Dom. Ago 25th, 2019

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L’ingranaggio difettoso.

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Su una strada in discesa. Velocità e silenzio. La convinzione che sia giusto ciò che si fa. Il richiamo a una tradizione di imbrogli e sfruttamenti sempre esistiti. La presunzione dell’onnipotenza. Sono queste, spesso, le prerogative del politico locale, nazionale, internazionale e transnazionale che, a giustificazione delle proprie azioni senza coscienza né scienza, senza umanità né solidarietà, agisce spregiudicatamente nell’ambito di quello che dovrebbe essere un luogo di giustizia, di verità, di opportunità globale, di difesa dei diritti dei più deboli, proprio affinché non ci siano più quegli atti di sfruttamento e diseguaglianza, che tanto affermano in campagna elettorale. Eccoci al nocciolo della questione: la “campagna” elettorale! Magari fosse una, appunto, campagna. Di solito è la “sagra dell’apparenza”, delle belle promesse, delle falsità dette al sol fine di estorcere voti alle masse di “tifosi” dei propri personalissimi (seppur condivisi con più anime) interessi. Ed ecco che il sistema elettorale locale (e non solo quello) diventa oggetto di “scambio”, di compravendita, di pochezza intellettuale ed enormità di inettitudine. Al mercato degli schiavi moderni i prezzi possono essere davvero convenienti. Basta sapere il “prezzo” di ogni individuo, di ogni famiglia, di ogni gruppo, di ogni paese, di ogni nazione. Basta basarsi sulla “base”. Avere un concetto di “base”. Parole “di base” con le quali parlare “alla base”. Nient’altro. Basilarmente. Eppure, di tanto in tanto, capita, lontano dalla possibile previsione, una anomalia. Accade, di rado, che un individuo sfugga al controlla della prevedibilità della valutazione che il “potere” fa di lui. Capita che ci siano uomini non propensi al compromesso. E capita anche che ci siano uomini propensi alla lotta dura allo stesso. Quando non accetti di etichettarti un prezzo, vuol dire che un prezzo non ce l’hai. Nessun codice a barre, nessuna codifica. Nessuna “contrattualizzazione”, nessuna ratifica. Niente prebende e nessuna richiesta. Il potere, se proprio deve ancora esistere per un po’ di tempo, deve essere nelle mani degli “interessi” delle moltitudini. Nel pugno della milizia popolare, non “generica”, non qualunquista. Giusta al punto di poter garantire giustizia. Per tutti. A volte capitano queste anomalie. A volte sorge un “folle passionale” ,che si applica nella comprensione delle “armi” di un sistema collaudato nel suo marciume, e prova a ribaltarne la logica. Il senso. L’avvenire. Cosa resta alla fine? Ciò che finisce nel restare. Ecco l’assurda risposta all’assurda domanda. Però in questo “restare” è inserito il gioco imperfetto delle “ideologie” che vogliono farci credere morte, inconsuete, finite. Eppure esse restano vive negli atti di un operaio che rinnega l’imbroglio e la strafottenza. Nell’aula di una scuola dove un maestro riesce ad “imporre” la democrazia. Nella sala medica di un pubblico ospedale dove un grande chirurgo non si affida ad intramoenia, né al proprio studio privato, per salvare la vita di un povero cristo. Restano le preghiere di una madre con un figlio in guerra e le preghiere che portano a guerra senza figli. Restano i capi di governo avventurieri, e quelli che sono decisi ad eseguire gli ordini dei propri burattinai. Restano i pochi, ma “tanti”, Peter Pan che riescono ad essere sempre giovani nonostante siano ultrasettantenni. Restano  “resti”. E sono quelli che contano. Anche perché nella logica dei numeri, nessuno può essere in grado di scardinare le addizioni e le moltiplicazioni dei potentati, se non chi ha imparato sulla propria pelle che la cosa più importante ed essenziale è dividere e sottrarre. Dividere equamente tra l’umanità. Sottrarre a chi ha in eccesso. Grasso che cola ed uccide chi ha fame realmente. “Hai subito tanto nella vita, eppure non mi spiego come mai non riesci ancora a sopportare le pressioni tutt’intorno; non mi spiego come mai reagisci sempre di istinto, impulsivo come un toro che vede rosso, facendoti alterare la vena sulla testa che, senza la copertura dei capelli, rimane in bella mostra a tutti quelli che osservano la tua pelata”. Questo mi ha detto uno dei miei “fratelli” stasera. Questa è stata la domanda a cui non ho potuto e voluto dare risposta. Questo è il motivo per il quale sono fiero di essere io. Anche se con questa affermazione posso dare l’impressione di essere fanatico ed egocentrico, non m’importa. Sono fiero di essere me stesso perché essere come “qualcun altro” sarebbe come non esistere. Sarebbe come essere un parassita di questa società imperfetta che premia le amebe al soldo del potere e abortisce i figli “sani”, perché da adulti chiederebbero sanità, giustizia, eguaglianza. Sarebbe come gridare una falsità volendola spacciare per verità. Sarebbe come non essere, come non avere importanza né come uomo né come membro di una comunità. Chi si pesa per i propri interessi, rimane “leggero” al cospetto della sua stessa specie umana. Chi pesa solo i propri interessi, ne muore schiacciato sotto il loro peso. O dovrebbe. Dico dovrebbe perché, spesso, a tutela di un interesse privato giunge in aiuto un altro interesse privato, e un altro ancora. Fino al punto che anche “l’interesse pubblico” ne viene assorbito e addirittura ne avalla l crescita. Ai confini della legalità. Ed è appunto in quel confine che tutto ha inizio e fine. Paravento e ornamento di sale dorate destinate all’immortalità, almeno nelle idee di chi le tutela e ne cura la “bellezza”, che nulla possono quando il potere non può nulla. A volte mi incazzo. E di brutto. Ma, anche se all’apparenza può sembrare che lo faccia verso una persona specifica, il vero punto è che mi incazzo verso il “sistema” che tale eventuale persona rappresenta. Quell’apparato ormai consolidato di “do ut des”, di “si salvi chi può”, di chi fa a gara a chi ce l’ha più lungo, il potere, a scapito dei “subalterni”, dei sottomessi, degli “schiavi moderni” e dei “signor si” che affollano in abbondanza il sistema stesso. Come potrei rispondere a tale domanda senza dover un grande sforzo e limitare la verità della risposta stessa? E allora preferisco non rispondere, almeno non a parole, per non dare adito ai miei istinti di far seguire alle parole fatti che comprometterebbero realmente la mia libertà. Non è picchiando un uomo, che nulla rappresenta se non un parassita anemico del cosmo di cui ignora la natura e lo scopo, che si può risolvere il problema della sua nullità. Il niente dovrebbe essere semplicemente ignorato, anche se ignorarlo non è semplice. Né scontato. Soprattutto se quella “nullità” riesce ancora ad essere parte integrante e fondamentale del sistema di cui prima. Ad ogni modo una considerazione me la sono fatta. E forse a breve riuscirò a rispondere anche a chi mi chiedeva di come non potessi trattenermi dall’ira, dalla rabbia, dalla frenesia che tanto mi fa andare in escandescenze, quanto il silenzio mi opprime di notte, da solo sotto la lampada accesa che fa luce all’ennesimo libro tra le mie mani. Ci provo adesso, anche se non del tutto scevro da emozioni contrastanti e da una irrazionale voglia di spaccare il mondo intero. Ed è proprio questa la risposta: spaccare il mondo intero. Perché è quando senti l’esigenza di non accodarti a nessuna fila indiana che porta all’omologazione della corruzione e della falsità, che devi fare i conti con l’essere messo da parte, escluso, eluso ai piani “segreti” che in apparenza, e solo in apparenza, si vestono di belle parole che annunciano bei propositi, ma che in realtà servono soltanto a mascherare le proprie subdole volontà di “potere”, vanagloria, servilismo dei propri padroni. Spaccare il mondo intero, si. Anzi, spezzarne le catene che ne rendono impossibile una laica redenzione. Un passo in avanti. “Quel” passo in più verso una giustizia che tutti anelano, ma che in pochi sono capaci di chiamare per nome. Distintamente. A costo, pur essendo all’interno di alcuni “meccanismi”, di esserne anomalia. Ingranaggio funzionale alla libertà del popolo e non al funzionamento della “macchina” che lo opprime. Semmai un giorno avremo il coraggio di avere “coraggio”, sarò orgoglioso di non aver mai rinnegato le mie parole, i miei gesti, le mie volontà. Fregandomene di chi continua a giudicarmi come “anomalia di sistema”. Anzi apprezzandolo, perché sono fiero di essere quel “bastone” che tenta di interrompere il cammino, ancora in discesa purtroppo, di una ruota perversa, chiamata immoralità.

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