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Legge Basaglia: restituire dignità al malato

In questa giornata di 95 anni fa nasceva a Venezia il neurologo e psichiatra italiano Franco Basaglia. Lo ricordiamo per la Legge 180/1978 in merito agli accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori.  Fu la prima ed unica Legge ad imporre la chiusura dei manicomi, regolamentando il trattamento sanitario obbligatorio ed introducendo i servizi di igiene mentale pubblici. Durò pochi mesi, da maggio a dicembre, fino cioè all’introduzione del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), ovvero l’insieme delle attività e dei servizi sanitari erogati dallo Stato. Pur nella sua breve durata, costituì comunque una svolta radicale nel modo di intendere la malattia e, soprattutto, di guardare oltre il disturbo mentale, per arrivare alla Persona.

Pur non rinnegando l’approccio positivista, che in qualità di medico riteneva imprescindibile punto di partenza nella diagnosi della malattia, Basaglia, influenzato dal pensiero dello psicopatologo Karl Jaspers, se ne discostò nella fase della cura e della riabilitazione. Ovvero, se da un lato è vero che occorre la scienza per diagnosticare un disturbo, scienza fatta di analisi, dati empirici, ricerche, studi sperimentali, nella cura è necessario invece un approccio più “umano”, un approccio che non spieghi ma che accolga, che comprenda. Anche in questa suddivisione tra scienze naturali e scienze dello spirito, il taglio jaspersiano è evidente.  L’impostazione di Basaglia, intrisa anche del pensiero di altri importanti filosofi come Sartre, Husserl, Bergson, Merleau – Ponty è, in questo senso, un’impostazione che restituisce dignità alla persona, alla sua personale storia di vita, al suo vissuto, per quanto patologico. Viene applicata, cioè, una epoché, ovvero una sospensione del giudizio. È un approccio che non etichetta, non categorizza, non oggettivizza.

Distaccandosi da quella pratica medica di tipo ippocratico, viene rinvigorita quella individualità già di per sé compromessa dalla malattia e che, in un manicomio, finiva con l’annichilirsi ancora di più. In“La distruzione dell’ospedale psichiatrico come luogo di istituzionalizzazione” scrive:

Dal momento in cui oltrepassa il muro dell’internamento, il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale […] viene immerso, cioè, in uno spazio che, originariamente nato per renderlo inoffensivo e insieme curarlo, appare in pratica come un luogo paradossalmente costruito per il completo annientamento della sua individualità, come luogo della sua totale oggettivazione. Se la malattia mentale è, alla stessa origine, perdita dell’individualità, della libertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell’internamento”.

Mettendo a disposizione corsi di pittura e teatro, aprendo le porte per garantire l’uscita e la libertà, vietando tassativamente le terapie elettroconvulsilvanti (elettroshock) e introducendo i servizi igienici per la cura del corpo poiché “mens sana in corpore sano”, la malattia assume tutt’altro volto, tutt’altra immagine e viene parzialmente dimenticata.

Oltre alla terapia farmacologica, il personale negli ospedali psichiatrici deve imparare ad intessere una relazione umana col paziente. Attraverso un ascolto attento e partecipe entrare in contatto col suo vissuto, senza temere di poterne restare compromesso. Questo è ciò che si chiama empatia.

L’accento non è più sul sintomo, sul disturbo, sulla malattia. La terapia diviene una terapia basata sulla persona.

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