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Napoli. Maradona in città, El Pibe de Oro: “Napoli tu risorgerai dalle ceneri”

DiThomas Scalera

Gen 17, 2017

NAPOLI. Dopo la stupenda serata di ieri che ha visto Diego Armando Maradona il “Messia del Calcio” nella splendida location del Teatro San Carlo dove Alessandro Siani ha dedicato il suo magico show per festeggiare i 30 anni del primo scudetto del Napoli, oggi ci piacerebbe evitare di parlare della solita tirata sugli eccessi di Diego e sui suoi stravizi. Ci piacerebbe, ma non si può. Anche perché bisogna rispettare il personaggio, che si può inquadrare e capire solo se senti davvero battere il cuore, solo così potrai capire l’amore meraviglioso di un popolo per un campione, oggi non si deve avere timore di parlare di cocaina, di amicizie discutibili negli anni napoletani, di figli non riconosciuti, di pallini sparati contro i giornalisti, di quintali di peso presi, persi, riguadagnati e ripersi, di Cuba e Fidel Castro, del tatuaggio del Che, di un anticapitalismo molto sudamericano che però, negli anni, ha convissuto paradossalmente con uno dettagliato stile di vita sontuoso da cafone arricchito. Oggi voglio parlare del “Messia” Diego Armando Maradona. Celebrare l’importanza di questo campione diventa straordinaria per chi vuole capire la vera essenza dello sport. Compito solo all’apparenza non semplice, c’è sempre il rischio di cadere nel banale, e tutto questo è dietro l’angolo. Quindi decidi con la mente di affidarti ai ricordi di bambino affamato con il voglia di calcio, che negli anni Ottanta non si perdeva neanche una partita in tv (e ne trasmettevano poche, mica come adesso) e sui campetti improvvisati per le strade del paesini campani, ogni ragazzo sognava di essere proprio lui, il genio Diego Armando Maradona, e bastava solo il nome a darti un dolce brivido. Il primo ricordo calcistico è della stagione 1984-85, proprio quando il fuoriclasse argentino arrivava a Napoli da Barcellona. Che poi all’epoca Napoli e Barcellona erano uguali anche come città: il mare, un certo “disordine” (anche umano) rendeva queste due città uniche, ma soprattutto meravigliose. Poi sono arrivati i Giochi Olimpici del 1992 e Barcellona è diventata un famoso gioiello. Ma questa è un’altra storia da raccontare. Quando il “Messia” dopo due anni in Catalogna, era arrivato al San Paolo, il pubblico napoletano era categoricamente impazzito, reagendo con l’entusiasmo che solo da quelle parti è straordinariamente possibile. La presentazione al San Paolo è rimasta trascritta nella storia, con Maradona a godersi le fantastiche ovazioni di 70mila persone, e lui lì a palleggiare da super funambolo quale era. Quegli stessi 70mila, e tanti altri milioni, negli anni successivi sarebbero diventati gli innamorati di una corrente religiosa di tipo pallonara, il dolcissimo “Maradonismo.” L’unica religione che io ancora oggi amo da morire, con tutto il mio romanticismo. Ma anche questa è un’altra storia che vorrò raccontare. Il rapporto amorevole, ci porta ancora ad evidenziare che c’è ancora un pazzo amore tra Maradona e Napoli vivisezionare negli ultimi trent’anni l’amore che c’è oggi diventa una fantastica impresa da raccontare. Si può affermare che, almeno in Italia, non è mai successo qualcosa come questo amore. Nemmeno con Platini a Torino e Van Basten a Milano. Ma Platini e Van Basten erano geni licenziosamente algidi, il primo antipatico ma soprattutto torbido, il secondo timido. E Torino e Milano, beh, non sono certo l’essenza fantastica di Napoli. Ecco perché Maradona e Napoli si sono innamorati, amati, odiati, menati, abbandonati, ripresi. Perché sono uguali con l’animo, perché non sanno vivere se non a mille all’ora, senza radicali freni, a volte deragliando e lottando con forza per tornare a combattere sui binari, ma alla fine ci riescono sempre. Calcisticamente, l’eredità di Maradona è incommensurabile. È persino noioso l’infinito parlare su chi sia stato il più grande calciatore della storia tra lui e Pelé. Il confronto non si può e non si deve mai fare per una logica ragione: epoche diverse, calcio diverso, caratteristiche radicalmente diverse. E personalmente, quindi conta solamente zero ma tant’è, anche e soprattutto perché come Maradona non c’è stato mai nessuno, ed oggi nessuno potrà imitarlo sportivamente. L’incredibile Messi dei giorni nostri, più costante e sportivamente duraturo di Dieguito, non riesce a regalarci le stesse emozioni, dovrà venire in Italia e costruirsi quella base vincente che Diego fece da ottimo trascinatore. Nel giorno della festa del primo scudetto, ci piacerebbe evitare la solita tirata sugli eccessi di Diego e sui suoi stravizi. Ci piacerebbe, ma non si può. Anche per rispettare il personaggio, che si può inquadrare e capire solo se si racconta a 360 gradi, senza timore di parlare di cocaina, di amicizie discutibili negli anni napoletani, di figli non riconosciuti, di pallini sparati contro i giornalisti, di quintali di peso presi, persi, riguadagnati e ripersi, di Cuba e Fidel Castro, del tatuaggio del Che, di un anticapitalismo molto sudamericano che però, negli anni, ha convissuto paradossalmente con uno stile di vita sontuoso da cafone arricchito, senza mai capire gli ideali umani. E poi quel fantastico gol, quello che oggi la storia racconta come “la mano de Dios”, segnato con astuzia, ma soprattutto di rapina ai Mondiali del 1986 agli odiati inglesi, che avevano umiliato con la sconfitta l’Argentina nella guerra delle Falkland (o Malvinas, se credete che siano territorio argentino). Umiliazione cercata da una politica negativa morente che cercava un colpo di coda, per essere onesti, ma per gli argentini non faceva differenza. Maradona oggi non è certo un estremista di destra, come sappiamo bene, ma il patriottismo spinto, al limite dello sciovinismo, è roba che sotto l’istmo di Panama è di casa quasi ovunque. Oggi Maradona è l’ombra del suo cuore. Fisicamente, nonostante il suo ormai classico alternarsi a mo’ di fisarmonica, ha anche ritoccato le labbra, che ora somigliano a due canotti, perché la nuova compagna è giovane e lui vuole essere straordinariamente all’altezza. E’ meraviglioso, dolce e triste insieme il caro fugace ritratto che ne fa Paolo Sorrentino in Youth. Un uomo stanco, grasso, che va in giro con l’ossigeno. Ma è sempre l’idolo umano di noi tutti, Diego, è sempre il più grande, oggi non ci vergogniamo di essere ancora innamorati di lui, Maradona va osannato sempre persino negli eccessi. Per fortuna, nella nostra dolce mente è scolpito indelebilmente un altro Maradona, quello delle reti fantastiche, delle letali punizioni di sinistro, dei dribbling, del gioioso e implacabile Napoli che dominava l’Italia calcistica alla fine degli anni Ottanta. E quello, per fortuna, non potrà mai togliercelo nessuno. Mai. Per questo che oggi noi napoletani non dobbiamo vergognarci di amare un grande, Maradona rappresenta il patrimonio storico della città, concludo dicendo che un personaggio come lui merita la cittadinanza onoraria, ma soprattutto merita l’accoglienza di luoghi simboli come il Teatro San Carlo.

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Thomas Scalera

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