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L’economia delle foglie e del vento

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Una tranquilla notte si appresta a contrastare la mia non tranquilla esistenza. Il flusso continuo dell’ordine costituito continua imperterrito a vibrarmi nella mente. Come una goccia maledettamente fastidiosa, arrogante, precisa nella sua cadenza altezzosa, che tenta di stuprarmi l’anima. La dea dell’apparenza e della sottomissione mi sfiora con le sue avances da femmina esperta, astuta e prepotente, consapevole di poter ottenere tutto. Senza aver fatto i conti con chi non ha mai imparato nemmeno a contare come lei e i suoi amanti. Con chi sa di contare a prescindere. Senza presunzione ma con determinazione, consapevole della propria forza. Vivo come forse nessun Pantheon potrebbe offrire. Al di là. Al di là della materia, del possesso, del potere. Al di là della macchina che si guida e della sua cilindrata, della reggia in cui si vive e delle sue tante stanze, del ruolo che si occupa senza neanche averne consapevolezza né merito. Al di là delle parole e senza parlare dell’aldilà. Aldilà di tutto ciò che serve a dividere, a distinguere, a sottolineare, ad evidenziare, a dirottare, a trainare verso un vuoto cosmico. Al di là, ma saldamente ancorato all’al di qua. In questa sorta di società che, senza preavviso, ti presenta il conto da pagare ancor prima di venire al mondo. La chiamano “economia”, per me è solo una grande fregatura; un metodo per dire di poterti dominare a prescindere, senza nemmeno che tu ne esprima adesione, o ribellione. Nella realtà delle aquile che osano le vette più ambite, degli alberi secolari che, attimo dopo attimo, incuranti del concetto di tempo, si danno forza dalle radici per tendere al cielo, delle foglie che danzano un ballo millenario prima di toccare la terra, staccandosi naturalmente dal cordone ombelicale che le teneva legate al ramo, tutto sembrerebbe poter essere sano, etico, morale. In altre parole, tutto potrebbe apparire naturale, bello e potente, come l’urlo del pianto vitale di una bambino appena nato. Quell’urlo atavico, primo legame con la vita stessa, che della vita non conosce ancora nulla, ma che ne è parte integrante. Iniziazione di un percorso che, troppe volte, devierà dalla sua naturale essenza, per aderire a ben più infami e perverse logiche. La chiamano economia, dicevamo. Ripeto che per quanto mi riguarda è solo un grande inganno. Un grande paravento per paraculi di ogni razza e provenienza, che supera anche la Storia e la Geografia, e che anzi le scrive e le governa con le proprie azioni, le sue insane volontà, i suoi effimeri poteri. Soggiogare il prossimo, equivale a preferire una differenza di umanità che diversa ,invece, non può essere … mai. In questo gioco di dividendi, benefit, speculazioni, bot, canoni, interessi, trust, fideiussioni, garanzie, e tutta la sfilza di stronzate create ad hoc per inculare il popolo nella sua essenza più intima e reale, nessuna regola è chiara come quella che per esperienza di vita si evince senza troppi sforzi. E cioè che nessuno può vantare di essere libero, laddove la vera libertà non è consentita provare. Figurarsi di viverla. La chiamano economia, dicevamo. Che ci spiegassero il significato delle banche, allora. Che ci diano un giusto profitto per il nostro sudore quotidiano. Che impongano ai multimiliardari dell’intero pianeta, dove 8 famiglie detengono la quasi totalità delle ricchezze terrene, di non scappare nei paradisi economici artificiali, appunto. Che si chiariscano i ruoli, anzi che si superino. Una volta e per tutte. Dal capitale siamo nati come homo economicus. Ci siamo organizzati nella becera speculazione a danno della nostra stessa specie. Abbiamo adottato atteggiamenti infimi e per nulla in armonia con l’andamento e il ritmo lento e naturale del mondo tutt’intorno. Abbiamo rinnegato famiglia, figli, genitori e fratelli, per il solo scopo di accumulare. Ricchezze, potere, dominio. Siamo cresciuti persi nell’adorazione sbrigativa ed efficace del più grande dio minore che sia mai esistito, senza nemmeno dubitare che siffatta divinità non potrà nemmeno sperare lontanamente di superare le barriere della sua stessa realtà materiale. Come potrebbe un ricco signore rivivere in questo mondo e poter usare tutto il denaro rubato alla collettività nella propria esistenza? Come potrebbe un imperatore tornare ad imperare sopra i propri sudditi che l’hanno visto morire? Come potranno i soldi e l’oro delle banche rimediare allo scempio e all’inquinamento che per crearli è stato compiuto? Come è possibile che non ci siano soluzioni né proposte, che non ci siano altro che velleità e buoni auspici del momento, e nulla più? I governi mondiali potranno anche riunirsi altre 23 volte all’anno per parlare di inquinamento, di immissione nell’atmosfera dei gas serra, della riduzione della trasformazione del petrolio e dell’estrazione del gas, ma non ci saranno mai azioni concrete fino a quando non si avrà il coraggio (e la ferrea volontà) di contrastare chi realmente questo mondo domina e governa. Non stiamo parlando di semplice filosofia spicciola, o peggio di populismo bieco. Qui ci stiamo rivolgendo al buon senso della ragione libera. Agli uomini e alle donne che non sono legati da nessun tipo di interesse e di aspettativa personale. A coloro i quali sanno benissimo che il benessere dell’intera collettività e della Natura che li ospita è prioritario e vitale rispetto alla speculazione senza scrupoli di carattere personale. Ci rivolgiamo a chi ha perso la speranza, affinché possa imbracciare le parole giuste per iniziare l’unica, vera, indispensabile rivoluzione. Ci rivolgiamo a chi, sfiduciato dalla corruzione che lo circonda, non riesce più a vedere al di là del vetro del suo cellulare, affinché ritrovi la forza della comunicazione e della perseveranza, per poter prima di tutto riappropriarsi di se stesso e poi del senso civico della propria comunità, del proprio popolo, della propria razza. Unica e sola: umana. Quando dico “ci rivolgiamo” non è un errore grammaticale, né un atto di presunzione ed esaltazione. La prima persona plurale è d’obbligo, quando si ha la consapevolezza di non star parlando solo in rappresentanza di se stessi ma di un, seppur piccolo, gruppo di persone. È così bello sapere di non essere soli, in un mondo dove per sentirsi parte di qualcosa d’altro devi necessariamente connetterti con una realtà di tipo Matrix. Con la falsità dell’apparenza di un sistema votato all’inganno, alla frode, alla furbizia, alle infamità e alla menzogna. Posso dire, senza paura di essere smentito se non da un destino beffardo, che ogni seme piantato, in un modo o nell’altro, darà sempre i suoi frutti. Al di là se essi siano raccolti dalla stessa mano di chi li ha seminati. Nel bene, come nel male. C’è un momento della mia personale storia recente, in cui mi sono realmente sentito perso ed inconsistente. Foglia che non giustificava il proprio cadere. Inutile ed effimero urlo indecente. Fino a quando non mi sono trovato sollevato da qualcosa che sembrava essere un vento forte e deciso a spingere me stesso verso un punto indefinito. Fino a quando non ho notato che quel vento era composto da altre foglie simili a me. Unite da un solo e vero sentimento di giustizia ed equità, che nulla teme se non la propria staticità. Anzi, probabilmente, che tale staticità anelano. In quel riposo meritato che viene dall’aver combattuto una battaglia sincera che, seppur non vinta, ha dato senso alle proprie parole, alle proprie volontà, alle proprie azioni. Perché è lecito non aspettarsi nulla in cambio di una lotta. Non lo è invece il non combatterla. O peggio assoggettarsi all’infamità di un sistema che chiede di annullarti, in cambio di un vantaggio immediato ma macchiato da calcolo, sottomissione e perdita della propria dignità. Della propria volontà. Della propria libertà. Come una foglia che può scegliere di impantanarsi per sempre nella melma della mediocrità delle perverse lobby di potere, o di continuare a volare insieme ad altre foglie come lei. Consapevole di dover finire la propria esistenza materiale, ma nella certezza che ci saranno altre foglie a prendere il suo posto. In numero maggiore. Con maggiore forza. Finché ancora fischia il vento, che loro stesse hanno imparato a dirigere. In piena libertà. Liberamente piene e consapevoli, da poter accettare anche la morte. Laddove si è consci di non morire inutilmente. La chiamano economia, impariamo nuove parole per un nuovo e semplice vocabolario di dignità, moralità e giustizia, che possa rimpiazzare le false convenzioni con le vere e necessarie esigenze dei cittadini del Mondo. Foglie infinite in un eterno vento di equità. Di tutti. Per tutti. Per sempre.

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