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L’imbianchino delle anime

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“Mi aggroviglio avvinghiandomi a me stesso. Io solo. Unico essere che non oso non escludere. Soltanto per paura del vuoto che tale esclusione può rappresentare. Solo perché nel rapporto tra il vuoto che creerei eliminandomi e il resto dell’esistenza che resterebbe al di là di me, non so dare una continuità. Non so escluderle entrambe”. Furono le ultime parole che ebbi modo, purtroppo distrattamente, di ascoltare, da parte di Francesco. Furono parole che dovetti interpretare, decifrare, vivisezionare, catalizzare, ricercare, spolverare e alla fine anche un pò inventare, mentre, trattenendo le lacrime e i singhiozzi, cercavo di consolarlo, di far finta di comprendere ciò che stava dicendo. Da una bocca compromessa. Da corde vocali collassate. Da un urlo che si mimetizzava in un sussurro. Da una volontà di comunicare al suo migliore amico, ciò che egli non poteva comunicare a nessuno. Forse nemmeno a se stesso. Stavi morendo, ed io lo sentivo, ma non volevo e non potevo accettare tale realtà. Presenza infinita dal primo giorno in cui accompagnasti me e altri due “profughi” al confine della terra natia. Mai stantia. Ricordi Corbara, Francesco? La pittura sui tuoi vestiti e su quelli del tuo amico Emiddio che guidava? Tre ragazzi col moccolo al naso che credevano di essere i Nirvana e che facevano a piedi il tratto Corbara-Angri, per la stradina che parte dalle prossimità del cimitero angrese per arrivare a quello corbarese, e viceversa, solo per il gusto di montare i propri strumenti negli amplificatori? Solo perché sapevano in cuor loro che in quella casa disabitata e nelle vicinanze della stessa non c’era nessuno che potesse protestare? Ricordi l’invito che ci facesti a suonare per l’evento del Macello, la “tua” associazione che prendeva il nome dal luogo  concessovi in autogestione, dove prima sorgeva appunto un macello, e dove ora ci sono i palazzi comunali angresi? Ricorderai di certo il luogo in cui tale evento si svolse: quel campo di calcio nella zona degli ormai ex prefabbricati, che tanta pena hanno portato a chi vi viveva e a chi era chiamato puntualmente ad amministrare, chiamato “Novi”. Ricordi quel gruppo a cui deste 200.000 lire? L’unico che fu pagato, perché venivano da Bari? Con quel nome inglese ma così mediterraneo, che alla prima nota fecero capire di che pasta e “appartenenza” erano fatti? Non potrei mai dimenticarli, non solo perché, nel frattempo, sono diventati un gruppo famoso e coerente con le proprie idee, ma anche perché quelle parole, quel sound, quella disponibilità che solo anime affini alla solidarietà e alla collaborazione, alla condivisione e alla lotta possono provare , non sono passati inosservati e, soprattutto inascoltati. All’epoca erano degli sconosciuti che portavano con orgoglio un nome complicato: Sud Sound System.  Così come non è passato inosservato il tuo amico di Pagani che, preso da un senso di antipatia nei miei confronti, voleva “simbolicamente” darmi fuoco con il suo accendino, non appena mi sedetti sul palco, mentre cantavo per la prima volta in pubblico. Io ricordo che lo fermasti. Lo ricordo come fosse ieri. E forse è stato proprio “ieri” … E ricordo che, a causa di un piccolo inconveniente (la corda del nostro bassista, che poi divenne il “nostro” chitarrista, si spezzò, facendoci suonare proprio prima del gruppo principale), che riuscimmo a suonare “sotto le luci accese”, nell’ormai caduta sera. Francesco, se fossi ancora in questa terra, ti farei una faccia di schiaffi. Ti darei tanti di quei pugni in quell’orgoglioso eppure umile petto, da farti singhiozzare come quella volta che, alla fine di una nostra esibizione a Marzano di Nola, prendesti la coppa che vincemmo e la portasti a riempire di brandy all’unico bar della cittadina. Al primo sorso, dopo averla issata al cielo colma, come fosse la “nostra” coppa dei campioni, la tua gola si restrinse, ed iniziasti a singhiozzare. Questo accadeva pochi secondi prima che, armato della stessa coppa di cui prima, salivi sul palco, osannato dai ragazzi che, in parte per simpatia, in parte per gioco, in parte perché più ubriachi di noi, ti acclamavano. “Francesco, Francesco, Francesco, Francesco …”. Così cadenzavano la tua ascesa al bordo del palco che poco prima avevamo solcato suonando insieme. Incurante dei giudici, del sindaco, degli sponsor e del gruppo vincitore che erano lì per le premiazioni. Eri tu, unico, vero, autenticamente “anima musicale”, e questo bastava. Eri al di là di tutto, perché non ti importava del “nulla” che invano voleva risucchiarti dentro di sé. Eri il rutto sulla faccia del perbenismo. La verità scomoda sulle arroganze di chi ti era enormemente inferiore. L’intelligenza sulle perdizioni e sulle presunzioni degli ignoranti tutt’intorno. Eri, ma sbaglio nell’usare il verbo all’imperfetto, ciò che si può definire un fratello. Veramente. Anzi di più. Un fratello dell’anima. “Forti nell’oltre del nostro mare”, come direbbe Emilio … Torniamo a noi: basta digressioni. Merikà, l’hai fatta grossa! Ti sei nascosto prima ancora che la tua luce  smettesse di brillare. Meglio della peggiore rockstar. Peggio del miglior finale di un film di Pasolini, o di Emir Kusturica, che tanto amavi vedere e rivedere con noi, tuoi “allievi”. Te ne sei andato senza salutare, un po’ per capriccio, un po’ per coerenza. Coerenza col tuo vivere sempre pieno, capriccioso come un bimbo che sa di essere più intelligente e capace degli altri, ma non per questo li denigra, o li prende in giro. Più intelligente degli altri eppure sorpassato da chi, senza merito alcuno ma con grandissime raccomandazioni, si accingeva a prendere il tuo posto legittimo. Ancora una volta. Ancora un altro. E ancora e per sempre. Francesco, odiavi il sistema corrotto che vedevi corrompere il tutto e il niente. Sicuro della tua essenza, volevi e chiedevi di vivere. Ma il vivere delle amebe che ti circondavano non era degno di essere vissuto dalla tua anima. Il sistema ti ha schiacciato. Frantumando le tue note, le tue parole, i tuoi scritti, le tue convinzioni, i tuoi disegni, le tue volontà. Ma non è riuscito, e mai potrà farlo, a cancellare le tue gesta. Sei stato uomo, marito, compagno, fratello, figlio e viandante. Imbianchino delle anime che ti circondavano, ancor più che delle mura che ti commissionavano di pitturare. Sei stato e resti quel simbolo che fa comprendere che tutto può essere sfidato, e che solo sfidandolo se ne possono comprendere le sfaccettature. Sei stato e resti l’allegria contagiosa che ci faceva credere invincibili. Sei stato e resti quel groove di basso al di sopra degli altri strumenti, deciso e semplice nella sue sfumature. Quelle cavalcate ritmiche che erano inizio e fine delle nostre canzoni. Quelle canzoni che, senza di te, non possono essere più suonate. Merikà l’hai fatta grossa, perché non poteva essere altrimenti. Mentre scrivo c’è Lou Reed in sottofondo: “walk on the wild side”. Quel Lou Reed di cui ignoravo l’esistenza, insieme a tanti altri cantanti e gruppi, prima che tu mi istruissi a dovere. Aprendomi un mondo. Iniziazione all’arte musicale nella sua essenza più pura e vera. È grazie a te se si continua a suonare, ue Cì! Ricordo quando giocavi a quello che io chiamavo “il gioco dell’umiliazione”,quando chiedevi  a me ed Emilio di domandarti quali fossero le capitali del mondo, e non ne sbagliavi una perché, come per altre cose, la tua memoria era incredibile! Nonostante tutto e tutti. Le capitali del mondo, si. Come quella del Venezuela in cui sei nato e da dove hai ereditato il tuo immortale aggettivo sostantivato: Ciccio o “Merikan”! E mica poteva essere l’America del Nord? Così consumista, capitalista, menefreghista e infame, come amavi dire sempre, a poterti dare i natali? Ma che stiamo scherzando! Mi manchi Francè. So che manchi a me come ad altri, so che mi prenderesti in giro se ora dicessi che “un giorno ci incontreremo di nuovo”. Quindi preferisco viverti. Fino alla fine. Ricordandoti e sforzandomi di non deragliare dalle convinzioni che tu, maestro senza bisogno di essere definito tale né di titoli, hai fatto plasmare spontaneamente in me. Te lo ricordi “Bat man” merikà? Quel Franco che ci meravigliò per come si integrava a pennello nelle “tue” canzoni, nei tuoi giri di basso? Te lo ricordi, ovviamente. L’altra sera abbiamo passato una serata in tuo onore e abbiamo fatto anche un brindisi. Campari e Gyn, ovviamente. Erano anni che non ne sorseggiavamo uno. Alla salute … ! Fratello, intanto trascrivo un tuo testo che ancora canto, a volte piangendo, nelle poche serate che faccio. Quel “Teorema Ancestrale” che tanto dice, sussurrando all’anima, di questa triste novella che è la vita. Soprattutto quando a volerla vivere è chi, come te, non ammette compromessi di nessun ordine e grado, perché in grado di comprendere il confine tra il valore e le ipocrisie, tra l’essenza e le facciate! Intanto parte il groove di basso, del tuo basso bianco, e la mia voce si confonde con la tua , mentre … “Bevo\ come una fontana di rifiuto\ … canto\ come una pecora in preda al panico\ Fin dove mi seguirò, sarò io\ anzi senza poco rispetto\ sento il fondo del mio destino\ Sono, come un’esca preda del mare\ ad essere sempre, considerato tale\ come persona strana e inaffidabile\ come istinto\ di vera natura\ di vita animale\ Fare e continuare, teorema ancestrale\ Fare e continuare, teorema ancestrale\ Fare e continuare, teorema ancestrale\ Fare e continuare, teorema ancestrale\ Tu, onesta, nel tuo ventre hai offeso il tuo onere\ a farti visitare, da chiunque volesse farti del male\ ora non sai, o non puoi aspettare\riesci solo \a non \comunicare … Fare e continuare Terorema Ancestrale…”. Devo chiedere ad Emilio di darmi ripetizioni di geografia. Sai ora lui insegna ed è anche un bravo insegnante. Chissà che un giorno non ti riesca ancora di chiederci le capitali del mondo! Stavolta cercheremo di essere meno impreparati … Merikà! Grazie di tutto, per il bello e per il brutto. Per la verità sopra di tutto. Per essere stato ed essere di essenza il frutto. Ciao Francesco. Ci vediamo in sala prove.

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