• Gio. Set 23rd, 2021

Durante la seconda metà del XIX e la prima del XX secolo, la Cina fu il palcoscenico di avvenimenti impetuosi che ne trasformarono profondamente la quotidianità politica. La crisi generata dall’imposizione, da parte delle potenze straniere, di severe condizioni per la cessazione delle ostilità a seguito delle due guerre dell’Oppio (1839-1842; 1856-1860), ulteriormente complicata dall’incapacità dell’allora regnante dinastia Qing 清 (1636-1912) di reagire, condusse alla Rivolta Xinhai 辛亥 e alla fondazione della nuova Repubblica di Cina nel 1912. Negli anni venti e trenta, il conflitto tra le forze armate del Partito Comunista (Gongchang dang 共产党) e del Partito Nazionalista (Guomin dang 国民党), a cui si unì l’occupazione, da parte dell’esercito giapponese, del territorio della Manciuria nel 1932, condusse alla frammentazione territoriale del paese. L’unità territoriale della Cina sarebbe stata ricucita solo a seguito della fondazione della Repubblica Popolare Cinese da parte del Partito Comunista guidato da Mao Zedong, che avvenne il 1° Ottobre 1949.

Tutti gli eventi appena descritti sono narrati all’interno de “L’Ultimo Imperatore” (1987), pellicola diretta da Bernardo Bertolucci, vincitrice di nove premi Oscar nell’edizione del 1988. La genialità di questo film sta proprio nel fatto che la narrazione avvenga dalla prospettiva di un illustre protagonista: trattasi di Pu Yi 溥儀Aisin Gioro (1906-1967), l’ultimo imperatore della dinastia Qing (incoronato all’età di due anni e dieci mesi), la cui vita, ripercorsa all’interno del film, sarebbe stata per sempre segnata dal breve periodo in cui ricoprì questa carica.

[SPOILER ALERT]

Nel rispetto di chi abbia deciso di vedere il film, si ritiene doveroso avvisare che saranno rivelati elementi della trama. In ogni caso, si ricorda che le informazioni di carattere storico contenute all’interno della pellicola potrebbero non del tutto rispecchiare la realtà dei fatti.

Locandina promozionale del film (Immagine a licenza libera d’utilizzo, fonte: Wikipedia Greece)

Alternando spezzoni di flashback a scene ambientate nel centro di rieducazione dove Pu Yi è stato rinchiuso dal partito comunista a causa del suo coinvolgimento nelle violenze perpetrate dai Giapponesi in Cina durante la Seconda Guerra Mondiale, viene ripercorso il passato del protagonista. Nel 1908, la grande imperatrice vedova Cixi 慈禧, ormai in punto di morte, convoca Pu Yi presso la Città Proibita e lo nomina erede al trono del precedente imperatore, assassinato in un complotto interno alla corte. A causa delle sommosse che investono il paese, al bambino non è permesso né di uscire dalle mura della Città Proibita, né di vedere sua madre e suo fratello, che rincontrerà solo alcuni anni dopo l’incoronazione. Ad occuparsi di lui sono gli eunuchi, in tutto e per tutto condiscendenti e servili nei suoi confronti. Nel 1912, in seguito ad una guerra civile, avviene la fondazione della nuova Repubblica di Cina con presidente provvisorio Sun Yat-sen. Pu Yi scopre con amarezza che, pur avendo conservato il suo titolo, l’unico luogo dove egli riveste ancora il ruolo di imperatore è la sua corte di adulatori.

L’Imperatore Pu Yi da bambino, interpretato da Richard Vuu, non sembra nemmeno consapevole di quello che accade.

Nel 1919, a Pu Yi, ormai adolescente, viene assegnato un tutore, il signor Reginald Fleming Johnston, con cui instaura una profonda e sincera amicizia. Pur attirandosi le antipatie degli altri membri di corte, Johnston lo introduce alla modernità e alla realtà esterna alle mura della Città (arrivando persino a parlargli delle proteste studentesche del 4 maggio 1919 e a insegnargli come andare in bici). Nel 1923, al giovane vengono date in moglie due consorti, Wan Rong 婉容 e Wen Xiu 淑妃 (la seconda consorte, che divorzierà da lui nel 1931); l’anno successivo, un esercito dei Signori della Guerra al soldo dei Nazionalisti entra di forza nella Città Proibita e trae in arresto Pu Yi, che è costretto a trasferirsi a Tianjin con i membri rimanenti della sua corte e ad affidarsi alla protezione dell’esercito giapponese. Ivi, dopo aver assunto il nome di Henry Pu Yi, si dedica allo sperpero di denaro e a coltivare le sue amicizie con personaggi influenti, finendo così per cadere sempre più sotto l’influenza degli alti dignitari giapponesi che cercano di conquistare il suo favore.

Pu Yi e sua moglie Wan Rong

Dopo aver occupato militarmente la Manciuria trasformandola in uno stato fantoccio chiamato Manchukoku 滿洲國 nel 1932, l’esercito giapponese desidera installarvi Pu Yi come imperatore. Nonostante Wan Rong capisca che i giapponesi siano intenzionati a servirsi del giovane, egli decide comunque di accettare l’incarico perché ritiene sia giusto che un mancese come lui debba governare la propria stessa terra di origine. Quella che sarebbe dovuta essere una nazione indipendente, tuttavia, inizia ad essere presto trattata alla stregua di una colonia giapponese, la cui popolazione è sottoposta a pratiche come la sperimentazione di armi chimiche e costretta a produrre oppio per finanziare le guerre; Pu Yi diventa il capro espiatorio di tutto ciò. Provando a protestare, affermando che il rapporto tra due paesi dovrebbe essere radicato nel reciproco rispetto per le identità nazionali ottiene, come unico risultato, l’allontanarsi dei suoi collaboratori.

Il parallelismo di questa con la situazione in cui il protagonista si trovava prigioniero nella Città Proibita è del tutto evidente, e a determinarlo è anche il fatto che in entrambi i casi il confinamento non sia solo fisico (ad un certo punto, le truppe giapponesi impediranno a Pu Yi di mettere piede fuori dalla propria residenza), ma anche ideologico. Uno dei fili conduttori su cui sembra che Bertolucci abbia voluto soffermare la propria attenzione è la critica a tutti coloro che si mostrano servili e docili nei confronti di un esponente del potere, sia esso anche un bambino che reca con sé un titolo puramente formale, al fine per poter perseguire il proprio interesse. Non è vera stima e affetto a determinare il loro modo di porsi, quanto la loro unica preoccupazione di “avere la propria ciotola di riso ben piena”, e non appena chi è controllato manifesta una qualsiasi volontà di cambiare lo stato delle cose e quello che fa comodo loro, viene subito messo a tacere e perde il suo seguito. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, difatti, i giapponesi abbandonano Pu Yi al proprio destino ed egli è arrestato dai Russi, prima di essere consegnato al governo comunista nel 1949. Alla sua uscita dal centro di rieducazione, dieci anni dopo, l’ora ex-sovrano, ormai abbandonato da tutti (tranne che dal fratello) e trattato come un semplice cittadino, trascorrerà il resto della sua vita a lavorare come giardiniere, rievocando con nostalgia i tempi passati fino alla sua morte, nel 1967.

Un nostalgico e anziano Pu Yi visita la sala del trono della Città Proibita, oggi sede museale.

Sarebbe sbagliato, tuttavia, credere che Bertolucci tratti il personaggio di Pu Yi come un uomo da compatire. Comprendiamo come, in questa visione cinematografica, in tutti i personaggi non esista una netta contrapposizione tra lodevole ed esecrabile, e ciò rispecchia pienamente la realtà come siamo abituati a concepirla. Su scala macroscopica, il regista non condanna i “nazionalisti” o i “giapponesi” in quanto tali, ma condanna la violenza, a prescindere da chi ne sia l’artefice. Nel caso più specifico del protagonista, di lui è stato fatta trasparire, ad esempio, la sensibilità nei confronti di tutto ciò che è moderno (elemento visto positivamente) ma viene anche mostrato come alcune delle sue scelte sbagliate compiute siano il frutto del suo carattere orgoglioso, e alcuni dei suoi comportamenti al credersi superiore ad altri. Ciò, quindi, non lo rende né un eroico modello di virtù, né un malvagio. Egli, nel suo essere imperatore, era in fondo un essere umano proprio come lo siamo noi tutti.

Fonti storiche:

  • Sabattini Mario & Santangelo Paolo, Storia della Cina. Dalle origini alla fondazione della Repubblica, Milano: RCS Quotidiani (su licenza della Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari), 2004;
  • Tipton Elise K., Modern Japan, A social and political history, Abingdon, Oxon & New York: Routledge, 2008;
  • Vogelsang Kai, Colla Umberto (traduzione di), Cina. una storia millenaria (Versione eBook), Torino: Giulio Einaudi Editore s.p.a., 2014;
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Francesco De Dominicis

Classe 1995, Francesco (in arte Frank Dedo) è specializzato in Lingue e Civiltà Orientali all'Orientale di Napoli. Tra un articolo e l'altro, adora guardare vecchi film del cinema cult, scrivere racconti e canzoni e strimpellare strumenti vari.