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NON È VERO…MA CI CREDO: Il ruolo della SUPERSTIZIONE nelle nostre vite e gli STILI di ATTRIBUZIONE CAUSALE

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“Non è vero…ma ci credo” è una celebre commedia scritta da Peppino De Filippo, da cui è stato in seguito tratto, ad opera di Sergio Grieco, il film omonimo. Non vi racconto la storia perché merita di essere guardata, vi basti sapere che il protagonista, il commendator Savastano, era un uomo molto molto superstizioso. Talmente superstizioso da associare il decollo dei suoi affari all’ingresso nella schiera dei suoi impiegati di un uomo gobbo. Perché la gobba porta fortuna? È una credenza popolare di origine cristiana risalente al Medioevo: si riteneva che la gobba fosse il segno evidente di chi era stato toccato dal Signore. Toccarla a nostra volta sarebbe l’ equivalente, per una sorta di proprietà transitiva, di toccare Dio. Come questa ce ne sono svariate altre: non passare sotto ad una scala, fare attenzione ai gatti neri che attraversano la strada, evitare di rompere gli specchi, non mettere un cappello sul letto ma mettere un ferro di cavallo dietro la porta o una scopa al contrario per scacciare gli spiriti maligni, portare con sé un cornicello portafortuna, non aprire ombrelli in luoghi chiusi, né di Venere, né di Marte… Insomma, veramente a bizzeffe. Cosa sono e che ruolo hanno nelle nostre vite queste credenze? Cosa è la superstizione?
La parola superstizione deriva dal latino “superstitionem”. Super= sopra – Stitio= sta, letteralmente “stare sopra”, ovvero qualcosa che sta sopra, cioè va oltre, la nostra logica, che la sovrasta, che attiene ad un mondo inintelligibile, non spiegabile razionalmente. O qualcosa che sta sopra nel senso che è sopravvissuto dal passato, come una tradizione. Qualche traduzione lo intende anche come “fermarsi su”, quindi soffermarsi su cose insolite e misteriose. Perché alcune persone sono superstiziose mentre altre no? È una questione di intelligenza? No, è una questione di “stile di attribuzione”. Mi spiego meglio.
Lo stile di attribuzione, meglio noto in psicologia come “locus of control”, è il modo attraverso cui le persone interpretano e si spiegano le cause degli eventi. Esistono due modelli di attribuzione causale: interno ed esterno. Il polo interno fa leva sulla percezione degli individui di essere artefici dell’ accadere delle cose. Se si verifica un fatto, ad esempio un’assunzione o una promozione ad un esame, è perché hanno lavorato duramente, hanno studiato, si sono impegnati. Chi invece ha un locus of control esterno, dà più spazio a “forze esterne”. Gli eventi sono quindi spiegati alla luce del fatto che qualcuno o qualcosa al di fuori di noi ha fatto in modo che accadessero. Questo qualcuno può essere Dio, può essere il Karma, può essere la società, il primo re di Roma, una forza misteriosa, il Fato, la fortuna, il talismano della nonna, la piuma magica senza la quale Dumbo non riusciva a volare.
Le persone appartenenti al primo gruppo sono quelle che ritengono che il loro successo sia derivante dalle loro azioni e proprio per questo motivo lavorano per migliorarsi e accrescere le proprie conoscenze e competenze. Hanno un’alta autostima e un senso di autoefficacia altrettanto elevato. In psicologia, chiamiamo autoefficacia proprio la capacità percepita di dominare eventi e situazioni. Di contro questi individui, in caso di fallimento, saranno più inclini a rimuginare e a rimproverarsi e, proprio per questo, saranno anche più soggetti ad ansia e a stress di quelli appartenenti al secondo gruppo.
Gli individui con locus of control esterno, attribuendo l’avvenire delle cose a cause esterne, hanno un’autostima e un senso di autoefficacia molto bassi, non ascrivendosi meriti di ciò che succede loro. Questo può essere causa di depressione. D’altra parte, in caso di fallimento, rimettendo sempre tutto al caso, non staranno a rimuginare troppo. Non è colpa loro, non sono artefici.
In base agli stili di attribuzione appena delineati, appare chiaro che la categoria dei superstiziosi attiene maggiormente al secondo stile, quello esterno. Quindi possiamo affermare che la superstizione abbia un ascendente nelle nostre vite, nonostante non siamo in grado di fornire spiegazioni razionalmente valide a molti dei suoi precetti, perché siamo inclini a rimettere fuori di noi il motivo per cui certe cose si verificano.
Non so in quale stile di attribuzione vi riconosciate, ma chiudo con la massima di Eduardo De Filippo, che funge da monito:
“Essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male”.

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