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L’influenza della mente sul nostro comportamento: le profezie che si auto-avverano e l’effetto placebo

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“La mente non è il cervello”. Nel corso dei miei studi l’ho sentito ripetere un’infinità di volte, con ritmo autorevole e incalzante, come un mantra. Mai una volta che mi fossi opposta a una tale dichiarazione, nemmeno quando ho dirottato i miei studi verso un paradigma più scientifico della psicologia. Anzi, a dir la verità, studiare neuroscienze ha solo maggiormente rafforzato in me la convinzione che in effetti il cervello è solo uno strumento nelle mani della mente.

Disquisire su cosa sia la mente, se sia o meno qualcosa di materiale e tangibile, dove si possa localizzare, esula da questo trattato per questioni spazio- temporali che potrete ben comprendere. Qui voglio solo evidenziare la forza che la mente esercita sul nostro comportamento e trattare due fenomeni attraverso cui questa influenza si palesa. Perché la mente può davvero condurre le nostre azioni nella direzione che preferiamo. Non è magia, né stregoneria. È auto- determinazione. Il primo e assai singolare fenomeno è quello definito self fulfilling prophecy, o profezie auto-avveranti o che si auto-realizzano. Le profezie che si auto-avverano sono la somma delle nostre idee, pensieri e azioni concrete che va a configurare la realtà oggettiva circostante. Vi ricordate quando nel precedente scritto mi sono mossa a favore delle aspettative? (Lo trovate qui se volete rispolverarlo).

Il motivo per cui le ho difese così strenuamente ha a che fare proprio con quello di cui stiamo parlando oggi e cioè che, talvolta, è sufficiente credere per ottenere, aspettarsi qualcosa perché si realizzi. Certo che non accade semplicemente così, soffiando sul nostro pugno chiuso, gli occhi serrati, le labbra leggermente schiuse a pronunciare qualche parola strana, magari in latino che fa anche più scena. Quello che qui la psicologia sostiene e che ha trovato corroborazione empirica in molteplici studi condotti sul ruolo giocato dalla motivazione nelle nostre scelte, è che nutrire delle aspettative induce a crearci in maniera più o meno consapevole un campo di battaglia e soprattutto delle strategie atte al perseguimento dell’obiettivo. Quanto più resteremo fedeli alla nostra aspettativa, tanto più fare delle cose affinché si avveri diventerà un automatismo, comporterà un dispendio di energia più lieve fino a giungere alla sua concreta realizzazione.

Le profezie sono quindi un prodotto della nostra mente, un insieme anche disparato di convinzioni e credenze che si verificano per il solo fatto di essere state espresse. Può sembrare paradossale, inverosimile e fuori da ogni logica, eppure possiamo realmente contribuire alla costruzione della realtà già solo nutrendo la convinzione che qualcosa accada.

Per quanto possa suonare banale, mi sovviene alla mente una storiella che ben può sintetizzare quanto abbiamo detto finora. Un giorno una signora vide un cane entrare in una casa e poi uscire scodinzolando. Poi ne vide entrare un secondo che uscì ringhiando. Incuriosita, decise di affacciarsi nella casa per vedere cosa ci fosse e notò che era piena di specchi. Il cane che era entrato per primo aveva cominciato a scodinzolare e, vedendo i suoi simili fare altrettanto, ne uscì ancora più felice. Il secondo invece aveva cominciato a ringhiare e, notando che anche gli altri lo seguivano, uscì ancora più teso e arrabbiato. Spesso funziona così: le tue convinzioni hanno un impatto con la realtà e finirà col verificarsi, nel bene e nel male, proprio ciò che speravi o temevi. È questo il motivo per cui se un medico sa che un paziente è malato ma c’è anche solo una possibilità di guarigione, gli dirà di confidare in quella fino a convincersene.

Del resto, un sinonimo di convinzione è persuasione e in qualche modo a verificarsi è proprio questo: una sorta di plagio strutturato che operiamo sul mondo che riflette il modo in cui “ci aspettiamo” che sia. E che alla fine diviene davvero.

Il sociologo Merton fu il pioniere di questi studi negli anni ’70 indagando l’incidenza delle convinzioni sulle masse. Le sue osservazioni su questo fenomeno sociale portarono alla luce le indiscutibili verità sull’influenza della comunicazione, l’incidenza della persuasione nei gruppi e la suggestionabilità, (in parte trattate anche qui ). Un esempio pragmatico di quanto detto, nonché il secondo e più noto fenomeno di cui volevo parlarvi, è l’effetto placebo. Il placebo (che deriva dal latino e significa “compiacere”) è una sostanza priva di principi attivi specifici ma che viene somministrata come se avesse le proprietà mediche e curative del farmaco di cui si vuole testare l’efficacia. La cosa curiosa è che, nelle sperimentazioni condotte su ansia, depressione e schizofrenia, sia il gruppo sperimentale che riceve la vera sostanza da testare, sia il gruppo di controllo (in circa l’80% dei casi) che invece ha assunto senza saperlo il placebo, dichiarano (salvo poi regressioni più avanti nel corso della terapia) gli effetti che dovevano ascriversi solo al farmaco e quindi al gruppo sperimentale. Questo dimostra che le credenze o aspettative attese che riponiamo nell’esito della terapia, sulla base di quanto suggeritoci da un medico (e quindi grazie alla referenza che gli ascriviamo dovuta alle sue competenze ma anche alla sua persuasione), accrescono notevolmente l’incidenza del verificarsi di un evento anche se i presupposti reali di partenza sono nulli. Da un punto di vista psicosomatico, diremo che il sistema nervoso, indotto da queste aspettative, produce endorfine e induce a modificazioni neurovegetative che sono comparabili a quelle che si otterrebbero se si assumesse il vero farmaco. L’ effetto placebo è quindi un fenomeno che ci dà dimostrazione pragmatica di quanto una credenza possa avere potere e influenza sul nostro comportamento.

Come nell’articolo precedente che abbiamo trattato, un’aspettativa deve comunque cercare di essere il più realistica possibile, onde evitare di incorrere nel fenomeno già discusso in precedenza dell’ottimismo irrealistico. Non possiamo controllare tutto, in quanto esseri umani siamo finiti e limitati. Anche l’autosuggestione può avere effetti deleteri, in quel caso in psicologia parliamo di effetto nocebo.

Quello che si è voluto sostenere in questo articolo, così come nell’altro, è che una volta in più vale la pena assumere una prospettiva “egocentrica”, passatemi il termine. Ricordarsi che siamo noi il centro e che, anche se il Caso ogni tanto ci mette lo zampino, il mondo non esiste tanto perché è oggettivamente dato, ma perché è soggettivamente percepito e che, nei limiti, volere è potere.

 

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