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Daphne Caruana Galizia è “morta 2 volte”

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Ne abbiamo parlato appena è accaduto, oggi, a distanza di 6 mesi, siamo costretti, moralmente ed eticamente, a riprendere il discorso: Daphne Caruana Galizia è “morta per la seconda volta”, come afferma il figlio della giornalista, Matthew. La giornalista cinquantenne, fatta saltare in aria con un’autobomba il 16 ottobre dell’anno scorso, non ha ancora trovato “giustizia”. “Sono i nostri secondi funerali…” dice il figlio prima di apprendere la notizia che lo farà, di lì a poco, andare su tutte le furie: i poliziotti di Malta non hanno ancora trovato tracce e scoperto nulla sull’omicidio della madre perchè “frustrati dalla mancanza di fiducia della famiglia” nei loro confronti, come si legge dai verbali. Una dichiarazione che, oltre a lasciare l’amaro in bocca alla famiglia della vittima, rende chiara l’idea del pantano, forse creato ad arte, in cui si naviga a tentoni. Sempre leggendo i verbali, si apprende che, a sostegno del non avanzamento delle indagini e della loro infruttuosità, ci sarebbe anche il fatto di “non aver voluto consegnare il pc della giornalista alla polizia”. Il presunto pc di Daphne, come afferma lo stesso Matthew, non sarebbe in mano ai familiari. Inoltre, sempre nell’impeto di rabbia, lo stesso figlio ha affermato che “seppur lo avesse, lo brucerebbe davanti agli occhi della polizia”. Inoltre, in un post pubblicato sul suo profilo face book, Matthew scrive che “ … è il computer del primo ministro la cosa di cui la polizia ha bisogno, non quello di mia madre. Joseph Muscat (primo ministro maltese, ndr) dov’è il tuo laptop? Dove sono il laptop e il server della mail privata [email protected] che potresti avere usato per pianificare l’assassinio di mia madre?”. Accuse forti, che la dicono lunga sulla tensione esistente a Malta in seguito ai fatti di ottobre. Tensione che ha varcato i confini isolani, perché, come scrive Le Monde “Malta gioca col fuoco”. Va ricordato l’impegno e le indagini che Daphne stava conducendo sulla corruzione nel parlamento maltese: fisco allegro, aggiramento delle sanzioni internazionali a russi ed iraniani, traffici molto dubbi, sono solo alcuni dei filoni di un quadro che sembrerebbe essere molto più forbito di metodi mafiosi da colletti bianchi. Intanto, scritto con vernice sull’asfalto davanti al Parlamento di Valletta, c’è la scritta “il silenzio è mafia”, un silenzio che per ora sembra non dover essere interrotto nemmeno da chi ha l’obbligo di approfondire e squarciare senza pietà questo velo di omertà, corruzione e collusione, che coinvolge più livelli della vita pubblica, politica ed imprenditoriale dell’isola crociata.

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