Lun. Set 23rd, 2019

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L’arte dell’eguaglianza

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C’è un giorno, nella vita di ogni comunità, che prima o poi sorge e tramonta. Il problema è che, nonostante la volontà dei più audaci cittadini della stessa comunità, non è mai possibile quantizzare la durata di questa giornata. E, soprattutto, non è univoca la definizione della stessa, né come un “buon giorno”, né come uno “cattivo”. Il problema della sua ardua definibilità deriva direttamente dal grado di coinvolgimento nelle azioni che durante questo tempo si attuano, da parte di tutti. Una comunità è tale in quanto “partecipe” alla vita sociale della propria città: con pensieri, opere e “missioni”. Sono queste le volontà che fanno la differenza tra una giornata proficua ed una disastrosa. Le varie forze degli attori in campo, siano essi singoli cittadini, comitati o lobby di interesse personale, muovono le scelte della politica, in modi e tempi più o meno giusti, più o meno “sani”. Di certo, per ogni gruppo di persone, si creano forze che andranno inesorabilmente ad accrescerne o combatterne altre. Ma quali sono gli “interessi” di fondo di ogni singolo gruppo, di ogni singolo cittadino, di ogni singola nazione? A chi, realmente, sono volti i pensieri dei vari amministratori del mondo, che con le loro scelte determinano il futuro stesso della nostra stessa specie, nonché la salvaguardia della culla dove viviamo ormai da tantissimi anni, chiamata Terra? È chiaro, o dovrebbe esserlo, che, quando le parole e le “facciate” non corrispondono alle azioni che si mettono in campo, si è in presenza di quello che in politica sembra essere uno dei “falli” preferiti dagli addetti ai lavori: il sottovalutare il popolo. Ridurre a pochi argomenti “spiccioli e popolari”, ma senza alcuna saggezza che da quella popolarità dovrebbe derivare, i presunti problemi delle varie società, risulta essere non solo comodo in termini di impegno, ma anche vincente. Esistono (e cercheranno sempre di non estinguersi) persone che faranno gli interessi di se stessi e dei pochi da cui sono circondati. Dall’altra parte le masse, che non devono e non possono permettersi il “lusso” di ignorare, di ignorarli. “Conoscendo gli altri e conoscendo se stessi, in cento battaglie, non si correranno rischi; non conoscendo gli altri, ma conoscendo se stessi, una volta si perderà e una volta si vincerà; non conoscendo gli altri né se stessi, si sarà inevitabilmente in pericolo ad ogni scontro”. Con queste parole l’autore dell’ “arte della guerra”, Sunzi, ci spiega con semplicità i pericoli a cui si è esposti quando non si ha consapevolezza di se stessi e di chi ci circonda. Da questa presenza o assenza di conoscenza deriva spesso la sorte di un intero popolo, la sua rinascita o il suo declino. In questa vera e propria guerra per il potere di casta, accade che ci saranno molteplici parti in campo in lotta tra loro. Tali attori possono comunque essere ridotti a due sole “fazioni”: chi detiene il potere e chi non ce l’ha ma lo anela. Non per forza quest’ultima presenta unitarietà di intenti ed identità, anzi spesso è composta da elementi con visioni agli antipodi, che non lesinano di fare “squadra”, solo per il tempo di decapitare il re. Come è possibile e facile capire, in questa sorta di continuo scontro per il comando, ci sarà una parte (piccola ma potente, in quanto detentrice del potere) che sarà per forza di cose in linea con lo status quo, e un’altra (molto più vasta ma assolutamente eterogenea) che avrà l’intento di spodestare i vertici dell’attuale parte dominante. Ma cosa è che “conviene” alle moltitudini? Cosa significa realmente avere un obiettivo comune, volto alla riduzione e all’eliminazione definitiva delle diseguaglianze, delle ingiustizie, della corruzione, del nepotismo? Significa, in primis, che non tutte le parti in campo, che contrastano il più o meno legittimo governo o monarca, sono rappresentanti di questi “interessi” estesi e necessari per l’intera umanità. Significa anche che, laddove si presenti la possibilità di riformulare l’assetto governativo, questo si limiterà per forza di cose a mere riforme di piccolissima entità, appannaggio di pochi e discapito dei più. Pochi che non solo saranno divisi tra loro, ma che non avranno una visione programmatica che vada oltre al ristretto spazio del proprio orticello, che già vedono riempirsi di incarichi e prebende esclusive. In questa sorta di “assalto alla Bastiglia”, l’unica cosa che tali forze hanno in comune è la volontà di prendere il potere. Quest’ultimo infatti sembra essere il fine ultimo di chi lo brama, stando bene attenti a tenere a debita distanza il suo annullamento. Dunque, volendo tirare le somme di quanto detto finora, difficile è individuare (o creare) una vera e propria forza che si possa definire rivoluzionaria, e che tale rivoluzione persegua ed ispiri nel popolo sovrano. I vari modelli degli ultimo 2 secoli, nonché le tradizioni storiografiche di età passate ma mai del tutto “superate”, ci mostrano come, tranne in un solo caso, nessuno voglia giungere alla eliminazione delle caste, dei privilegi, dell’ingiustizia, dello sfruttamento e del dominio dell’uomo sull’uomo. Con queste premesse si giunge inevitabilmente al rafforzarsi del Potere stesso. Questa volta con la “P” maiuscola, quasi a incarnare una entità che sia viva, adorata e bramata dal marciume del mondo che, in una sorta di crisi d’astinenza parossistica, non ne può fare a meno, figurarsi il volerlo eliminare! Sfruttamento e dominio: già in precedenza abbiamo accennato a queste 2 piaghe come al carburante che mantiene in vita il potere. Nel gioco delle parti, nessuna parte riesce ad avere ragione della giusta parte di umanità. Sono nati leader di ogni risma e caratura, a volte giusti sul serio, altre follemente autoreferenziali, ma sempre “assorbiti dal sistema di potere”, oppure morti ammazzati, ignorati, calunniati, quando a quel sistema non hanno voluto per scelta sottostare e per volontà combattere. Oggi nascono bandiere provvisorie e fugaci, per meglio confondere le comunità, per meglio tenerne a bada gli animi più ispirati. “Comodo ma come dire poca soddisfazione”, è la frase che un non ancora geneticamente modificato Lindo Ferretti mi propone dalle piccole casse del portatile mentre scrivo. “Forma e sostanza” è il pezzo in questione, la frase è emblematica. Anche perché continua affermando “voglio ciò che mi spetta, lo voglio perché è mio, m’aspetta”. E cosa dovrebbe essere questo “mio che mi spetta”? E qui nasce inevitabile la differenza tra le “parti” in campo; tra chi all’io sostituisce il “noi”, coniugando i verbi dell’uguaglianza e della libertà, sotto il vessillo di un nuovo sole, un nuovo cammino verso lo stesso orizzonte che ben dovremmo conoscere e sforzarci di perseguire. Negli ultimi tempi ho letto moltissimi programmi elettorali, in vista delle scorse elezioni. Ho studiato per bene la legge elettorale con la quale ci hanno costretto ad andare a votare, e l’ho contestata sin da subito per la sua mancanza di “democrazia”, per il fatto, evidentissimo, che sia stata creata ad hoc per l’autoconservazione delle solite elites. Ebbene, per quanto concerne i programmi delle varie forze in campo, nessuno, e sottolineo nessuno, ha parlato di capitalismo, imperialismo, liberismo. Spesso invece ho incontrato speculazioni economiche e sociali che strizzavano l’occhio al “sovranismo”. Da “destra a sinistra”, passando per un ormai inesistente ed inconsistente centro. Il “si salvi chi può” è l’atto più osceno che un uomo possa auspicare alla sua unica razza; il punto di divisione tra l’egoismo indotto e il socialismo possibile. Non si tratta di essere buonisti, anzi. Si tratta di riuscire ad identificare il vero nemico, e combatterlo senza remore, con ogni arma a nostra disposizione. È arrivato il momento di non poter più “ignorare” ciò che ci circonda, ci domina, ci sfrutta e sceglie per noi al posto nostro. Dobbiamo avere la forza di non cedere ai perversi diktat di chi si arroga il diritto di incutere terrore e paura alle masse, per meglio dominarle e gestirle. Dobbiamo rifiutare le insulse ed inefficaci prese per il culo chiamate riforme. Dobbiamo e possiamo mirare in alto, in una orizzontalità di un orizzonte in cui tutti, ma proprio tutti, saranno padroni di se stessi, avendone coscienza. Alla distopia dei pochi sostituiamo l’utopia del possibile (e necessario) avvento socialista. Per questo motivo, e non solo, abbiamo l’obbligo, oltre che di impegnarci nella lotta, di modificare le condizioni del “campo di battaglia”. “In conformità alla loro natura, i diversi terreni possono essere: accessibili, a trappola, non risolutivi, limitati, accidentati, aperti”, sempre per citare Sunzi. Che i terreni siano accessibili a tutti; che siano bonificati dalle varie trappole esistenti, anche a costo della vita; che siano a sufficienza per ognuno e che rappresentino il “campo di lotta” per giungere ad un’ unica e generale “comunità”, con in comune l’umanità e la condivisione. In alternativa possiamo scegliere di continuare ad ignorare la schiavitù impostaci da millenni, se tutto va male.

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