensazioni e nelle emozioni, anche se i mezzi a disposizione per palesarle sono diversi e “in linea coi tempi”. In altre parole, oggi mia sorella 16enne va letteralmente in estasi se un ragazzino (alias “crush”, come pare si definisca il tipo platonico e irraggiungibile di cui sei segretamente innamorata) “spia” le sue stories su Instagram. Io non riesco a trovare un senso logico a quella che sembra a tutti gli effetti un’opera di stalking, specie se, come di consueto, non segue nemmeno un “ciao, come stai?” all’essersi fatti i fatti suoi. Al massimo un cuore sterile e decontestualizzato sotto ad un post ad indicarne l’approvazione. Allo stesso modo, però, io potevo andare in fibrillazione se la persona che mi piaceva mi faceva un semplice, banale e  forse insignificante squillo o se in 160 caratteri con l’avanguardissimo telefonino Nokia 3310 riusciva ad articolare un pensiero che suonava più o meno così: “we cm va?gg nn sn ven.a skuola, k han ftt i prof?T.V.U.K.D.B. – (Ti voglio un kaos, sì con la “k”, di bene)”. Per favore, compro una vocale. E così mia madre, che certo non comprendeva la logica degli SMS, rimpiangeva i suoi tempi d’oro con le lettere con tanto di francobollo, scritte con mano tremante per l’emozione. Quella era poesia. E se per lei era poesia, vuoi mettere che invece mia nonna doveva aspettare con timorosa inquietudine mio nonno, con l’ansia che la guerra le avesse portato via l’amato, senza poter avere sue notizie ma limitandosi a pregare e a sognare ad occhi aperti il suo ritorno su bianco cavallo, sempre pura, casta e fedele anche nel pensiero? E vuoi mettere che, quando ancora non erano sposati e si erano visti forse una sola volta, il povero capitato comunque doveva andare a casa sua e, solo per uscire con lei  (appena un’ora e solo nel fine settimana, rigorosamente tra le 20.00 e le 21.00, portandosi dietro la sorella più piccola a fare “la candela”) dovesse sorbirsi, fingendo malamente di essere felice, tutta la Sagrada Familia?Questa non è poesia, di più. È fede e coraggio (leggi anche masochismo).

Ogni tempo era quel tempo e la manifestazione dell’amore non è che una sua declinazione storica. Inscritta in quella cornice generazionale, secondo l’evoluzione socio-culturale (e tecnologica?) di quello specifico arco temporale, compresa dai contemporanei ma più difficilmente decriptabile dagli “antenati”. Non per questo si ha moralmente ragione nel condannarlo. Non si può processare un’emozione solo perché nasce e si esplica in un modo che non è contemplato dal nostro modo di vedere le cose. Siamo tutti pregati di fare quel salto temporale, inscriverci nel paradigma di volta in volta attuale per meglio comprendere le varie sfumature di significato che sottostanno a quel modo specifico di sentire le cose.E niente, anche se non vi volevo rifilare la pippa, l’ho fatto.

Tecnologia e comunicazione: pregi e difetti

Inutile girarci intorno: l’avvento del telefonino e di ogni altro dispositivo mobile che preveda l’accesso a internet ha apportato dei benefici al nostro stile di vita, tanto che ci risulta difficile immaginarne una diversa. Accesso facile all’informazione, possibilità di essere sempre presenti e raggiungibili, poter lavorare a distanza, condividere la nostra quotidianità con chiunque vogliamo e ogni volta che lo vogliamo con un semplice post, con un click, con un messaggio istantaneo, con una videoconferenza. Un contributo notevole per la comunicazione di massa,  per la condivisione di idee, pareri, ma anche vissuti intimi e personali, per la gestione e ottimizzazione delle nostre risorse.  Tuttavia, l’era del digitale reca con sé degli inevitabili svantaggi. È la stessa velocità dell’informazione e la sua facile reperibilità a fregarci. Rendere più facile l’accesso all’informazione con un click e ridurre la distanza fisica tra due o più persone con una telefonata, non equivale anche, al contempo, al rendere un’informazione più duratura o una distanza più “ravvicinata”. C’è sempre uno iato da colmare. La nostra consapevolezza di poter apprendere qualcosa leggendola su internet, anziché attraverso il classico metodo delle lezioni frontali, se da un lato ci regala l’istantaneità dell’informazione, placando al momento la nostra sete di conoscenza, dall’altro depaupera la relazione sociale derivante da uno scambio vis a vis con una persona (ad esempio un professore), che potrebbe essere, peraltro, ingrediente imprescindibile ai fini dell’apprendimento stesso. Allo stesso modo, una telefonata o una videoconferenza o, ancora, uno scambio di like su Facebook e cuori su Instagram, possono lenire l’assenza di una persona, ma non è lo stesso che starle fisicamente vicino, contemplando un romantico tramonto e potendola abbracciare. 

Quindi, nonostante la premessa iniziale, secondo quanto riportato da più studi condotti sul fenomeno della digitalizzazione e della variazione della comunicazione ad essa correlata, pur non rinnegando le potenzialità di questa rivoluzione, è ragionevole notare che a queste potenzialità si accompagni spesso un’atrofizzazione dell’essere umano in quanto tale. È come se egli si spogliasse della sua essenza, della sua umanità. In seguito, tratteremo più approfonditamente alcune tematiche correlate a questo fenomeno, in particolar modo in riferimento alla gestione delle relazioni.

 Concludo affermando che ci troviamo invischiati in un paradosso curioso, un contrappasso dantesco: spesso è proprio il fine della comunicazione sempre e comunque a depotenziare, immancabilmente, le nostre umane capacità sociali e comunicative che finiscono con l’avere un senso solo nella misura in cui si verificano dietro a uno schermo.

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