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L’Imam dell’attentato a Barcellona era un collaboratore dell’intelligence di un Paese europeo

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“Estremamente grave”. Queste le parole usate dal presidente “esiliato” di Barcellona Puigdemont, nel commentare quanto scritto dal quotidiano ispanico El Pais a proposito di contatti tra l’intelligence spagnola e l’ormai defunto Imam di Ripoll, e capo del gruppo jihadista responsabile delle stragi di Barcellona e Cambrils dello scorso 17 agosto, Abdelbaki Es Satty. Ironia della sorte la frase “estremamente grave” era stata usata anche per indicare il comportamento del governo catalano nei riguardi dell’indipendenza annunciata e poi repressa dal governo di Madrid. Sembra volersi togliere qualche sassolino dalle scarpe (che ormai solcano terra straniera chiamata Bruxelles) il (ancora?) presidente della Catalugna. Anche se, forse non proprio opportunamente e, di certo, con niente che abbia a che vedere con la sicurezza nazionale. Se da un lato, infatti, le circostanze di questo “enorme svarione” di valutazione da parte del governo spagnolo nei riguardi di un “detenuto arrestato per droga nel 2014” e “reclutato” come collaboratore subito dopo, sono incontrovertibili, come confermato a Efe da fonti Cni (pur senza aver precisato fino a quando si è protratta la collaborazione n.d.r.), dall’altro l’annuncio di Puigdemont rivolto ai suoi ex colleghi del governo centrale che una volta individuati come colpevoli, avranno di sicure conseguenze di “questo fatto grave”, come afferma lui “che sicuramente non comporterà dimissioni, o denunce o detenzioni”, è di certo un modo per sottolineare, a suo modo, la diversità di trattamento di fronte ad atti presumibilmente suscettibili di uno stesso trattamento valutativo e sostanziale. L’imam, morto il 16 agosto nell’esplosione di un covo jihadista, almeno da quanto dichiarato da fonti ufficiali dell’intelligence Usa e britannica, avrebbe pianificato de facto tutta la parte di indottrinamento dei “martiri”, per meglio incitarli e motivarli al massimo “risultato” del loro “sacrificio”. Restano di certo domande, restano di sicuro dubbi e soprattutto pensieri che spingono il cittadino “europeo” a chiedersi come sia possibile far accedere a dati sensibili dei propri Stati, persone di siffatta caratura. Viene anche da chiedersi perché le notizie sui criminali di ogni ordini e grado, nonché sui terroristi o presunti tali, non vengano condivise tra i vari Stati, europei come mondiali, per ottimizzare le azioni e prevenire, laddove possibile, errori grossolani ma mortali come questo. Chissà che i servizi segreti di tutto il Mondo non si guadagnino lo stipendio proprio con questo clima di “poca chiarezza e comunicazione”.

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