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Musica per le mie orecchie, ma soprattutto per il mio cervello!

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“L’uomo che non ha musica dentro di sé e non è commosso dall’accordo di dolci suoni, è incline ai tradimenti, agli stratagemmi e ai profitti; i moti del suo spirito sono tristi come la notte, e i suoi effetti bui come l’Erebo:non fidatevi di un uomo simile”.
[William Shakespeare, Il mercante di Venezia]

Il tema del cambiamento è stato già affrontato in riferimento alla questione dei social, chiarendo ampliamente che avere la possibilità di essere sempre connessi e raggiungibili non reca con sé il postulato di riuscire a comunicare efficacemente. Oggi, invece,spezziamo una lancia a favore del cambiamento dovuto all’ avvento della tecnologia in relazione al tema “musica”.Prima, infatti, ascoltare musica era relativamente costoso, scaricarla un’impresa titanica, ci toccava masterizzarla su un CD e ritrovarci poi a dover saltare quelle canzoni che non avevamo più voglia di ascoltare, riempiendo spazio e rischiando poi di perderci nel marasma di “creazioni” messe su non certo senza fatica. Oggi, invece, grazie alla digitalizzazione, possiamo avere qualunque musica vogliamo e in qualsiasi momento in streaming.

È stato registrato infatti il più alto tasso di ascolto di musica nella storia dell’umanità. Questo ha innumerevoli vantaggi.

Sfatiamo subito un mito: ascoltare musica NON rende più intelligenti. Era abbastanza in voga la leggenda metropolitana secondo la quale ascoltare un quartetto d’archi, o in generale un po’di musica classica prima di andare a letto, contribuisse a migliorare l’intelligenza. Tuttavia, anche se le ragioni evolutive sono ancora oscure, è stato dimostrato che, anche se non migliora in maniera diretta l’intelligenza, ascoltare musica contribuisce all’estensione cerebrale.

Alcuni studi rivelano che ascoltare musica al lavoro aumenti la produttività. Altri stimano addirittura l’importanza di far ascoltare musica al feto durante la gravidanza con delle cuffiette. Sarebbe utile per sviluppare musicalità e per avviare una primordiale capacità di concentrazione. Anche durante l’infanzia sarebbe opportuno che i bambini ascoltassero musica e imparassero anche a suonare uno strumento. Oltre alla già citata concentrazione, a beneficiarne sono le capacità verbali e di ragionamento grazie al modellamento del sistema auditivo, motorio e sensomotorio. La musica, infatti, induce al movimento (motivo per cui nelle palestre solitamente si ascolta musica e per cui molti malati di Parkinson fanno terapia musicale)

I cervelli “musicali” sono stati messi a confronto con coloro i quali non andavano molto d’accordo con la musica e tramite risonanza magnetica funzionale sono state appunto individuate differenze sia strutturali che funzionali che, nella loro somma, contribuiscono, e non di poco, a rendere più efficiente il sistema cognitivo. Certo,ascriverne gli effetti alla sola musica sarebbe azzardato, tuttavia che la musica contribuisca ad una diminuzione dei livelli del cortisolo (ormone dello stress) e, viceversa, all’ aumento dei livelli di dopamina (ormone del piacere e della ricompensa) è ormai un fatto assodato. Il piacere prodotto dalla musica ha effetti, inoltre, sul nostro sistema limbico e mesolimbico (il nostro centro emozionale). In sostanza, per i benefici appena citati, possiamo senz’ altro affermare che la modificazione neurochimica indotta dalla musica aiuta a risollevare l’umore.

Molti esperti si sono chiesti quale area del cervello sia deputata alla musicalità. Ovviamente parliamo di esperti che sostengono la tesi della modularità del cervello, secondo cui ogni area cerebrale sia associata ad una specifica funzione. Le cose, in realtà, sono un tantino più complesse di così,tant’è che l’unica cosa che possiamo asserire con certezza è che il “modulo” della musica si trovi nel lobo temporale (sopra le orecchie) superiore.È difficile sostenere se sia o meno dominante in un emisfero in particolare.  Molti sostengono che sia in prevalenza nell’ emisfero sinistro (dove ci sono perlopiù i centri del linguaggio, presupponendo una certa correlazione). Tuttavia, riguardo alla cosiddetta lateralizzazione (divisione emisferica, Destro Vs Sinistro), meglio non pronunciarsi perché le teorie sono molto discordanti in proposito. Studi successivi hanno infatti mostrato che nei non musicisti fosse l’emisfero destro quello dominante. In generale, sembrerebbe che l’emisfero destro riconosca la melodia, mentre quello sinistro la processi (elaborazione del linguaggio musicale, composizione,esecuzione).

L’ipotesi più accreditata resta comunque quella che sostiene che non esiste un unico modulo per la musica ma una serie di moduli che si si attiva simultaneamente. Essi possono trovarsi anche in aree cerebrali distanti tra loro (avviene lo stesso anche per il linguaggio). Questa ipotesi, che contrasta quella della modularità, è definita ipotesi parassitaria e per l’appunto prevede l’intervento di più aree che concorrano alla “musicalità”.  Un’altra tecnica, quella cosiddetta dei potenziali evocati (specifici segnali rilevati dall’ elettroencefalogramma), mirava a catturare la provenienza dei segnali elettrici e le relative aree cerebrali attivate sia durante il linguaggio che durante la musica. Le aree sono non sono esattamente le stesse, ma seguono lo stesso percorso. La direzione sarebbe orecchio destro- emisfero sinistro per i messaggi verbali e orecchio sinistro- emisfero destro per i messaggi melodici. Anche se non è semplice “isolare” la musicalità nel cervello, ecco alcune aree che, insieme, lavorano come un’orchestra: alcuni centri del linguaggio, corteccia motoria e cervelletto (legati al movimento), ipotalamo e amigdala (emozioni legate all’ascolto), ippocampo (memoria).

A conclusione di questo excursus neuroanatomico legato alla musica, ne sottolineiamo ancora una volta la bontà sul nostro sistema nervoso e, come diretta conseguenza, sulle nostre funzioni cognitive. La musica non renderà più intelligenti ma sembra a tutti gli effetti essere un ottimo carburante cerebrale. Nutriamo i nostri cervelli!

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