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Le aspettative: perché ci dicono che è meglio non averne? L’ ottimismo irrealistico

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Perché è preferibile non avere aspettative? È una domanda che mi sono posta di frequente, almeno tutte le volte in cui, con regolare cadenza, leggo o sento di persone che si prefigurano come obiettivo di non nutrirne, forse perché confidano nel fatto che la Vita abbia i suoi piani, i suoi disegni  e a noi non resti che prenderne atto, mica stare lì a progettarli e a rifinirli. Sarebbe una fatica inutile, sprecata perché poi tanto alla fine, si sa, “va come deve andare”. Bisogna imparare invece a districarsi tra le sue trame, tra i fili invisibili da essa intessuti e tutti questi fatti così. Qui certo non voglio sostenere che l’ essere umano abbia la capacità di programmare tutto e, soprattutto, l’abilità o addirittura il prodigio di attuare tutti i suoi programmi senza una pecca, una falla, un difetto, un  qualche limite intrinseco. Se anche fosse vero sarebbe un po’ triste e ci toglierebbe gran parte dell’ effetto sorpresa, dello stesso stupore di vivere, di rinnovarci, di modificarci e plasmarci continuamente. Anzi, per la verità, io sono proprio una sostenitrice dell’opposto, una di quelle che “vediamo come va”, per poi scoprire che, anche se va in direzione totalmente opposta a quanto ti saresti aspettata, tu riesci a rialzarti comunque, a mostrare una certa elasticità contingente e a formulare in maniera adattiva la soluzione più congeniale per quanto ti si è inaspettatamente presentato, ridiventando da passivo spettatore della tua vita nuovamente attore protagonista. Però ecco, io piuttosto dico che la vita a volte prende inesorabilmente binari diversi, che è diverso dal sostenere che tu non dovresti aspettarti un binario preferenziale. Trovo oltraggioso e offensivo sostenere che non si debbano avere aspettative, vivere in questo luogo zen privo di desideri, ambizioni, programmi, sogni, disegni tuoi che vorresti prendessero forma.  Per cosa poi? Perché così riusciamo a reagire più prontamente non essendoci prefigurati alcunché? Siamo davvero una tabula rasa, un contenitore vuoto in cui inserire quello che la vita vuole da e per noi? O possiamo  noi stessi immaginare come riempirci, prefigurarcene modi e tempi e godere in qualche modo anche in caso di mancata realizzazione sapendo che, male che vada, ne avremo ricavato una lezione di vita e dall’errore potremo riformulare un’ altra aspettativa con rinnovata consapevolezza ? Soprattutto, in che modo le persone acquisiscono contatto con la realtà, con le cose e le persone, se non si sono prima aspettati qualcosa? È davvero, come dicono, un modo di annullare l’altro aspettarci da lui qualcosa? O è un modo per circoscrivere ciò che vogliamo e, quando non si verifica, sapere come gestirlo proprio perché non rispecchia il nostro modo di volerlo?

Formularsi o meno delle aspettative dipende in parte dal nostro stile di attribuzione causale, interno o esterno, come abbiamo visto nell’articolo sul fenomeno della superstizione (che trovate qui:  http://www.v-news.it/non-e-veroma-ci-credo-il-ruolo-della-superstizione-nelle-nostre-vite-e-gli-stili-di-attribuzione-causale/ )

Nello  specifico le persone con locus of control interno saranno più inclini a formularsene, quelle  con locus of control esterno, rimetteranno tutto ad agenti esterni.

Una risposta trasversale all’ammonimento nella formulazione di aspettative possiamo ricercarla nella letteratura psicologica relativamente al fenomeno noto come ottimismo irrealistico. Nella definizione dello psicologo Weinstein, esso è  “un errore di giudizio che produce una sottostima del rischio che si corre personalmente rispetto ad una generica persona media”. Nella definizione originale, come abbiamo visto, il fenomeno ha riferimenti particolari verso l’ assunzione del rischio e la tendenza ad assumerselo oltre ogni logica presupponendo che non si verrà colpiti da eventuali effetti negativi o dannosi. Per fare un esempio concreto, anche se dico ad una persona che nel caso in cui facesse un incidente in auto avrebbe probabilità di salvarsi nel 50% dei casi se ha la cintura di sicurezza, nel 20% se non la indossa e nel 30% di non riuscire a prescindere a farcela, la persona che è tendente a un ottimismo irrealistico sarà comunque portata a non indossarla perché crederà di rientrare nel 20% dei casi fortunati, anche se, indossando la cintura, la percentuale di salvezza salirebbe al 70%. Allo stesso modo, se dicessi ad una ragazza che è difficile rimanere incinta, ma  che comunque se vuole evitare una gravidanza è ragionevole usare un preservativo che ne ridurrebbe l’incidenza non voluta del 99%, probabilmente si soffermerà alla constatazione iniziale per cui è difficile rimanere incinta e non ne farà uso. Il meccanismo psicologico che è alla base di questo fenomeno molto diffuso soprattutto tra gli adolescenti e che, se perpetrato può indurre a dipendenze o assunzione di rischi molto elevati, è collegabile ad un senso di onnipotenza e invulnerabilità. Ritornando al ruolo delle aspettative, possiamo ragionevolmente supporre che il motivo per cui sarebbe preferibile non nutrirne, sia proprio evitare di associare ad esse questo “ottimismo irrealistico”, quindi questa distorsione del giudizio che ci indurrebbe a quella arroganza di pensare che il solo fatto di esserci aspettati qualcosa di ottimistico e positivo sia sufficiente alla sua realizzazione, al suo divenire. In questo caso le persone hanno una aspettativa alimentata da un ego smisurato e da una infondata fiducia che non trova corroborazione nella casistica del verificarsi di un evento specifico. Per semplificare il pensiero, potremmo dire che motivo per cui non vale la pena rincorrere una aspettativa, giacché la realtà non è sempre ed esattamente come ci piace immaginarla, è di non restare delusi.

Oltre a questo, credo che l’ accanimento verso le aspettative affondi le sue radici nella consapevolezza che ci si renda potenzialmente statici e chiusi al nuovo se si presenta a noi qualcosa che esuli dal nostro immaginario. Ma non è necessariamente così. Aspettative, progetti, propositi, obiettivi servono a darci una direzione. Sta a noi decidere quanto veloci andare, se e quando arrestarci, quando cambiarla, quando valutare percorsi alternativi se ci troviamo di fronte ad un bivio.

Avere delle aspettative, e quindi immaginarsi un percorso o prefigurarsi il verificarsi di un evento, non vuol dire necessariamente essere ciechi di fronte a opportunità altre che ci si potrebbero presentare, mancando quindi di quella capacità di integrazione di componenti aggiuntive nel nostro sistema potenzialmente saldo. Così come non vuol dire necessariamente ricadere nell’errore di sovrastimare noi stessi, le nostre capacità o la bontà dell’ambiente esterno nel regalarci ciò che ci aspettiamo nella misura in cui ce lo aspettiamo. Ci saranno un milione di modi, un’ infinità di strade, percorsi alternativi, competenze trasversali, tacite, indirette ma noi sapremo vedere tutto ciò proprio perché abbiamo un’ aspettativa, non perché abbiamo deciso di rinunciarvi. Poi che le aspettative debbano essere verosimili e  quanto più possibili fedeli alla realtà è un’altra questione, come abbiamo avuto modo di analizzare. Del resto, come disse il poeta e filosofo tedesco Lessing “L’attesa del piacere è essa stessa piacere”. E cos’è l’ aspettativa se non una forma di attesa?

 

http://www.v-news.it/dal-2018-luso-ricreativo-della-marijuana-e-legale/

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