Mer. Mag 27th, 2020

V-news.it

Quotidiano IN-formazione

L’attesa spezzata … l’umano lottare!

8 min read
EVENTI IN EVIDENZA

Ci siamo immersi nella melma dei vostri futili pensieri, sfidando l’asfissia della prepotenza e il soffocamento da vanità, col solo scopo di contrastare l’orda megalomane della vostra autarchia. Abbiamo circumnavigato le terre che ci avete sottratto, al solo scopo di rinvigorire i nostri polmoni nell’odorarne i profumi. Abbiamo attraccato furtivamente come ladri di notte, nei suoli che erano di noi tutti, per mettere alla prova le nostre gambe e le nostre braccia, ormai pronte alla battaglia. Abbiamo seguito i sentieri che non esistevano più, gli stessi che da giovani tracciammo decisi nella speranza di poterne godere all’unisono, tutti, indistintamente, in quello che credevamo essere l’unico futuro possibile, fatto di equità. Ci siamo curvati per passare sotto gli archi delle gallerie che la vostra arroganza non è stata capace neanche di notare. Alla fine vi abbiamo visti, senza essere scoperti. Ci siamo preparati in linea, pronti all’estremo gesto, nella piena consapevolezza che fosse l’unico possibile. E abbiamo iniziato a correre verso di voi, per abbracciarvi. Poi ci avete fucilato, sterminato, stuprato, senza nemmeno riconoscerci come vostri simili. Avete continuato per gli eoni a venire a tutelare le vostre tutele, i vostri privilegi, retti sullo sfruttamento di tutti noi. Ma ci siamo rialzati. Abbiamo ricostruito le zattere e levigato i remi, abbiamo rifocillato con quel poco di cibo chiamato speranza le nostre pance vuote, che tali son rimaste, e siamo tornati. Questa volta siamo riusciti ad abbracciarvi, perché non ci aspettavate. Chi di noi è sopravvissuto al massacro ha ancora impresso negli occhi lo sguardo dei vostri occhi, rossi e stupiti. Ricordiamo ancora le vostre armature lucenti, e gli spadini con i quali ci avete tolto la vita, senza battere ciglio. Altri secoli passarono, altri millenni sorsero pieni di speranze e aspettative, ed altrettanti ne tramontarono, senza che niente cambiasse. E noi ancora, testardi non disposti ad arrenderci, tentammo di nuovo di organizzarci. Non era semplicemente giusto. Non potevamo accettare non tanto la condizione in cui eravamo obbligati a vivere, quanto il fatto di essere privati delle libertà e dei diritti essenziali. Sapevamo bene che era possibile, e lo era sempre stato, un mondo equo, giusto, dove nessuno doveva subire privazioni, né materiali né spirituali. Lo sfruttamento delle nostre terre non più nostre, ma che in realtà dovrebbero essere di tutti, ci mise in una condizione di schiavitù che ormai durava da troppo tempo. Tentare di riconoscere “gli altri” come nostri simili era diventato un esercizio mentale pericoloso. Gli altri avevano bisogno di capire che erano “loro” ad essere come tutti gli altri, noi compresi. Fu solo allora che per la prima volta sentimmo parlare della parola “rivoluzione”. E non fu un concetto calato dall’alto, da qualche nostro simile che voleva diventare più “simile a loro” e tentare il “grande salto gerarchico”. Questa volta questo nuovo concetto venne a crearsi quasi in modo spontaneo, strutturato da secoli di sangue, soprusi, differenze, sfruttamenti, soggiogazioni, perversioni, umiliazioni,carneficine, mattanze, prevaricazioni ma, soprattutto, ingiustizie. E proprio quando, un poco alla volta ma in modo avido e costante, capimmo il significato del termine giustizia, avemmo il sentore che fosse giunto il momento per pretenderla, ad ogni costo e con qualsiasi mezzo. Stavolta non avremmo più tentato di abbracciali, loro. Questa volta non era solo la nostra vita in gioco, ma anche la loro. Questa volta era per i posteri che decidemmo di non poter più continuare a soccombere inesorabilmente in un regime oligarchico che non ci consentiva nulla, se non una morte lenta e dolorosa, insieme a un non-futuro per i nostri figli. Così ci organizzammo. Clandestinamente, di notte, nei pochi spazi e nei piccoli momenti in cui potevamo farlo. Ma avevamo fame di giustizia, e questo ci consentì di approfittare di ogni momento e di ogni anfratto disponibile. La stanchezza la si poteva quasi toccare con mano, oltre a vederla con gli occhi, ma eravamo determinati a non retrocedere, a non fare un passo indietro, mai. Stavolta non li avremmo abbracciati. Stavolta avremmo abbracciato la giustizia che ci era da sempre negata, a qualsiasi costo. Furono anni intensi, che trascorsero modificandoci dall’esterno e dall’interno. Anni in cui ognuno cresceva in una consapevolezza che non dava adito a nessuna riforma, ma che era indirizzata al fine ultimo rivoluzionario. Acquisimmo conoscenza e scienza. Imparammo dalla saggezza dei nostri avi e utilizzammo, per quanto possibile, i nuovi strumenti a nostra disposizione. Alla fine fummo pronti, o quantomeno era questa la sensazione che tutti noi avevamo. E quasi non importava se saremmo usciti vivi o morti dal tentativo di lotta al sistema. Per quanto ci riguardava … avevamo già vinto. Eravamo diventati capaci di osare e pretendere, con ogni mezzo, i diritti di tutti, compresi quelli di coloro con cui stavamo per scontrarci. Ci fu una cosa che, nel mentre della nostra preparazione, intuimmo e di cui facemmo oggetto di una profonda analisi: anche “loro” vivevano male. Di certo i motivi erano diversi e a volte in contrapposizione con i nostri, ma eravamo sicuri che il “loro mondo” fosse ingiusto parimenti al nostro. Due facce di una stessa medaglia che non è spendibile, e crea iniquità, differenze, indifferenza. Due lati di un confine che rende divisi ma vincolati, loro nello sfruttarci, noi nel mantenerli come sfruttatori, tramite l’essere sfruttati, appunto. Ci furono momenti in cui ragionammo a proposito di quale scherzo innaturale e meschino l’uomo avesse giocato a sé stesso: il disconoscersi tale. E tutto per un fine effimero, quale il prostrarsi al potere, al denaro, all’accumulo, all’abbondanza dell’arroganza, in un gioco di sopraffazione volto all’estinzione, se non della razza umana (unica e indivisibile), quantomeno dei “valori” veri che a tale razza appartenevano “da sempre”. Gli stessi valori che forse, se non ci fossero stati sottratti, avrebbero potuto evitare quello che ci accingevamo a fare. E non fu facile avere ragione dell’irragionevolezza costante che era imposta come dogma, o della parvenza di “diritto naturale” che tale non era. Nel tempo in molti, in troppi si erano abituati ad uno stato di cose che li vedeva sottostare senza poter o volere minimamente reclamare. Non fu facile, ma riuscimmo nell’intento. Alle loro minacce rispondemmo con sguardi immobili e fieri. Ai loro tentativi di corromperci salutammo la nostra “ricca miseria” come il più benvenuto dei doni: quello che ci dava nutrimento costante e pienezza del nostro essere rivoluzionari. La cosa più eccelsa fu il comprendere che eravamo, per la prima volta, artefici del nostro destino. Ma non nell’arroganza e nella saccenza da salotto, in cui in troppi hanno poggiato le proprie chiappe ipocrite, nel tentativo di teorie alle quali non sarebbe mai potuto seguire un minimo di azione. Noi eravamo veramente pronti a cambiare il “sistema”. E non certo per sostituirlo con un altro diverso, ma per eliminarlo definitivamente. Nessuna lotta fu come quella in cui “tutti vinsero”. Nessun sole albeggiò così fiero sopra una nuova umanità, degna di essere chiamata tale. Da quel giorno solo una cosa è rimasta identica a prima: la nostra abitudine. Il nostro essere abituati, che prima era rivolto alla differenza tra gli uguali, ora si è trasformata in un’abitudine all’eguaglianza, al respiro uniforme della Terra che rispettiamo e che ci dona i suoi frutti, a tutti. Ora siamo abituati alla giustizia, quell’unica, vera, sincera e forte giustizia che ci fa ancora dire, ad alta voce e senza paura di poter essere smentiti, che “la mafia è una montagna di merda”, che speriamo “venga presto il libeccio, che si porti via quest’afa”, che il nostro mondo “non si limita a cento passi”. Ed ora, quando nelle notti piovose e ventose penso ancora ai tempi in cui c’erano “loro”, non so fare altro che sorridere, nella consapevolezza che nulla possono farmi, se non farmi rinascere. Ancora. E ancora. E ancora. Perché da quel giorno, noi tutti siamo abituati all’umanità, al giusto, alla libertà, alla consapevolezza. In altre parole, all’essere presenti, a non far finta di nulla, al “sentire”, al “vedere” e, soprattutto, al “parlare”. Sarei ipocrita nel dire di non aver mai provato paura, ma sarei bugiardo se dicessi che anche quella paura non è servita ad essere carburante di convinzione, di lotta e di condivisione. Cosa fare? Quando è questa la domanda che incombe, null’altro si può rispondere se non “lottare”. Potranno anche tentare di ritornare, noi ci saremo, sempre. Perché è meglio morire mille volte, che vivere una sola vita da schiavi. È preferibile un cadavere ben visibile e che faccia rumore, ad un corpo invisibile che accoglie una vita inutile e sottomessa. Chi rinnega le radici non merita rami. Chi non cura i rami merita di infradiciare le proprie radici. Ora alzatevi, alzate lo sguardo, asciugatevi le lacrime e … caricate! Nulla è più disumano di un uomo che rinnega se stesso, umiliando i suoi simili. Nulla è più deleterio dell’ipocrisia dell’usurpatore. Che nessuno arretri. Che la rivoluzione abbia inizio. Ogni volta che ce n’è esigenza. Ogni volta che c’è un uomo sottomesso. Ogni volta che l’umana sapienza regredisce nel dominio. Ogni volta che all’orizzonte si profili il tramonto della dignità umana, dell’etica naturale, della morale equa, che tali ci riconosca. Sempre.

Dragoni. Lotta all’evasione fiscale, gli obiettivi del sindaco Lavornia

La quadratura del cerchio e i quadrati cerchiati …

SOSTIENICI!
In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a V-news.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, di qualunque tipo possiate farlo, fondamentale per il nostro lavoro.
Siamo un progetto no-profit di comunicazione assolutamente innovativo in Italia e rimarremo sempre tali.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie, Thomas Scalera

Potrebbe interessarti

Open

Close