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Musica, intervista a Pietruccio Montalbetti

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A tu per tu con il fondatore dei Dik Dik.

Alcuni retroscena del suo ultimo libro: “Amazzonia io mi fermo qui. Viaggio in solitaria tra i popoli invisibili”.

Ciao Pietruccio, permettimi innanzitutto di ringraziarti per l’opportunità di chiacchierare con te. Voglio ricordare chi è Pietruccio Montalbetti. Tu sei lo storico chitarrista dei grandi DIK DIK, nonché il fondatore del gruppo stesso. Oggi parleremo del tuo lavoro, del tuo libro di avventure ispirato ai grandi classici dal titolo “Amazzonia io mi fermo qui. Viaggio in solitaria tra i popoli invisibili”.

Si, grazie a te. Ecco, si tratta di tribù che non hanno contatti con quella che tra virgolette definiamo tutti ‘civiltà’.

Sono rimasta molto affascinata da questa tua idea di scrivere un libro a riguardo. In primis perché è un posto dove pochi hanno deciso e pensato di andare, poi quando si sceglie un viaggio solitamente si privilegia quello più vicino all’idea di riposo, di goliardia, invece secondo me, correggimi se sbaglio, magari è stato un viaggio cercato.

Sono 50 anni che faccio questi viaggi e tra l’altro questo è il mio quinto libro. Quello precedente a questo si intitola “Settanta a settemila”, ovvero io a 70 anni ho scalato, sempre in solitario e solo con una guida che ho trovato sul posto, la più alta montagna della catena delle Ande: l’Aconcagua. Due anni prima ho scalato,arrivando fino alla cima del Kilimangiaro ed ho scritto un libro dal titolo: “Sognando la California, scalando il Kilimangiaro”. Sono stato cinque volte in India, poi in Nepal, arrivando fino in Tibet, risalendo in Congo, e sempre da solo riscendendo in Niger, ho attraversato una parte del Sahara, poi sono stato in Tanzania, Capo Horn, poi nelle Filippine ed anche in Pakistan sempre da solo. Perché per capire un popolo e per togliere dalla testa l’idea che noi siamo ‘la civilità’, devi tener conto che esistono delle altre popolazioni. Io sono favorevole alla tecnologia ma vorrei poter andare nelle scuole per spiegare alcune cose. Perchè i giovani ormai pensano che il mondo sia tutto virtuale ma non lo è. A proposito dei miei viaggi ci sono tre affermazioni che mi ripetono sempre quando mi incontrano, perché mi dicono che ho i soldi, il tempo ed il coraggio. Io rispondo in primis che non è una questione di soldi, perché una volta che prendo il volo andata e ritorno, dopo di che lì non si spende niente.

E’ anche una prova contro e verso se stessi, giusto?

Si, magari c’è gente che preferisce cambiare auto spesso rincorrendo il modello più nuovo, io invece ho preferito avere la stessa macchina da quindici anni ma viaggiare, così come sto facendo. Io non ho problemi di soldi semplicemente scelgo come utilizzarli. Per quanto riguarda il tempo invece la mi teoria è questa: fino ai 18 anni il tempo passa lentamente, molto lentamente ed anzi non vedi l’ora che arrivino i 18 anni per avere la patente. Poi dai 18 ai 25/30 passano ancora lentamente, però la scuola, l’amore, la famiglia, il lavoro e ti ritrovi integrato in un meccanismo tale per cui ti svegli una mattina ed hai 60 anni e dici “Ieri avevo 30 anni ed ho perso del tempo”. Quindi non bisogna perdere del tempo. Il tempo è prezioso e bisogna anche sfruttarlo nella maniera giusta. Per quanto riguarda il coraggio non è una questione di coraggio assolutamente. Io sono fortunato perchè non ho ricevuto niente dai miei genitori di materiale ma ho un buon DNA che ho mantenuto, ad esempio io non soffro di ansia, non so neanche cosa sia. E poi bisogna adattarsi alla situazione. Io sono del parere che non bisogna vivere per mangiare ma mangiare per vivere e quindi non ho problemi sul cibo. Quando tu entri in contatto con queste popolazioni, per capire un popolo, devi integrarti all’interno. Il cibo è una cosa importantissima ed è importante capire un popolo attraverso il loro cibo. In questi posti che ho visitato si mangia la carne che procacciano, mangi quindi il coccodrillo o il serpente ad esempio. Una volta che sono cotte le cose, è carne ed avendo bisogno di proteine devi mangiarle, quindi ne mangi.

Ho letto che hai sfidato le piogge torrenziali e non è cosa da poco.

Si infatti nel libro racconto una delle tante storie che sono capitate. Una notte, la prima notte che siamo arrivati. Permettimi di aprire una parentesi che non posso non ricordare. I bambini sono bambini ovunque. Nella situazione che sto ripercorrendo con te ricordo che portai dei palloncini, solitamente li porto sempre, così come porto delle caramelle. I bambini lì non capiscono cosa sono ma sono felicissimi di averli in dono. La prima scena che vedo e che mi colpisce, ero con 4 indios a cui mi sono aggregato senza averli mai conosciuti prima, passando con loro tre settimane attraversando fiumi. Ecco, la prima scena che vidi in questo piccolo villaggio fu una donna che stava allattando da una parte il suo bambino di pochi mesi e dall’altra parte un piccolo leopardo, la cui mamma era morta cadendo in una trappola per cinghiali. Stavano tutti e due allattando. Loro dunque sono i nostri sensori della natura, loro cacciano solo per mangiare e non per divertimento. Io sono contrario alla caccia e loro uccidono solo per cibarsi. Arrivo alla prima notte. Avevo una piccola tenda che avevano in dotazione gli indios che erano con me e sempre loro decisero di dormire in una capanna, io invece in mezzo al piazzale con la tenda. Avevo un piccolo sacco a pelo e mi misi lì dentro organizzandomi con l’acqua da una parte e la torcia dall’altra; poi porto sempre con me dei libri gialli della Mondadori (li compro usati e man mano che li leggo li lascio in giro), perché arriva la sera, le 7 e non c’è la televisione, ai tropici va via subito la luce. Finito di cenare, delle danze che sembrava di essere in un film, in un sogno e poi ritirato in tenda, leggendo il libro, venne il sonno e mi addormentai. Ad un certo punto venne a piovere molto forte ma riuscii comunque a sentire dei movimenti nella tenda, accesi la torcia e vidi centinaia di piccoli scarafaggi infilarsi nella mia tenda, nel mio sacco a pelo per ripararsi. A quel punto non potendo uscire, avevo con me una zanzariera ed una specie di cappuccio di garza da mettere in testa, quindi ho tolto tutti gli scarafaggi, ho messo il cappuccio, mi sono girato dall’altra parte ed ho continuato a dormire. La mattina dopo c’era il sole, ho aperto la tenda e schizzavano da tutte le parti. Ecco, questo è lo spirito di adattamento e se tu non lo hai nessuno ti obbliga ad andare.

Una cosa che mi ha colpito tanto è uno dei titoli dei libri che hai scritto: “Sognando la California”.

Io non sono mai stato in California

E’ rimasto ancora un sogno?

No, non è un sogno e non metterò mai piede sull’isola di Whight.

Quale è lo scopo dei tuoi viaggi “pericolosi” e cosa mai vuoi dimostrare? Tu hai dichiarato che non devi dimostrare nulla, volevo sapere cosa ti spinge ad un certo punto della tua vita a decidere di andare. Solitamente penso che chi viaggia cerca nel viaggio una certezza o una conferma di qualcosa o una risposta su qualcosa.

Ognuno ha i suoi sogni. Adesso tutti vogliono fare i talent ma da bambino il mio sogno era quello di fare l’esploratore. Infatti sono sempre stato sempre molto curioso e c’è una bella frase di Dostoevskij che dice più o meno che “Importante è vivere ma importante è capire il significato della vita”. Mi spinge la curiosità di capire. Io la chiamo “la nostra astronave”, io ho un rispetto per tutto ciò che ci circonda e sono curioso di capire come è questo pianeta. Noi apparentemente pensiamo di avere una vita lunga. Io ho 77 anni ed ogni anno, da 45 anni, faccio questa cosa di organizzare e partire. Ho ereditato un buon dna dai miei genitori. Quando ho avuto successo infatti non mi sono montato la testa e non mi sono fatto mai prendere da una cosa che a quell’epoca prendeva i giovani perché il concetto di rock non significa sballarsi, fumare, e farsi di cocaina.

Questo è un bellissimo messaggio che stai mandando.

Non ho mai fumato sigarette. Dopo aver provato una volta ho detto non più. Non mi sono mai fatto nessuna canna così come neanche i miei compagni. Cocaina l’ho vista fare in Colombia ma anche se allettato mai provata, lsd ecc ecc, non so neanche come sono fatte. Unico super alcolico che bevo è il vino ed una volta ogni tanto. A 17 anni ero cintura nera di karate, poi judo ma ciò nonostante sono contrario alla violenza fisica e verbale. Io sono per il ragionamento. Andavo spesso a sciare ed in palestra per mantenermi in forma, questo si.

Nel tuo ultimo libro mi ha colpito la dedica che hai fatto a tua moglie.

Io ho sposato una donna straordinaria. Non ho avuto la possibilità di acculturarmi e l’ho fatto in questi 50 anni. Lei fa la psicanalista, ha studiato in Francia, in Inghilterra, fa parte di una delle famiglie più importanti d’Italia però è una persona modesta, non va in giro ad ostentare la sua ricchezza. Vivendo con lei ho respirato, frequentando gente di cultura. “Tu sei quello che già sei dentro” si dice. Ecco, io avevo già dentro questa mia pulsione verso la scrittura ed essere in osmosi con lei in un mondo di intellettuali è venuto fuori quel che avevo già dentro.

Ricordiamo a chi ti segue e ti ammira tanto che in questi giorni sei a Montegrotto Terme per iniziare la tua preparazione per il viaggio nelle foreste di Panama alla ricerca degli indio Embera ed occupi il tempo libero per rivedere uno dei tuoi sette libri, nello specifico quello che facesti risalendo il Rio Orinoco Venezuela per 400 km incontrando gli Yanomani e che il 19 febbraio uscirà un tuo nuovo libro: un noir, un racconto molto intenso che parte dal 1938 dalle leggi razziali al 1946, la caccia ai fascisti che si sono macchiati di infamia dal titolo “Enigmatica Bicicletta”.

Ecco il link della canzone “Niente” tratta dall’omonimo album uscito da poco.

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