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9 dicembre 2017

Nazioni Unite: 14 “peacekeeping” morti in Congo

L’Africa è stata ed è una delle nazioni con più risorse minerarie del mondo. Preda nei secoli delle varie colonizzazioni europee ed americane, si ritrova ora, seppur con meno risorse nel sottosuolo, ad essere teatro di contesa per quello che resta. Tra le varie nazioni del continente nero il Congo rappresenta di certo una di quelle con più risorse disponibili. Ed è questo il motivo che è diventato negli anni palcoscenico di guerre interne tra diversi gruppi armati. Gruppi che spesso hanno appoggi, anche se non ufficiali, da paesi europei ed americani, appunto. Nel caso specifico è da anni ormai che, sotto la “copertura” di azioni di pace, le Nazioni Unite svolgono azione di peacekeeper. Di certo i media non ci diranno quanti morti locali ci sono stati dall’inizio delle ostilità e per mano degli stessi “portatori di pace”, ma nella giornata di ieri, venerdì 8 dicembre, non si è perso tempo a far filtrare la notizia secondo cui ben 14 agenti dell’Onu sono rimasti uccisi in un conflitto a fuoco di cui si fa fatica ad individuarne la matrice. A renderlo noto il capo dei Caschi Blu Jean Pierre Lacroix, che si è detto “indignato” dall’attacco vile a cui non si è riusciti a dare un mandante. Il tutto è avvenuto nei pressi della provincia del North Kivu, nell’est della repubblica democratica del Congo. Democratica: che bell’eufemismo. Ufficialmente la missione di pace in Congo da parte delle Nazioni Unite è la più grande al mondo in questo preciso momento storico. In molti si chiedono perché in Congo e non, ad esempio, nell’ex Birmania, ora Myanmar, che è teatro di un esodo e di un genocidio di massa del popolo Rohingya. Beh, diciamo che, come spesso accade in questi casi, ci sono sempre popoli, terre e sottosuoli su cui è preferibile portare “pace”, rispetto ad altri.

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Eugenio Lato

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